Dici Liguria e dici vacanze e grazie al cielo questa splendida terra non è solo - d'estate - ammasso di corpi schiacciati l'uno all'altro su spiagge bruciate dal sole. C'è di più. Così una bella mattina una coraggiosa pattuglia composta dalle famiglie Vites, Andraghetti e Tanturli in rappresentanza dell'Associazione Simone Tanturli parte alla volta del ricco, affascinante e come scopriremo anche misterioso entroterra di Chiavari. Destinazione Borzone e la sua abbazia.
Qui in queste montagne boscose il vento e il silenzio raccontano storie antiche, e ogni pietra racconta una storia. Qui la capacità di uomini antichi, e poveri nei loro mezzi, di costruire case del Signore che testimoniassero la bellezza è evidente ancora oggi, secoli dopo.La torre campanaria, ad esempio, ha molto da raccontare, parzialmente costruita con i classici "conci bugnati" tipici dell'architettura bizantina, che rivelano come questa fosse stata inizialmente una torre di avvistamento dei soldati bizantini che qui aspettavano, durante la guerra gotica del VI secolo d. C. i longobardi per ricacciarli lontano (è da quei tempi che probabilmente nacque l'antipatia di certi liguri verso le transumanze estive di popolazioni padane verso i loro lidi...). E poi le pietre messe su una a una dai monaci che di questa fortezza fecero un convento. Le pietre parlano, ma ancora meglio parla,pieno di entusiasmo, l'abate di oggi, Padre Attilio, qui da qualche mese dopo una vita passata nella lombarda Cassano Magnago. Lo senti parlare e ti sembra di vedere file silenziose di antichi monaci che tra queste montagne tenevano forte la fede del popolo.
Il riconoscersi e il coinvolgersi, tra gente che vive ugualmente con la stessa tensione al destino, è sempre facile, così l'abate invita uno di noi a leggere una lettura durante la messa che qui siamo venuti a prendere, poi ci indica un gruppo di vacanzieri del varesotto, "Sono di cielle anche loro, anzi alcuni erano miei compaesani" sorride. Poi ci sfida. Andate a vedere quel volto scolpito nella pietra e ditemi se vi sembra opera della natura o di mani d'uomo.
Accettiamo la sfida, alcuni di noi già lo conoscevano, e certamente quando scorgi quell'enorme roccia sopra i boschi resti a bocca aperta. Dicono che sia il volto di Cristo, oppure quello di un antico o re che governava la valle, scolpito da ardite mani d'uomo sulla roccia, la più grande scultura monolitica d'Europa. Non si sa a quando risalga, certo è che più lo fissi e sembra che quegli occhi ti fissino a sua volta. Rivolto a dominare la valle sotto di lui, sta lì in silenzio da millenni. Personalmente sono scettico, glielo dico all'abate più tardi, "Per me è un semplice scherzo delle rocce".
"Ah sì" dice lui con l'aria di chi la sa lunga "hai tenuto conto di tute le variabili che ci sono sottese?". Come dire, uomo di poca fede, hai tenuto conto di tutti i fattori che compongono l'oggetto? Del tipo: l'incredibile simmetria degli occhi, la precisione del naso, il mento con i baffi e barba che piega dolcemente, e non ricorda anche il volto della Sindone? Be' cavolo è vero... E poi la posizione, a dominare e scrutare la valle, come volerla proteggere. E poi, ma lo scopriremo più tardi, nella valle dello Sturla è stata tradizione per secoli quella di riprodurre volti simili che si mettevano sulle porte di casa o all'interno come segno di protezione, anche se nel tempo nessuno si ricorda di chi fosse quel volto.
Tre antichi monaci benedettini in pausa pranzo
Lasciamo Borzone dopo aver presentato all'abate l'Associazione, promettendo di rimanere in contatto reciproco, e dopo un ottimo pranzo dalle portate infinite che risulterà gradito a grandi e piccini (come dirà una di loro alla sera, "i ravioli di Borzone sono stati la cosa più bella"; ma solo perché non si è ricordata di quel volto nella roccia).
Non paghi, andiamo fino al Lago di Giacopiane, una vista sfavillante sotto al sole, una camminata nei boschi fino a una fresca cascata e poi la vista maestosa dall'alto dei monti fino al mare scintillante laggiù. Dopo una giornata così, non puoi fare a meno di ripeterti fra te e te, "come è bello il mondo, come è grande Dio".
Il giorno dopo , in spiaggia, una delle nostre bambine giocando con la sabbia dirà: "Questa torta di sabbia è per Gesù per ringraziarlo che ha fatto il mondo e tutte le cose". Qualcosa della lunga gita del giorno prima deve essere rimasto anche a loro, oltre ai ravioli naturalmente. Che erano davvero buonissimi.

"Per Gaber" - articolo di Claudio Chieffo (febbr.2003)
Ci sono persone che, ad un certo punto della loro vita o forse dall'inizio, chissà, intraprendono una corsa inarrestabile verso la Verità e la Bellezza (che loro vedono, giustamente, come inscindibili, anzi meglio: una sola cosa) e questo privilegio, questa Grazia, che si portano dentro, con consapevolezza diversa a seconda dei momenti della loro storia, in mezzo alle contraddizioni, ai limiti e alle fragilità varie di cui è imbastita la loro persona, li spinge a continuare questa corsa che è poi l'unica degna di ogni sacrificio.Giorgio Gaber è uno di questi.
Quando nella mia fonovaligia Lesa (si chiamava così allora) ascoltavo il 45 giri di "Non arrossire" che conteneva sul retro un'altra stupenda canzone, "Le strade di notte" e mi innamoravo lentamente di quella voce e facevo le mie prime canzoni non avrei mai sperato di poterlo incontrare, conoscere, diventare, come tanti altri, suo amico.
Ricordo bene le parole che gli diceva un solerte compagno che voleva dissuaderlo dall'incontrarmi al ristorante "Vittorino" a Forlì, dove veniva spesso in tournee, quando gli portai, tutto fiero, il mio secondo LP, La Casa, era il 1978, ma lui volle incontrarmi lo stesso e mi invitò alle prove e cominciammo a parlare e a discutere: fu l'inizio di una amicizia che non è finita neanche adesso.
Era uno strano incontro tra il suo "dubbio" e la mia "certezza": "Io non potrei mai fare canzoni come quelle che fai tu, ci sono troppe certezze dentro, però… Il fiume e il cavaliere …mi piace" e io a dirgli che di certezze ne avevo una sola: la Misericordia di Dio, che, se anche lui non la sentiva, c'era.
Una volta, molti anni dopo, al termine di un suo incontro al Meeting di Rimini mentre lo salutavo con i miei figli - li chiamava i chieffini - mi disse "Beato te che hai un popolo a cui appartenere!".
E poi ancora, durante un concerto che facemmo insieme a Chiavari, intervenne duramente contro uno spettatore che mi derideva e insultava ad alta voce… e che parole piene di affetto, belle e lusinghiere (le rileggo ancora quando mi viene voglia di smettere) scrisse per i miei 25 anni di canzoni su "Il Sabato"!
Aspettavo con ansia ogni suo lavoro ed ero spesso invitato all'anteprima dei suoi spettacoli e cercavo sempre di esserci e, quando alla fine, nel suo camerino, ne parlavamo, voleva sapere il mio giudizio anche sugli aspetti più tecnici, suoni, luci, microfoni… ma io ero più colpito dalla bellezza, a volte disperata, delle canzoni e glielo dicevo e lui si schermiva e mi abbracciava.
Il rapporto che Gaber aveva con il suo pubblico era unico e stupendo anche perché chi lo ascoltava non poteva non volergli bene, non poteva non essergli grato per la commozione che c'era in sala; e lui lo sentiva, lo sapeva e ci "viveva" di quel rapporto e lo cercava e ne aveva nostalgia. Per forza rifiutava "la televisione", ma volete mettere quei teatri pieni di ascolto, di affetto… di partecipazione?
Non ha mai accettato che la "politica" fosse l'ultima parola su di lui e sulla vita (esemplare il bellissimo rapporto con sua moglie) e infatti "la televisione" non lo voleva; la sua corsa verso la Verità e la Bellezza, il suo anelito per la Giustizia (quella vera, perché la giustizia sommaria non gli interessava) non si sono mai fermati.
Ci sono persone come attraversate, nonostante tutto, da una Grazia, che in questa corsa inarrestabile rivelano, in una canzone, in un film, in una poesia, in un dipinto, in una risata, riflessi di quella Verità e Bellezza da cui sono, inesorabilmente, attratti.
"Allora vide in fondo all'acqua che passava il volto della pace che cercava e bevve avidamente dell'acqua del torrente e rivide la casa e la sua gente"… mi immagino che Dio gli sia corso incontro colmando, Lui, la distanza.
Ceriale, triduo di Quaresima degli esercizi studenti della Liguria, 1981. Li tiene don Negri (allora non ancora Monsignore) che alla prima lezione stupisce tutti impostandola sulla lettura di alcuni testi di canzoni di Bob Dylan. Sono quelle tratte dal suo disco a maggior contenuto cristiano, uscito alcuni mesi prima, intitolato Saved, "salvato". Be', pensiamo, è proprio bello essere qui.
Al pomeriggio una testimonianza. E' quella di Maurizio Rizzi, da poco divenuto segretario di GS di Chiavari, e che per far ciò ha lasciato una promettente carriera di ingegnere. Sposato, con due figli, ci racconta come è bello e sensato obbedire a quello che la vita ti chiede - anche se per il "mondo una scelta così sembra pura pazzia - quando sei consapevole che questa obbedienza conduce allo svelarsi del tuo destino. Non so quanti di noi ragazzi allora avessero capite quelle sue parole, so che per anni Maurizio ci fu compagno, amico, padre con tutta l'irruenza, il suo essere a volte burbero, ma soprattutto con affetto incondizionato verso il nostro lento diventare adulti. Per qualcuno fu padrino di cresima, per altri testimone di nozze, per altri ancora padrino addirittura di battesimo. Quando si dice la paternità.
Chiavari, fine luglio 2008. Al mattino abbiamo salutato Maurizio che ci ha lasciati chamato alla casa del Padre, chiamato nel modo esatto in cui aveva vissuto la sua vita: mentre stava dando la sua vita per l'opera di un Altro. E allora si chiariscono quelle parole che ci diceva quel pomeriggio di quasi 30 anni prima a Ceriale. C'è qualcosa di più bello che dare la propria vita per l'opera di un Altro?
Alla sera, nonostante il dolore, un popolo intero si raduna silenziosamente per ascoltare le canzoni di Claudio Chieffo, cantate da suo figlio Benedetto. Misteriosamente si svela la trama di quel destino buono che ci guida, anche nei momenti di buio apparente. Anche Claudio è ormai nella casa del Padre. Forse Maurizio stasera ha preferito le canzoni di Chieffo farsele cantare direttamente dal suo autore, lassù in Paradiso dove entrambi adesso si trovano. Ma certo per noi, per i suoi amici, per la sua famiglia, queste canzoni ce li fanno sentire ancora presenti qua tra di noi. Ancora più di prima, se possibile. E' quello che accade quando diciamo "sì" al volto del Mistero.
Mentre sto tornando a Milano, nella notte piena di stelle, sull'autostrada deserta, mi viene improvvisamente in mente il regalo che Maurizio mi aveva fatto per la cresima di cui mi era stato padrino. Era un disco di Claudio Chieffo. Sorrido, e il cuore si fa pieno di certezza mentre mi viene in mente una delle canzoni sentite poco prima: "Vorrei tornare bambino e guardare ancora il fuoco, la Storia più grande è il Destino che si svela a poco a poco. La notte che ho visto le stelle non volevo più dormire, volevo salire là in alto per vedere e per capire...".
L' "Associazione Amici di Simone Tanturli Onlus"
PRESENTA
SABATO 26 LUGLIO 2008
CHIAVARI SCUOLA MARIA LUIGIA
"E' BELLA LA STRADA"
con Benedetto Chieffo & Friends
SERATA CONCERTO delle CANZONI di CLAUDIO CHIEFFO
"Se una canzone non è una porta aperta al Mistero, allora è solo rumore" - William Congdon -
Dalle ore 19 stand gastronomici
Invitate gli amici!
Anche la sofferenza può trasformarsi in gioia
..."Che cosa importa se il sonno della nostra bambina si prolunga? L'universo dove dobbiamo vivere è presenza di Dio, dove tutte le delusioni del tempo possono trovare immediatamente il loro posto, tutte le sofferenze trasformarsi in gioia. Non ci resta che diventare cristiani a tempo perduto... Sentivo che mi avvicinavo a quel piccolo letto come ad un altare, ad un luogo sacro da dove Dio parlava mediante un segno. E tutto intorno alla bambina, non ho altre parole: un'adorazione. Bisogna osare di dirlo: una grazia troppo pesante. Un'ostia vivente in mezzo a noi. Muta come un'ostia. Splendente come un'ostia... ".
da Lettere sul dolore di Emanuele Mounier*
Tratto da questo blog: http://vinoemirra.splinder.com Si fa presto. “Staccate la spina”. In gergo l’espressione si riferisce alla interruzione della ventilazione meccanica relativa ad un paziente in rianimazione. Si può, legalmente, staccare la spina? Sì, se si è accertata la morte cerebrale (con la cessazione di tutte le funzioni dell’encefalo) e il paziente, ad esempio, non è potenziale donatore di organi. Ma Eluana Englaro respira da sola, autonomamente, adeguatamente, “senza ingombro tracheobronchiale”, come si legge nella sentenza dei giudici di corte di appello di Milano (pag 15). Si fa presto. “Stop alle macchine”. Neanche fossero le rotative di un quotidiano. Un macinino grande come il telefono di casa provvede a regolare l’idratazione e l’alimentazione. Nessuna necessità che agisca in modo continuativo. C’è chi usa il biberon. Il sondino nasogastrico è certo fastidioso a lungo andare. Un sondino per PEG sarebbe altrettanto efficace e meglio tollerato. Non sono le macchine a prendersi cura di Eluana, sono le persone che vivono con lei. La mamma di Chiara (guarda il video sopra) afferma: siamo noi il sondino di Chiara. Si fa presto. “E’ in coma”. Così. Senza spiegare che differenza c’è tra il coma della morte cerebrale e il coma “vigile” dello stato vegetativo. Eluana è per lunghi tratti sveglia ma sempre senza consapevolezza, occhi “per lo più” aperti che guardano e non vedono, movimenti spontanei ma senza scopo, riflessi di deglutizione, smorfie del viso, sbadigli.. Non dà alcun segno di attività psichica e di partecipazione all’ambiente, né risposta comportamentale volontaria agli stimoli sensoriali esterni (visivi, uditivi, tattili, dolorifici). Però per farle la risonanza magnetica hanno dovuto sedarla: troppi movimenti involontari disturbavano la qualità della diagnostica. Il suo Encefalogramma non è piatto, è patologico, tipo “alfa coma”. Non è morta, è malata. Inguaribile. Curabile. Si fa presto. “Coma irreversibile”. Lo stato vegetativo viene definito persistente se protratto nel tempo e permanente quando si presume che sia irreversibile. La letteratura pone un limite per la definizione di irreversibilità dopo evento traumatico: dodici mesi. Non mancano casi di risveglio, anche dopo molti anni. Eccezioni, certo. Per Eluana sono passati 16 anni. Dicono che non tornerà più. I medici escludono “la benché minima possibilità di un qualche, sia pure flebile, recupero della coscienza e di ritorno ad una percezione del mondo esterno”. E’ verosimile. E allora? Molte sono le malattie irreversibili. L’Alzheimer è malattia irreversibile. Non meno penosa. Smetteremo di prenderci cura delle persone con malattie irreversibili? Uno stato che non difende i suoi cittadini più deboli non ha ragione di esistere. Si fa presto. “Alimentazione forzata artificiale”. Mio figlio sarebbe morto senza la mamma che lo nutriva “ a forza”. Ora si ingozza di qualunque porcheria “artificiale” trovi al supermarket. I reparti di geriatria sono pieni di persone che non sono autosufficienti per la propria nutrizione. Morirebbero tutti se non ci fosse l’amore di qualcuno che gli porta il cucchiaio alle labbra o aziona la siringa del sondino o la pompa PEG. Il diritto alla idratazione e alla nutrizione è recentementestato sancito dalla Convenzione ONU per i diritti delle persone con disabilità (art. 25 lett. f) Si fa presto. “Accanimento terapeutico” Accanimento è una parolaccia. Dell’assistenza ad Eluana si occupano con dedizione, da 14 anni, le suore della casa di cura Beato Luigi Telamoni di Lecco. Nel silenzio, senza “latrati”. E nel silenzio sono altri pazienti nelle condizioni di Eluana, 500 nella sola Lombardia. Cosa facciamo per queste centinaia di pazienti? Perché i casi che arrivano sui giornali riguardano come mettere fine alle sofferenze di uno di loro e non come alleviare quelle degli altri? Perché conosco Terry Schindler Schiavo (SVP da 15 anni USA, morta dopo 14 giorni di digiuno), Hevrè Pierra (SVP da otto anni, Francia, morta dopo sei giorni di digiuno), Toni Blands (SVP da quattro anni, Gran Bretagna, morto dopo il digiuno) e tutti gli altri no? Diamo voce anche a loro. Non perdetevi questo link. Anzi leggete solo questo e scordatevi il mio post. L’alimentazione è una terapia? C’è chi dice no, c’è chi dice sì. E’ terapia proporzionata, adeguata, ordinaria? O è sproporzionata, inutile, straordinaria? Eluana è in buone condizioni generali e nutrizionali. Non è paziente terminale. Il suo organismo assimila adeguatamente le sostanze nutritive, senza manifestare intolleranze. Se l’alimentazione è terapia, è terapia efficace, raggiunge lo scopo. E' invasivo un sondino nasogastrico e non è invasivo sospendere l'alimentazione? Se è terapia l’alimentazione, ogni cura del corpo malato è terapia. Si può smettere di curare l’igiene personale, si può smettere di prevenire fenomeni di embolia polmonare, lesioni da decubito, infezioni respiratorie. Si può spegnere il riscaldamento d’inverno. La situazione in cui vive Eluana è drammatica, angosciante, umanamente penosa. Ma le alternative a disposizione fanno paura. Perché il giudice dispone di sospendere l’alimentazione e proseguire con tutto il resto? Perché raccomanda il ricovero in Hospice o in altra struttura confacente … umidificazione frequente delle mucose, somministrazione di sostanze idonee ad eliminare l’eventuale disagio da carenza di liquidi, cura dell’igiene del corpo e dell’abbigliamento, ecc. durante il periodo in cui la sua vita si prolungherà dopo la sospensione del trattamento? Perché questo giudice dice il contrario di quanto dicevano i suoi colleghi negli anni precedenti? Chi di loro sbaglia? Se lui ha ragione, tutti gli altri suoi colleghi prima di lui andrebbero perseguiti per aver costretto un essere umano a un inutile calvario. Si fa presto. “E’ quello che voleva lei” Prendi un ragazzo di 20 anni. Uno dei tanti, di quelli che ci dicono “pieni di voglia di vivere”. Portalo dalla sua aula di università in una qualunque rianimazione, poniamo una terapia intensiva neurochirurgica. Fagli vedere un suo coetaneo o, peggio, un suo amico, caduto con la moto, la testa fracassata, "chissà se ce la fa, quasi di sicuro non ce la fa". Tubi, macchine, drenaggi, monitor. L’inferno. Fatti dire che ne pensa. Trovane uno che non dica “Mai. Così mai. Piuttosto morto”. Questo è il testamento biologico che vogliamo? Il testamento biologico, come impropriamente lo si chiama, è zoppo: non ha il requisito indispensabile della attualità. E’ ideologico. Almeno non facciamolo sulla base della ricostruzione di una volontà presunta, desunta da dichiarazioni generiche, legate a carattere e stile di vita. Chiedete a quello stesso ragazzo “Vorresti stare sempre bene?” e vi dirà di sì. Anche quello è testamento biologico.
Così don Giussani chiamava il tempo delle vacanze, che normalmente è solo evasione e dimenticanza dagli impegni quotidiani, ma che invece è (dovrebbe essere) ripresa di uno sguardo attento alla realtà e a ciò che il Mistero vi fa continuamente accadere.
Quella libertà che si muove davanti a una proposta, come ho sentito dire recentemente da Julian Carron a una vacanzina a cui ho partecipato, nelle belle montagne di St. Moritz. Poi sta a te starci o no a questa sfida, ma la proposta è lanciata, inutile far finta che non sia così.
Una vacanzina a cui vai perché, soprattutto, non vedi l’ora di fuggire almeno per un paio di giorni dalla canicola milanese e poi ti capita di tutto(per due giorni ho girato con la mia bella t-shirt "Amici di Simone Tanturli", ci tengo a dirlo...). Anche entrare in ascensore una sera per andare in camera tua e trovarti davanti, proprio mentre le porte dell’ascensore si stanno chiudendo, Carron che fa per entrare. Gli incontri possono accadere ovunque, anche in ascensore. Due parole di circostanza e poi ti scappa di dirgli che sì, sei lì ma in fondo immeritatamente. Una pacca sulla spalla, paterna, come a condividere con te la realtà, e un commento, con quell’accento iberico che in quei giorni di Spagna campione d’Europa evidentemente gli piace accentuare: “Immeritatamente…. Se fosse per i nostri meriti dove saremmo?”. Uno sguardo diverso, il suo, altro che il tuo guardarti l'ombelico chiedendoti se ti meriti essere lì o no.
“Il Mistero ci chiama attraverso le sue creature” dirà poi Julian nell’incontro finale della vacanzina: che sguardo diverso ci vuole per vivere così. E allora tutto il tempo delle vacanze, il tempo della libertà, non a caso ha una meta finale, a cui guardare continuamente e che porterà questo tempo a compimento, il Meeting di Rimini: o protagonisti o nessuno. Ci vediamo lì. O anche prima.
Una sfida non da poco. Commentare alcune delle più famose e belle canzoni della storia del rock partendo da un giudizio e da uno sguardo aperti alla realtà in tutti i suoi aspetti. Quello che ne è venuto fuori è il primo libro del genere in Italia che passa oltre all’usuale visione ideologica secondo cui è stata sempre trattata questa musica e invece lascia trapelare il grido che ogni uomo ha nel cuore, anche i cantanti rock. E cioè, per dirla alla Kurt Cobain, che un Altro si faccia presente, incontrabile, ora: vieni come sei, come un amico, come un nemico, ma vieni. Quando questo grido è disatteso, allora c’è spazio solo per la disperazione.
In un percorso diviso in tematiche come l’utopia, la strada, la realtà, l’attesa, il cuore, il divino, circa 150 canzoni commentate da alcuni esperti del settore: Walter Gatti, Paolo Vites, Riro Maniscalco e Stefano Rizza. Con i contributi di Giorgio Natale, Walter Muto e Giacomo Sanguineti. Il libro sarà presentato al prossimo Meeting di Rimini.


