Una Serata Speciale

22:55 / Pubblicato da Alessandro / commenti (6)

Sabato sera gli amici dell'Associazione Amici di Simone Tanturli Onlus, hanno proposto un aperitivo “longer” per raccogliere fondi da destinare alla famiglia del piccolo Mattia gravata, tra le altre cose, da diverse spese legate alle sue condizioni di salute. Detto questo potremmo aver detto tutto. Invece no. Invece vale la pena raccontare ancora una volta la Bellezza di questi momenti, fatta di tante piccole e grandi cose, fatta dei volti degli amici che puliscono la verdura, che “provano” i cocktails, che ritagliano gli addobbi di cartone o che preparano la pasta. Bellezza fatta dello stupore di girarsi e trovare la sala piena zeppa di persone. E' la Bellezza dello stare insieme, del muoversi, del camminare insieme, pur se diversissimi tra noi, perchè per riunire più di 150 persone di età compresa tra i 6 mesi e i 70 anni e oltre ci vuole una ragione. La ragione è l'amicizia che ci lega attraverso la comune passione al Destino, è la storia di ognuno che converge in un unico punto fermo: l'Amore che Dio ha per noi, riconosciuto e testimoniato, cioè vissuto. Grazie infine a tutti, a chi è venuto e a chi non ha potuto. Un grazie particolare a Paolo Vites che ha condiviso con noi questa serata testimoniandoci (la scusa era la presentazione del suo bellissimo libro) della Bellezza, dell'Amore appassionato alla Realtà, tutta. Grazie ai suoi amici musicisti, che ci hanno offerto, gratuitamente, se stessi, raccontandosi e suonandoci splendide canzoni. Grazie a Marta e Gianluca che con il loro “si” hanno spalancato le porte al Mistero permettendo a tutti noi di sperimentare che nulla è per il male, neanche il dolore.

Dedicato a Eluana (clicca sul video)

12:21 / Pubblicato da Alessandro / commenti (0)

Miracolo Celeste

15:16 / Pubblicato da Alessandro / commenti (0)

Amici,sono felice.

Oggi arrivando in clinica ho incontrato Celeste che camminava da sola.

L’ho abbracciata commosso: ma questo e’ un miracolo! E poi ha fatto un pezzo di

processione col Santissimo.

E pensare che i medici, prima che arrivasse qui, ce la volevano consegnare per

seppellirla.

Giussani, come ha salvato questo peccatore, continua bene il suo lavoro.

Con affetto P.Aldo

Andrès, lo storpio.

22:14 / Pubblicato da Alessandro / commenti (0)

Cari amici, Eluana l'abbiamo ammazzata ed ora, in questo momento è morto il mio piccolo Andrès. Aveva 22 anni, pesava 18 kg. Ermanno lo storpio era sano e “perfetto” se paragonato con il mio figlio. Per di più viveva come in uno stato vegetativo, mangiando con la sonda. E' morto quando abbiamo fatto morire Eluana. Sono qui a fianco del suo cadaverino. Sarà un problema metterlo nella bara per il suo corpo tutto deformato. Lo guardo ma oggi i miei occhi, il mio cuore sono duramente provati, come lo sono tutti i giorni vedendo morire tutti i miei figli che arrivano qui. Più di 600 in quattro anni e mezzo. Solo chi ha perso un figlio può capirmi. O meglio chi ha perso un figlio avendo il cuore innamorato di Cristo. E' un dolore come quello della Madonna ai piedi della croce, ma pieno di pace. Sento il cuore piegato anche fisicamente e nello stesso tempo vedo le porte del paradiso aperte. Andrès è morto circondato da noi, in ginocchio al suo fianco, celebrando la Messa. La sua agonia lunga e dolorosa. I suoi gemiti mi soffocavano le parole della Messa nella gola. Vedere per la seicentesima volta morire un altro figlio. E' sempre un dolore nuovo e profondo. E' sempre rivivere il Mistero della morte e risurrezione di Cristo. Molti mi chiedono: ma come fai a resistere? Cosa ti risponderebbe un padre, innamorato di Cristo? Ecco lì è il cuore di tutto. E' vivendo la realtà di cui il dolore vissuto dentro un abbraccio come quello che Giussani ha avuto per me, che si trasforma in una porta che ti introduce nel cuore di lei, dove scopri la bellezza del Mistero che mediante la morte ti porta con sè per poterlo vedere “in faccia”. Il corpicino freddo di Andrès è qui al mio fianco. Ci starebbe in un sacchettino. Ma lui, Andrès è il mio Gesù in braccio alla Madonna ai piedi della croce. Che bello questo suo corpo che per tanto ho adorato in compagnia dei miei amici medici e tutto il personale. Come vorrei che Eluana in questo momento avesse la stessa compagnia che ha il mio Andrès. Amici cosi Eluana è come ci dicesse; “abbiate il coraggio di guardare in faccia la realtà...riprendete il capitolo X del Senzo Religioso....è l' unico cammino perchè non abbiamo da seguire uccidendo la realtà di cui ogni uno è il cuore”. I miei figli che muoiono, i miei bimbi completamente muti per la malattia, tutti con il sondino per poterli alimentare.....sono tutti piccole Eluana....e mi rimandano al Mistero fatto carne in loro. Loro sono Gesù nella croce. Ma capite cosa vuol dire per me e perchè vi scrivo in un certo modo....che può infastidire chi non è padre, chi non ha mai perso un figlio...chi è borghese. Si può stare davanti alla morte di Eluana come stiamo normalmente davanti alla realtà: distratti. La verginità è una pienezza di paternità e maternità con una ferita che si rimarginerà solo nel mio incontro definitivo con Cristo. La Verginità esige le stimmate del cuore e solo così diventa la forma più alta di dolore, di amore e di gioia, di paternità. Che Eluana ci perdoni il poco amore alla realtà, il poco senso del Mistero che viviamo e che Andrès ci doni la grazia di morire come lui: in compagnia di Gesù, Giuseppe e Maria. La compagnia di chi ci vuole bene. Lo affido alle vostre preghiere. Domani lo porterò con me al cimitero. Mi viene in mente quella donna dei Promessi sposi che usciva di casa con il suo piccolo morto per peste in braccia... Anche il mio Andrès e così piccolo e riposerà fra i tanti miei figli morti in compagnia di questo povero peccatore e dei miei amici. Vorrei tanto che fosse sempre lo stupore a muoverci, perchè solo cosi scopriremo che la realtà è provvidenziale per cui Eluana ed Andrès diventano cammino al riconoscimento del Mistero. Termino questa mattina la lettera. Ho dormito poco e neanche il sonnifero non ha servito a niente. O meglio ha servito perchè la prima cosa fatta stamani è stata quella di confessarmi, perchè, essendo il corpo mistico di Cristo tutti siamo responsabili dell' accaduto a Eluana.“Datemi 4 persone innamorate di Cristo e metterò a ferro e fuoco l' Italia” diceva Santa Caterina. Dio voglia che siamo fra questi. Con affetto, P. Aldo

Il Miracolo di Elu: svegliare le nostre coscienze.

20:34 / Pubblicato da Alessandro / commenti (0)

Ciao Eluana, sei stata grandiosa. Per essere un vegetale, negli ultimi tempi hai fatto cose sovrumane. Immobile nell'agonia, sei riuscita a smuovere più cose del mondo di quante noi si riesca a smuovere nel corso di frenetiche e attivissime esistenze. Guardiamoci intorno: quello che è successo in questo stranissimo Paese ha dell'inverosimile. Dal tuo sudario di Udine, senza muovere un dito, hai realizzato l'impossibile: per giorni, hai spazzato via dalle pagine dei giornali e dal video televisivo tutto il ciarpame delle nostre supposte emergenze nazionali. Non dimentichiamolo, anche se può provocarci qualche inevitabile rossore: fino alla settimana scorsa, eravamo tutti sanguinosamente impegnati nelle discussioni sulla hostess suffragetta del Grande fratello e sull'indomito Villari alla Commissione di vigilanza Rai. Queste erano le cose più importanti delle nostre giornate. Viste da qui, viste adesso, ci fanno giustamente vergognare di noi stessi. Ma è la realtà. Senza nemmeno guardarci negli occhi, tu ci hai indotti a rivedere le gerarchie dei nostri pensieri e delle nostre riflessioni, ricomponendole in modo decisamente meno ridicolo. Di più: senza battere ciglio, hai smosso persino il mondo della politica, questo mondo perennemente in ritardo sugli umori e sul sentire comune della popolazione che rappresenta. Da epoche immemorabili non succedeva che le istituzioni si mobilitassero con questa tempestività e con questa passione (pazienza se neppure stavolta sono riusciti a convocarsi di domenica: prima o poi ce la faranno, forse, chissà, magari per approvare finalmente una legge civile sul testamento biologico). Girando lo sguardo fuori dai Palazzi, un panorama indescrivibile. Non importa l'orientamento e l'opinione: da tanto tempo, ormai, ne parlano tutti, ne parlano ovunque. Se ne parla a tavola e in ufficio, sui tram e negli aeroporti, nelle parrocchie e nei centri sociali, nelle aule di giustizia e nelle assemblee condominiali, a scuola e nei talk-show. Sono partite fiaccolate, sono comparsi tavolini per raccolte di firme, sono sfilati i pro e i contro. Immersi nell'inusuale macerazione, siamo persino riusciti ad accantonare per qualche tempo gli angosciosi lamenti sulla crisi economica. Anche quella ci è sembrata una stupidaggine, di fronte all'insormontabile storia di Eluana. Inutile nasconderlo: in queste ore, diciamo anche un sacco di fesserie. Si sentono schiamazzi penosi. Molti parlano senza sapere, molti parlano solo perché in certe situazioni bisogna timbrare il cartellino della propria autorevolezza, molti usano anche questa vicenda sacra per l'ennesima strumentalizzazione politica, mentre qualche decerebrato non perde occasione per esprimere tutta la propria pochezza, come quei geni che hanno bombolettato sul muro di Udine «Beppino boia». Lo sappiamo: siamo tantissimi e non siamo allenati a riflettere, a parlare solo di cose che conosciamo, per cui è inevitabile assistere anche a spettacoli deprimenti. Nella quantità, c'è di tutto. Per qualcuno che ragiona in modo sofisticato, c'è subito un altro che brandisce la clava in modo sguaiato. Però c'è un però: nel complesso, nonostante certe cadute sgangherate, la nazione si è finalmente impegnata nel nobile esercizio del pensiero. Persino chi abitualmente strumentalizza, lo si percepisce chiaramente, comincia ad avvertire un minimo di imbarazzo: nella leggendaria Italia degli spudorati, è un fenomeno che ha dell'incredibile. Sì, abbiamo assistito a qualcosa di nuovo e di bello, anche se a tempo determinato. Non riusciva più a nessuno, di smuoverci in questo modo. Ci sei riuscita tu, sventurata Eluana. Da vegetale, senza vita e senza speranza, ci hai spinto ad alzare la testa. Hai cocciutamente smosso la parte migliore di noi. In questo clima di tristezza, diventa ancora più attuale la domanda che nel modo più o meno serio, più o meno rigoroso, più o meno raffinato, ci siamo tutti posti negli ultimi giorni: allora, come si misura la vita? Dai battiti cardiaci? Dallo stato di coscienza? Dal livello di produttività? È evidente: in base a questi parametri, tu eri facilmente classificata come vegetale. Nel senso che mantenevi qualche funzione primaria, ma non avevi coscienza e non eri in grado di produrre nulla: nemmeno una parola, nemmeno un'occhiata. Ma se per un attimo proviamo a misurare il livello di vita in un altro modo, cioè in base alla capacità di incidere sulla realtà degli uomini, evidentemente non potevi restare confinata nel mondo vegetale. Con il tuo linguaggio molto particolare, dolcissima ragazza, hai inciso sulla realtà in modo pesante, profondo, sconvolgente. La tua vita terminale non era qualcosa di marginale, di fittizio, di inutile: nelle ultime ore è imperiosamente diventata la vita più feconda e più interessante di tutte. Se vegetale, eri il più bel fiore che sia mai sbocciato sui suoli italiani: senza fare e senza dire niente, hai suscitato l'attenzione e la compassione, le emozioni e le riflessioni di un'intera nazione. No, non eri niente male, come vegetale. Averne, di queste creature inutili e inservibili. Bisognerà cominciare a chiederti scusa e a rivolgerti sincera gratitudine. Per anni, tutti abbiamo sperato e pregato che avvenisse un miracolo, l'eccezionale miracolo capace di rianimarti dal tuo insondabile torpore. Ma nel silenzio e nel mistero, senza che ce ne accorgessimo, il miracolo l'hai fatto tu a noi: hai svegliato dal coma le nostre coscienze, almeno per un po'. (di Cristiano Gatti)

La carezza del Nazareno

15:29 / Pubblicato da Alessandro / commenti (0)

ELUANA «CI VORREBBE UNA CAREZZA DEL NAZARENO» «L’esistenza è uno spazio che ci hanno regalato e che dobbiamo riempire di senso, sempre e comunque» (Enzo Jannacci, Corriere della Sera, 6 febbraio 2009). Ma una vita come quella di Eluana si può riempire di senso? Ha ancora significato? La morte di Eluana non ha chiuso la porta a queste domande. Anzi. Non è tutto finito, come un fallimento della speranza per chi la voleva ancora in vita, o come una liberazione per chi non riteneva più sopportabile quella situazione. Proprio ora la sfida si fa più radicale per tutti. La morte di Eluana urge come un pungolo: come ciascuno di noi ha collaborato a riempire di senso la sua vita, che contributo ha dato a coloro che erano più direttamente colpiti dalla sua malattia, cominciando da suo padre? Quando la realtà ci mette alle strette, la nostra misura non è in grado di offrire il senso di cui abbiamo bisogno per andare avanti. Soprattutto, di fronte a circostanze dolorose e ingiuste, che non sembrano destinate a cambiare o a risolversi, viene da domandarsi: che senso ha? La vita non è forse un inganno? Il senso di vuoto avanza, se rimaniamo prigionieri della nostra ragione ridotta a misura, incapace di reggere l’urto della contraddizione. Ci troviamo smarriti e da soli con la nostra impotenza, col sospetto che in fondo tutto è niente. Possiamo «riempire di senso» una vita quando ci troviamo davanti a una persona come Eluana? Possiamo sopportare la sofferenza quando supera la nostra misura? Da soli non ce la facciamo. Occorre imbattersi nella presenza di qualcuno che sperimenti come piena di senso quella vita che noi stessi invece viviamo come un vuoto devastante. Neanche a Cristo è stato risparmiato lo sgomento del dolore e del male, fino alla morte. Ma che cosa in Lui ha fatto la differenza? Che fosse più bravo? Che avesse più energia morale di noi? No, tanto è vero che nel momento più terribile della prova ha domandato che gli fosse risparmiata la croce. In Cristo è stato sconfitto il sospetto che la vita fosse ultimamente un fallimento: ha vinto il Suo legame col Padre. Benedetto XVI ha ricordato che per sperare «l’essere umano ha bisogno dell’amore incondizionato. Ha bisogno di quella certezza che gli fa dire: “Né morte né vita… potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù” (Rm 8,38-39). Se esiste questo amore assoluto con la sua certezza assoluta, allora – soltanto allora – l’uomo è “redento”, qualunque cosa gli accada nel caso particolare» (Spe salvi 26). La presenza di Cristo è l’unico fatto che può dare senso al dolore e all’ingiustizia. Riconoscere la positività che vince ogni solitudine e violenza è possibile solo grazie all’incontro con persone che testimoniano che la vita vale più della malattia e della morte. Questo sono state per Eluana le suore che l’hanno accudita per tanti anni, perché, come ha detto Jannacci, anche oggi «ci vorrebbe una carezza del Nazareno, avremmo così tanto bisogno di una sua carezza», di quell’uomo che duemila anni fa ha detto, rivolgendosi alla vedova di Nain: «Donna, non piangere!». Comunione e Liberazione 10 febbraio 2009

9 febbraio 2009, ore 20.24

21:48 / Pubblicato da Paolo Vites / commenti (2)

"Eluana è morta": allora era viva. Non si può morire se non si è vivi. Che il Signore la accolga in Paradiso. E abbia misericordia del nostro male.

Un Amore Infinito.

20:06 / Pubblicato da Alessandro / commenti (0)

Pubblichiamo questa lettera, scritta alcune settimane fa, certi che abbia molto a che fare con la vicenda di Eluana. Sono righe inviate da una nostra amica ad una ragazza che, scoprendo in gravidanza di aspettare un bimbo “imperfetto”, ha deciso di abortire. Cara Maria (chiameremo così la nostra amica n.d.r.), innanzitutto ti chiedo di perdonare questa intrusione improvvisa nella tua vita in un momento che so essere per te molto difficile. Sono Francesca e sono la mamma di Sara, Simone e Benedetta; come credo Simona ti abbia già raccontato mio figlio Simone tre anni fa è andato in Paradiso, all'età di sei anni appena. Simone era affetto da Sindrome di Down, ma direi che questo era l'ultimo dei suoi problemi perchè la vera lotta della sua breve vita è stata contro una grave malformazione dell'esofago che lo ha sempre costretto a nutrirsi attraverso un sondino e lo ha costretto a subire molti interventi chirurgici e lunghi ricoveri, tanto che non ha mai imparato nè a parlare nè a camminare. Il motivo per cui tento di scriverti queste righe è che vorrei provare a raccontarti che quando ho saputo che mio figlio aveva queste problematiche ero alla 23 settimana di gravidanza, avevo già una bimba di soli due anni e lo smarrimento e la confusione erano davvero immensi, ma nessuno di quei tremendi pensieri riusciva a contraddire una verità che sentivo nel profondo del mio cuore: lui era il mio bambino. Quando la dottoressa del Gaslini terminò di comunicarmi la diagnosi mi fece una domanda che mi gela le ossa ancora adesso che sono passati più di nove anni: "cosa vuole fare?". Io in quell'istante, pur facendomela sotto, ho capito che non c'era dolore, difetto, diversità, limite, imperfezione, che avrebbe mai potuto portarmi a rispondere qualcos'altro, e le ho risposto: "niente, aspetto che nasca mio figlio". Lei era stupita della mia risposta e si è complimentata per il mio coraggio, come poi altre volte mi è capitato, ma io ti giuro che ancor oggi non riesco a capire come possa volerci del coraggio ad amare tuo figlio, a maggior ragione se è malato! Continuavo a pensare a Sara, la mia primogenita, ma anche a tutti gli altri bambini che conoscevo, belli, sani e intelligenti, e mi chiedevo: ma se si ammalassero gravemente per qualche ragione e perdessero in tutto o in parte quelle qualità che fanno di loro dei bambini "ben riusciti"??? Cosa faremmo? La risposta va da sè: li ameremmo, e se è possibile ancora di più. Saremmo al loro fianco in ogni istante difficile, in ogni cosa nella quale non riescono, cercheremmo di aiutarli a crescere, faremmo tutto quello che possiamo perchè siano felici. In parole povere faremmo semplicemente le mamme e i papà. Certo, soffrendo e lottando forse un po' di più. E allora perchè il solo fatto che lui non fosse ancora venuto alla luce doveva mettere in dubbio che fosse mio figlio e io la sua mamma? Cos'era, una questione di dimensioni? Di guardarsi negli occhi? Di sentire la sua voce? Ma ad una donna in quell'attimo sconvolgente e miracoloso in cui scopre di essere incinta servono questi "dati" per sentirsi in attesa di un figlio? Io sono una poveretta con una media istruzione e una media intelligenza ma azzardo a rispondere con certezza di no. Cara Maria, vorrei poterti raccontare quanta gioia, quanta vera felicità, quanta commozione abbia portato Simone nella nostra famiglia e tra i nostri amici, quanto sia valsa la pena di dire di si, di accogliere la sua esistenza anche se lui non era perfetto e il suo corpo non era sano. Vorrei poterti raccontare che ricomincerei tutto da capo, se potessi, che i suoi sorrisi, il suo chiamarmi mamma (e chiamare mamma tutto il resto, compreso suo padre!), le sue manine che battevano quando era felice, i suoi capricci, i suoi splendidi occhi lieti e fiduciosi, la sua voglia di vivere, mi mancano immensamente e non rimpiango nulla se non il fatto che avrei voluto averlo con me per sempre. Ma mi rendo conto che forse mi sono dilungata un pò troppo, e ti chiedo ancora scusa. Cara Maria, c'è un'evidenza contro la quale spesso noi poveri uomini cerchiamo invano di combattere, non so bene perchè, ed è che la vita è assolutamente, inevitabilmente un dono. L'espressione "aspettare un figlio" è di una struggente verità perchè nella parola "attesa" c'è tutta la nostra impotenza, il nostro bisogno di affidarci, la nostra impossibilità di creare qualcosa da soli. Noi possiamo solo attendere. Una mamma attende che arrivi il suo bambino, proprio quello e non un altro, e lui attende nel silenzio e nel calduccio della pancia di essere abbracciato e amato. So che queste parole sono dure, nella loro banalità, e immagino che tu stia soffrendo, insieme a tuo marito, mentre ti chiedi come usare la tua libertà; io posso solo suggerirti di usarla per dire di si a questo dono, anche se adesso non ti sembra tale. Sono certa che se dirai di si nella tua vita si riverserà un amore Infinito, che ti ripagherà di ogni fatica, e ne sono certa perchè a me è successo esattamente questo. Ti abbraccio forte, Francesca.

L'ateo Jannacci

08:28 / Pubblicato da Paolo Vites / commenti (2)

«La vita è importante anche quando è inerme e indifesa. Fosse mio figlio mi basterebbe un battito di ciglio» Fonte: Corriere della Sera, http://www.corriere.it/cronache/09_febbraio_06/jannacci_eluana_fabio_cutri_1fd6ba3e-f41a-11dd-952a-00144f02aabc.shtml Enzo Jannacci (Foto Rai)MILANO - Ci vorrebbe una carezza del Nazareno» dice a un certo punto, e non è per niente una frase buttata lì, nella sua voce non c'è nemmeno un filo dell'ironia che da cinquant'anni rende inconfondibili le sue canzoni. Di fronte a Eluana e a chi è nelle sue condizioni — «persone vive solo in apparenza, ma vive» — Enzo Jannacci, «ateo laico molto imprudente», invoca il Cristo perché lui, come medico, si sente soltanto di alzare le braccia: «Non staccherei mai una spina e mai sospenderei l'alimentazione a un paziente: interrompere una vita è allucinante e bestiale». È un discorso che vale anche nei confronti di chi ha trascorso diciassette anni in stato vegetativo? «Sono tanti, lo so, ma valgono per noi, e non sappiamo nulla di come sono vissuti da una persona in coma vigile. Nessuno può entrare nel loro sonno misterioso e dirci cosa sia davvero, perciò non è giusto misurarlo con il tempo dei nostri orologi. Ecco perché vale sempre la pena di aspettare: quando e se sarà il momento, le cellule del paziente moriranno da sole. E poi non dobbiamo dimenticarci che la medicina è una cosa meravigliosa, in grado di fare progressi straordinari e inattesi». Ma una volta che il cervello non reagisce più, l'attesa non rischia di essere inutile? «Piano, piano... inutile? Cervello morto? Si usano queste espressioni troppo alla leggera. Se si trattasse di mio figlio basterebbe un solo battito delle ciglia a farmelo sentire vivo. Non sopporterei l'idea di non potergli più stare accanto». Sono considerazioni di un genitore o di un medico? «Io da medico ragiono esattamente così: la vita è sempre importante, non soltanto quando è attraente ed emozionante, ma anche se si presenta inerme e indifesa. L'esistenza è uno spazio che ci hanno regalato e che dobbiamo riempire di senso, sempre e comunque. Decidere di interromperla in un ospedale non è come fare una tracheotomia...». Cosa si sentirebbe di dire a Beppino Englaro? «Bisogna stare molto vicini a questo padre». Non pensa che ci possano essere delle situazioni in cui una persona abbia il diritto di anticipare la propria morte? «Sì, quando il paziente soffre terribilmente e la medicina non riesce più ad alleviare il dolore. Ma anche in quel caso non vorrei mai essere io a dover "staccare una spina": sono un vigliacco e confido nel fatto che ci siano medici più coraggiosi di me». Come affronterebbe un paziente infermo che non ritiene più dignitosa la sua esistenza? «Cercherei di convincerlo che la dignità non dipende dal proprio stato di salute ma sta nel coraggio con cui si affronta il destino. E poi direi alla sua famiglia e ai suoi amici che chi percepisce solitudine intorno a sé si arrende prima. Parlo per esperienza: conosco decide di ragazzi meravigliosi che riescono a vivere, ad amare e a farsi amare anche se devono invecchiare su un letto o una carrozzina». Quarant'anni fa la pensava allo stesso modo? «Alla fine degli anni Sessanta andai a specializzarmi in cardiochirurgia negli Stati Uniti. In reparto mi rimproveravano: "Lei si innamora dei pazienti, li va a trovare troppo di frequente e si interessa di cose che non c'entrano con la terapia: i dottori sono tecnici, per tutto il resto ci sono gli psicologi e i preti". Decisero di mandarmi a lavorare in rianimazione, "così può attaccarsi a loro finché vuole"... ecco, stare dove la vita è ridotta a un filo sottile è traumatico ma può insegnare parecchie cose a un dottore. C'è anche dell'altro, però». Che cosa? «In questi ultimi anni la figura del Cristo è diventata per me fondamentale: è il pensiero della sua fine in croce a rendermi impossibile anche solo l'idea di aiutare qualcuno a morire. Se il Nazareno tornasse ci prenderebbe a sberle tutti quanti. Ce lo meritiamo, eccome, però avremmo così tanto bisogno di una sua carezza».

Quella neolingua che parla della sorte da riservare ai “diversamente vivi”

12:46 / Pubblicato da Paolo Vites / commenti (3)

L'ambulanza con a bordo Eluana Englaro e' arrivata alla clinica 'La Quiete' di Udine qualche minuto prima delle sei di questa mattina, dopo un viaggio notturno. A Lecco, davanti alla clinica da cui Eluana e' partita, ci sono state proteste di aderenti di associazioni contrarie all'esecuzione della sentenza, che si sono stesi sul cofano dell'ambulanza per impedire la partenza. Una situazione sbloccata dall'arrivo della Polizia. Ad attendere la donna in stato vegetativo, una selva di giornalisti. Nella struttura, dovrebbe consumarsi l'ultimo capitolo per Eluana, in coma da 17 anni, con la sospensione dell'alimentazione e idratazione forzata. (Afv/Gs/Adnkronos) "Se ci verrà chiesto siamo disposti ad accogliere Eluana in una struttura pubblica”. Nel novissimo dizionario della postmodernità laicista, ricordiamoci che “accogliere” si traduce “provocare la morte per fame e per sete”. Prendiamone nota, perché altrimenti le parole del presidente della regione Piemonte, Mercedes Bresso, estrapolate tra cinquant’anni dal contesto che le ha prodotte, rischierebbero di essere fraintese. Rischierebbe di essere frainteso anche il giurista Amedeo Santosuosso, che al Corriere della Sera parla di “diritto alla salute”. Per Eluana, dice, quel diritto “ora consiste nella sospensione di nutrizione e idratazione”. E’ chiaro? Da questo momento, quando sentiremo parlare di “diritto alla salute”, dobbiamo sapere che può voler dire: “Far morire di fame e di sete una persona che ha bisogno di acqua e cibo per vivere”. Come chiunque, del resto. Nel novissimo dizionario postmoderno leggiamo anche che la fine comminata per fame e per sete a una disabile in stato vegetativo persistente – il cui corpo testimonia da diciassette anni un inequivocabile attaccamento alla vita – diventa, nella forbita argomentazione dell’illustre avvocato Carlo Federico Grosso, l’“epilogo ormai logico e naturale”. Ecco, va fatta la massima attenzione: c’è un nuovo significato di “naturale”. Eluana sarà accompagnata alla “morte naturale”, ha scritto Piero Colaprico su Repubblica; faceva eco al padre di Eluana Englaro, Beppino, quando chiedeva che Eluana riprendesse “il suo cammino della morte naturale, interrotta dalla rianimazione e dalle terapie forzate”. “Morte naturale”, prendiamo dunque nota, è la morte per fame e per sete. Eluana non può mangiare e bere da sola – come un neonato, come qualsiasi grave disabile – e dunque poche storie: nutrirla e dissetarla significa ostacolare il naturale corso degli eventi. Ma siamo davvero incorreggibili: ci ostiniamo a chiamare Eluana “disabile”. Eppure la bioeticista animalista Luisella Battaglia ha scritto che la donna è stata indebitamente “promossa” a disabile da Eugenia Roccella. Non è una disabile, semmai è “diversamente viva”. A quando “post persona”? Questione di tempo, non c’è fretta. Il novissimo dizionario della postmodernità eutanasica sa il fatto suo. Dedica pagine e pagine alla parola “libertà”, da sola o in opportuna compagnia di “diritto”. “Per la libertà di Eluana”, ovvero per la sua morte procurata per sete e per fame, era lo slogan della manifestazione radicale a Lecco, sabato scorso. Quella culminata con la consegna delle diciassette rose (una per ogni anno passato dalla donna in stato vegetativo) a Beppino Englaro, come anticipazione o in sostituzione delle corone funebri. Il ritardo nel comminare quella morte, e l’atto di indirizzo del ministro Sacconi che ricorda alle strutture sanitarie la loro funzione, diventano così “lesione di un diritto”. Dei “diritti di un padre, che dopo aver sofferto per diciassette anni, si vede adesso sballottato da una istituzione all’altra. E da una interdizione all’altra”, si indigna la solita Bresso. Ha spiegato il dottor Mario Riccio, quello che ha staccato il respiratore a Piergiorgio Welby: “Non sono i medici che mancano al padre di Eluana, ma la struttura. Seppure non collegare il sondino alla sacca per l’alimentazione e l’idratazione è, nei fatti, un atto più semplice che staccare il respiratore e sedare il paziente, come è avvenuto per Welby, la situazione è più complessa. Si tratta infatti di non prescrivere la sacca per quindici-venti giorni di seguito”. Non “un unico atto attivo, ma un atto passivo ripetuto per molti giorni”. E’ la famosa “morte naturale”, l’“epilogo naturale” della scandalosa vita di Eluana, è il “protocollo operativo di distacco dell’alimentazione artificiale” che la clinica Città di Udine aveva predisposto con ogni cura. Loro erano certamente disposti ad “accogliere” Eluana (vedi sopra per la vera traduzione) ma poi è intervenuto Sacconi e il protocollo operativo a cura dei volenterosi volontari per la libertà di Eluana ha subito ritardi. Nel dizionario non mancano la “volontà di Eluana”, la sua “autodeterminazione”: traduzioni certificate da sentenza di quello che altri dicono di lei (“di fatto, Eluana continua a non vedere rispettata la propria volontà”, dice il neurologo Defanti). Si comprende l’impazienza della curatrice speciale: “Siamo sempre pronti a valutare qualunque disponibilità purché non rappresenti ulteriore perdita di tempo”. Cercasi volenterosi esecutori di sentenza di morte. Astenersi perditempo. C’è in programma la “morte dignitosa” di Eluana Englaro. Basta ricordarsi che “dignità”, nel novissimo dizionario della postmodernità eutanasica, significa soppressione di un disabile, per fame e per sete. da: Il Foglio, http://www.ilfoglio.it/soloqui/1803