Ieri, 26 febbraio, è morta la nostra amica Roberta. Lascia due bambini. Non ho cose intelligenti da dire. Solo una cosa "conveniente", molto conveniente da fare. Per tutti. Affidarla alla Madonna, unica Madre misericordiosa. E affidarle la mia vita. Consapevole che (come ricorda S.Teresa di Lisieux) non è la morte a cercarci ma il buon Dio. "Holy Mother" di Clampton è una preghiera. “Madre Santa, dove sei?/ Stanotte sono a pezzi/ Ho visto le stelle cadere dal cielo/ Madre Santa, non posso trattenermi dal piangere./ Oh, stavolta ho bisogno del tuo aiuto/ Fai che finisca questa notte di solitudine/ Dimmi per favore per quale via andare/ per ritrovare me stesso di nuovo./ Madre Santa ascolta la mia preghiera/ In qualche modo so che ci sei sempre/ Manda un po’ di pace al mio cuore/ toglimi questa angoscia./ non posso più aspettare a lungo, non farti attendere ancora. “Madre Santa ascolta il mio pianto/ io ho imprecato il tuo nome migliaia di volte/ ho sentito la rabbia attraversarmi l’anima/ ma ora ho bisogno della tua mano da poter afferrare./ Oh sento che la fine sta arrivando/ le mie gambe non correranno più a lungo/ Tu sai che in questa notte io preferirei essere tra le tue braccia”. E il finale, dolcissimo: “Quando le mie mani non suoneranno più/ la mia voce ci sarà ancora, ma io svanirò/ Madre Santa, allora io sarò/ disteso, in salvo tra le tue braccia”. Alla fine conta solo poter essere perdonati e abbracciati. Il resto è nulla.
Cari amici,
Patrizia era una giovane prostituta di 19 anni. Era stata trovata nuda, violentata, distrutta in tutti i sensi e portata qui. AIDS galoppante. Spaurita come un pulcino nella stoppa. Lavata, pulita, baciata, abbracciata: cambia, sorride, diventa lei, lei come inizio di coscienza di “io sono Tu che mi fai”. Il suo bisogno di amore è più grande della fame che la portava a mangiare il cartone.
Un giorno dice alla psicologa: “vivevo prostituendomi perché almeno così qualcuno mi toccava, mi baciava, mi stava vicina…e mi dava un po’ di soldi”.
Ascoltavo commosso quelle parole perché anch’io sarei stato come lei se quel 25 di Marzo 1989 non fossi stato abbracciato da Giussani e poi da P.Alberto e poi da P.Paolino, da don Massimo ed ora da Carron.
Dopo quel colloquio l’ho baciata, abbracciata, le ho detto che le voglio bene. Finalmente un povero uomo…ma diverso da chi l’ha usata perché continuamente cosciente di essere abbracciato da un Altro, ma un altro concreto come nei giorni scorsi nell’esperienza dei responsabili dell’America Latina e dai miei amici gli Zerbini, Julian de la Morena, Paolino e Daf e questo mio popolo, anche lui nato da quell’abbraccio di 20 anni fa. Che commozione quando i giorni scorsi ho condiviso alcuni giorni di vacanza con gli Zerbini, che si erano preoccupati perfino della mia dieta (sono diabetico), di darmi una camera singola sapendo della mia fatica a dormire…e quando sono tornato ad Asuncion mi hanno subito chiamato per vedere come ero arrivato, se stavo bene ecc…
Un abbraccio che diventa sempre più grande perché l’uomo ha solo bisogno di questo. Che dolore quando vedo che spesso noi preti o consacrati siamo come un ferro arrugginito con uno sguardo spento.
Così domenica Patrizia, dopo 15 giorni fra noi, ha ricevuto il Battesimo, la Cresima e la prima Comunione. Mi piacerebbe mandarvi le foto, ma mi sembra di capire che al Nord del mondo certe foto danno fastidio quando ricordano che la realtà grida: “Lui esiste”.
Comunque da domenica Patrizia è solo Patrizia, senza nessun aggettivo o sostantivo a fianco. Da ieri lei ha cominciato a sorridere. Amici, Patrizia sa una cosa: “io sono Tu che mi fai”. Come padrini P.Aldo e un’anziana signora del mio ricovero (casa famiglia) senza memoria, ma ogni tanto cosciente…quando l’abbraccio e le parlo con affetto.
Amici cari, sono morte 4 persone questi giorni nella clinica…ma la morte ormai sorride, non è più arrabbiata perché si è resa conto che la vita è più forte e la vita è Gesù.
Un abbraccio
Uno splendido pezzo di Billy Corgan (Smashing Pumpkins), Farewell and Goodnight.
Ho visto il video dopo aver riletto una poesia di Ungaretti (l'unica che ho mai imparato a memoria) ritrovata mentre cercavo di mettere un po' d'ordine tra i vecchi libri messi lì alla rinfusa. Che c'entra? ...
SERENO
Bosco di Courton luglio 1918 (Ungaretti era al fronte)
Dopo tanta nebbia
a una
a unasi svelano le stelle
Respiro
il frescoche mi lascia
il colore del cieloMi riconosco
immaginepasseggera
presa in un giro
immortale
Farewell and goodnight goodnight, to every little hour that you sleep tite may it hold you through the winter of a long night and keep you from the loneliness of yourself heart strung is your heart frayed and empty cause it's hard luck, when no one understands your love it's unsung, and i say goodnight, my love, to every hour in every day goodnight, always, to all that's in your heart goodnight, may your dreams be so happy and your head lite with the wishes of a sandman and a night light be careful not to let the bedbugs sleep tight nestled in your covers the sun shines but i don't a silver rain will wash away and you can tell, it's just as well goodnight, my love, to every hour in every day goodnight, always to all that's pure that's in your heartAddio e buonanotte
Buonanotte, a ogni piccola ora in cui dormi possa sostenerti durante l'inverno di una lunga notte e salvarti dalla tua solitudine il cuore legato è il tuo cuore consumato e vuoto perchè è dura, quando nessuno comprende il tuo amore non è celebrato, e io dico buonanotte, amore mio, ad ogni ora di ogni giorno buonanotte, sempre, a tutto ciò che c'è di puro nel tuo cuore buonanotte, possano i tuoi sogni essere così felici testa leggera con gli auguri di un uomo di sabbia e una luce notturna stai attenta non lasciare dormire le cimici strette ai tuoi lenzuoli il sole splende ma io no una pioggia argentea laverà via e tu potrai distinguere, per capire che è lo stesso buonanotte, amore mio, ad ogni ora di ogni giorno buonanotte, sempre, a tutto ciò che c'è di puro nel tuo cuore.
Frasi tratte da un libro: «La vita di Cash diventò caratterizzata da uno spirito di gratitudine. Sentiva che aveva avuto una vita benedetta e non ne avrebbe cambiato un solo minuto».
«Alla fine Johnny ha realizzato il sogno di vivere una vita che semplificasse il potere della redenzione. Ha combattuto la battaglia giusta. Ha partecipato alla gara. Ha mantenuto la fede». A chi chiede “ma chi è questo Johnny Cash”? la risposta non è “un uomo religioso, un monaco”, bensì “un cantante americano, uno dei più famosi per giunta”.
Un cantante country, che ha vissuto con la chitarra in una mano e la Bibbia nell’altra. Un uomo che ha vissuto il successo totale condito di alcool e anfetamine, che mille volte è caduto e mille si è ripreso, sempre cercando di rendere grazie a Dio. Tutto questo, storia e risvolti umani, è contenuto in uno dei più bei libri musicali che mi sia capitato di leggere: Johnny Cash, la vita, l’amore e la fede di una leggenda americana (Ed. Kowalsky; titolo originale: The man called Cash).
Scritto da Steve Turner, già autore di Paperback Beatles e di Conversations con Clapton, il libro racconta la vita di Cash con una partecipazione e una ricchezza di particolari da condurre per mano il lettore-ascoltatore dentro una storia umana di intensità sconosciuta. La storia di questo musicista è già stata in parte portata sullo schermo in Quando l’amore brucia l’anima, ma il film - con Joaquim Phoenix - si fermava ben lontano dalla realtà storica, non fosse altro perchè concudeva la sua narrazione negli anni Sessanta, nei giorni del matrimonio felice con June Carter.
La vicenda musicale di Johnny è nata insieme alla nascita del rock’n’nroll, nei giorni di Elvis e Carl Perkins, si è snodata attorno a canzoni immortali come Folsom Prison Blues e Ring of fire, ha assunto toni di leggenda negli anni Settanta e Ottanta grazie alla sua voce inconfondibile, ed è diventata negli ultimi anni punto di riferimento per musicisti di generazioni più recenti, come Bono (U2), Nick Cave e Trent Reznor.
Johnny Cash è morto il 12 settembre 2003, a 71 anni, pochi mesi dopo sua moglie. Il Time gli ha dedicato una celebre copertina. Una delle sue ultime parole è stata «Il Signore della vita è stato buono con me». Questo libro ne racconta la storia. Vale la pena leggerlo. (Walter Gatti da: "Il Sussidiario")
Il libro racconta e racconta, nella migliore tradizione delle biografie “sul campo”: decine di interviste, testi, ritagli di giornale, citazioni mai supponenti, tratteggiando con partecipazione le ombre e le luci di una figura che negli States è stata influente come quella di Elvis Presley o di Bob Dylan.
Ci sono i dischi e i concerti, il folk e il gospel, le amicizie e l’umanità («Johnny Cash è un vero eroe americano. Era di origini umili, come Abramo Lincoln, ed è diventato amico e fonte di ispirazione di carcerati e presidenti. Aveva il dono di far sentire chiunque la persona più importante del mondo»: queste le parole di Kris Kristofferson, cantante country e attore, nella prefazione), le milioni di copie vendute, i soldi sperperati, i 5 figli - John, Rosane, Tara, Kathy e Cindy - amati e a volte dimenticati, c’è l’universo dell’America tradizionale, quella del Sud, che prova a vivere i vecchi valori in una società cambiata, rivoluzionata, un’America che sbatte la testa, che prova a rialzarsi, che prega.
L’onestà intellettuale di Turner, l’autore, salta fuori nei capitoli del racconto della fede di Johnny Cash. Una fede totale, continua: i periodi bui, autodistruttivi di Johnny, sono raccontati con accento freddo, come pure le “resurrezioni”, narrate come un continuo ritorno a casa del figliol prodigo.
Su tutto la certezza del musicista che le cadute erano le prove per costruire una fede più grande: «Suo figlio, John Carter, riteneva che la sua forza spirituale fosse il risultato di tutte le avversità affrontate. Lui era come Pietro per Cristo. Credo che Dio sapesse che mio padre avrebbe sofferto, che sarebbe caduto, ma vide in lui qualcosa che sarebbe stato un fondamento per molte persone, così come Cristo vedeva qualcosa in Pietro».
Per comprendere l'importanza di questo film è opportuno ricordare quanto avvenne più di mezzo secolo fa. Il 1° settembre 1939 la Germania invase la Polonia da ovest, 16 giorni dopo vi fu l'occupazione ad est da parte dell' Unione Sovietica. Migliaia di soldati polacchi vennero imprigionati in campi di concentramento: per ordine di Stalin furono uccisi e i loro corpi fatti sparire. Qui sotto puoi cliccare sul trailer.
All'indirizzo web seguente, la bellissima intervista al regista, tratta dal settimanale "Tempi"
http://www.tempi.it/intervista/005652-il-caso-wajda-il-maestro-censurato
Una trattoria di provincia, una cameriera resta colpita da un gruppo di clienti, scrive loro una lettera. Altro non è che un documento di come accade il cristianesimo,di come si trasmette. Con esso una speranza per sè. Non è solo merito di una sensibilità particolare,di buona educazione,neppure di passione per le rivendicazioni di classe. Solo un umanità cambiata, educata, trasfigurata da un amore più grande di ogni cosa, è capace di una passione per tutto e tutti, ogni gesto anche il mangiare diventa occasione per testimoniare la Bellezza incontrata che sola può cambiare il mondo .Una cosa dell'altro mondo in questo mondo. (dal blog: Affezione alle circostanze)
Gentilissimi signori ...,
so per certo che ricevere una lettera da me vi apparirà parecchio strano. Beh vi assicuro che è più strano per me scriverla. E so che sarò ancor più imbarazzata quando ve la consegnerò,per non parlare di quando vi rincontrerò la volta dopo,con la consapevolezza che l'avete letta. Vi starete domandando il motivo di questo gesto......In effetti me lo sto domandando anch'io. Non lo so,non l'ho mai fatto prima d'ora. Non mi è mai capitata la necessità di esprimere a dei clienti,con cui tra l'altro la confidenza è minima,quello che penso di loro. Ma quest'anno ho voluto cogliere l'occasione del Natale per farlo. Prendetelo come il mio personale augurio. Sono quasi sette anni che lavoro in trattoria, ed è tanto che vi osservo. Ne ho conosciuta di gente qui,di ogni genere. Ci sono stati clienti a cui mi sono affezionata tantissimo, al punto da piangere quando ho saputo che andavano via. Clienti la cui presenza mi infastidiva,altri che ho disprezzato,altri che mi lasciavano indifferente. E poi voi;una categoria a parte. Poche volte ho incontrato,anche fuori dal lavoro,persone così. Io vi stimo,vi apprezzo in modo tale che ogni tanto mi stupisco di come una ragazza con il mio carattere riesca a non dimostrarlo. Vi ascolto quando parlate, so che non dovrei farlo,so che sono invadente perchè sono affari che non mi riguardano......ma ascoltare i discorsi dei clienti è il mio passatempo durante il lavoro. Vi ascolto con grande interesse perchè quello che dite è sempre maledettamente intelligente. Vi ascolto quando parlate dei vostri viaggi,quando raccontate episodi accaduti negli incontri con culture diverse;rimango stupefatta quando vi sento parlare al telefono lingue sconosciute. Mi piace sentirvi parlare anche per la forma :è bello sentire usare congiuntivi e condizionali al posto giusto. Ma forse della vostra parte intellettuale avrei potuto stufarmi prima o poi. Ed è qui che entra in gioco il resto. Voi mi fate ridere, ed è un divertimento diverso a quelli che sono solita vivere lì. Per capirci le vostre non sono mai chiacchere da bar,non c'è mai volgarità, mai banalità. Voi non avete idea di quanti ricordi io abbia di voi. Dei vostri commenti quando le cose che ordinate sono finite,dei vostri disegnini sui tovaglioli di carta......Di quando uno di voi era a pranzo con un signore straniero e,non sapendo come spiegare cosa fosse il sugo alla zingara,ha improvvisato una canzoncina con balletto per ricordare gli zingari. Potrei riempire pagine numerando ciò che ricordo di voi .Ma non è il caso ,non è finita. C'è dell'altro. Seppure ,e lo dico senza falsa modestia,io abbia una buonissima considerazione della persona che sono,spesso il rispetto della gente è poco di più di quello che si riserva ad una pezza da piedi. Molti,e parlo di quel secondo gruppo composto dai"grandi",mi considerano quella che porta i piatti. Non mi vedono come una lavoratrice che presta un servizio ma che oltre il lavoro è qualcosa di più. Mi offende quando si stupiscono di un mio disegno,o intervengo in una discussione,su loro richiesta,dico qualcosa di intelligente e il mondo sembra fermarsi finchè loro si capacitano che la mia cultura è maggiore di quella che si erano immaginati. Ci sono volte che vorrei gridare loro:<
Non ci ardeva forse il cuore? Don Luigi Giussani, Desio 15 ottobre 1922 - Milano, 22 febbraio 2005 -Lettera di Padre Aldo -
Cari amici, “non ci ardeva il cuore mentre lungo il cammino parlavamo con lui?” Si domandavano i due discepoli di Emmaus. Ebbene, alla fine di questi giorni passati in compagnia di Carron, durante l’incontro responsabili dell’America Latina a S.Paolo e il commovente incontro allo stadio con 15000 amici guidati dai miei carissimi amici, gli Zerbini, è quanto vibra dentro di me.
Ho rivisto vivo, palpitante, fisicamente presente, don Giussani. Guardando Carron, ascoltandolo, lasciandomi provocare dall’intensità della sua umiltà che ci conduce sempre a quello che Giussani definisce “il criterio oggettivo, infallibile per giudicare tutto, il cuore” era evidente che Giussani stava lì. Che bello: per me Giussani non è morto, anzi, direi che in Carron è più vivo di prima. Ed è il mio cuore a dirmelo, perché ero commosso nel seguirlo, era come quel primo giorno che avevo incontrato Giussani in via Martinengo, era come quando 20 anni fa mi ha tenuto con sé due mesi: la stessa intensità di sguardo, una capacità impressionante di parlare al mio io. Davvero nei miei 62 anni solo Giussani ed ora Carron hanno saputo e sono capaci di parlare così al mio cuore. Uno spettacolo che, avvicinandosi l’anniversario della morte di Giussani, mi fa gridare: Giussani è vivo, più vivo di prima perché adesso quelle parole che avevano soffocato il mio cuore, salvandomi dall’ideologia, hanno in me uno spessore impensabile allora. Allora sentivo la verità della promessa, oggi vedo il lento, inesorabile, progressivo compimento. Amici, che razza di uomo questo amico e padre Carron! E come vorrei che con l’intelligenza dei “piccoli”, con la semplicità dei bambini ci potessimo immedesimare con lui, con quanto ci indica. Ho visto in lui il Giovanni Battista: un uomo che rimanda ad altro, ci indica quei segni inconfondibili del Mistero che sono fra noi. Sono tornato commosso, come ai primi giorni del mio incontro con il Giuss, fino al punto di chiedere ai miei ammalati terminali questa mattina: “amici, da oggi in avanti offriamo i nostri dolori ed anche il sacrificio della nostra vita per questo uomo che davvero è la garanzia per ognuno che quell’abbraccio del Giuss mediante il quale Dio ha cambiato la mia vita, segua vivo”. Come vorrei che quanti hanno la grazia di ascoltarlo di frequente o vivergli al fianco vibrassero come vibra il mio cuore da quando due anni fa l’ho conosciuto prendendo sul serio la sua instancabile ripetizione: “io sono Tu che mi fai” o quella del vangelo “anche i capelli del vostro capo sono contati”. È proprio da quel giorno che è sbocciata anche la grande amicizia con gli Zerbini, un’amicizia piena di chiarezza, di tenerezza che ha spinto loro a venire ben due volte a visitarci e a P.Paolino con 4 ragazzini fare 50 ore di corriera per partecipare al grande gesto di domenica scorsa allo stadio.
Amici, uno spettacolo di fede che, credo solo nel Medio Evo era possibile vedere, quando un re aderiva alla fede, tutti aderivano, così come erano, grandi peccatori. Davvero ho rivisto il cuore del Movimento, della libertà. Dopo anni di stanchezza, di rischio di vivere di ricordi, oggi a 62 anni comprendo, vedo che Giussani è vivo ed è vivo se seguiamo radicalmente Carron, assimilandoci con il suo modo di vivere Giussani. La paternità umana di quest’uomo, che ha come centro l’io, la realtà, il cuore umano, commuove e sconvolge tutti. Comeè successo venerdì mattina quando con gli Zerbini ho incontrato il cardinale di S.Paolo e alcuni fra i più importanti Rettori universitari della città.
Amici, volevo solo “festeggiare” con voi la certezza che Giussani vive e che quanti seguono con intelligenza Carron toccano con mano questa verità: siamo più felici, più contenti. Mentre chi vive di nostalgia è triste. Un abbraccio P.Aldo

Cosa resta degli uomini che vissero tra queste mura? Che è lo stesso che chiedersi cosa sarà di noi. C'è un tarlo che rode oggi quassù. È il dubbio del nulla. Lo stesso che porta a far morire una ragazza in coma da troppi anni.
Marina Corradi (da TEMPI)
Siamo andati al Castello Sforzesco domenica, a fare il giro delle merlate. Ci hanno portati su per antiche scale, in alto, fino ai tetti e ai camminamenti da cui si vede Milano, sotto, che s'allarga grigia. Era una giornata fredda e bellissima, il cielo di un blu assoluto, spietato. In quella limpidezza la città stava scoperta, impudica come una donna non giovane e non bella sorpresa nuda, della sua bruttezza imbarazzata. L'orizzonte però era chiaro talmente, che si vedevano le montagne, e netta anche ogni spaccatura delle rocce. Tutto così nitido in quell'aria tersa, che ogni cosa fra le case e il cielo sembrava tagliata da una lama affilata, quasi crudele.
Su per i camminamenti, dietro ai merli ghibellini nella penombra dei tetti di travi, i passi dei visitatori erano l'unico suono, insieme al frullio d'ali dei piccioni.
Così vicina e così lontana Milano: il Pirelli, il Duomo, la torre Velasca erti sulla distesa di case, come di guardia. E tu a cercare laggiù in mezzo con lo sguardo, là sei nata, là sei andata a scuola, lì sono nati i tuoi figli. La tua vita dentro a questo perimetro tra le vie di Milano, intersecata a milioni di altri sconosciuti destini. E il sole è splendido, il Castello bellissimo, ma qualcosa in tutta questa bellezza duole.
Queste stanze con le loro mura poderose e le torri, e le feritoie a spiare l'avvicinarsi dei nemici, e le ripide scale, testimoniano: uomini hanno vissuto qui in un tempo remoto, tali e quali a noi, e bambini, che per questi antri si rincorrevano a perdifiato, su, fino alla sala dei falconi del duca, dove gli uccelli prigionieri anelavano il cielo.
Dormivano stretti vicini al camino acceso, mentre nella notte la fiamma si spegneva, e in una giornata come questa fremevano per la primavera in arrivo. Ma cosa resta di loro? Qualche lapide, e, dei principi, un ritratto che sotto il tempo scurisce.
Dal basso sale la musica delle giostre, nel parco; e sembra quella di perdute fiere e feste, come quando Beatrice d'Este arrivò in sposa al duca di Milano. Che ne è stato, e dove sono ora tutti? (Che è la stessa cosa che chiedersi cosa sarà di noi, e dei nostri figli).
Quello che duole in questo pomeriggio splendente è un tarlo educato, che rode piano. È il dubbio del nulla. Lo stesso in fondo che porta a far morire una ragazza in coma da troppi anni. Un dubbio che intacca anche chi crede, va in chiesa e cerca d'essere cristiano. La mia vita? L'arco d'anni fra un'alba alla Mangiagalli, quel liceo, quella casa e la pace del Monumentale. Proprio come i principi e i soldati e i bambini che camminavano nelle corti del Castello, e di cui non resta niente sotto al blu ardente di una domenica di vento.
Che cos'è? Smemoratezza, o un danno ereditato nel sangue con la tua generazione? «Ora è vero, ma è stato così a lungo falso che ancora oggi sembra impossibile», dice una poesia di Jimenez
«È vero, è tutto vero», ti ripeti guardando dall'alto Milano; ma quanto dolorosamente l'altra vita promessa ti sembra impossibile.

Sabato sera gli amici dell'Associazione Amici di Simone Tanturli Onlus, hanno proposto un aperitivo “longer” per raccogliere fondi da destinare alla famiglia del piccolo Mattia gravata, tra le altre cose, da diverse spese legate alle sue condizioni di salute.
Detto questo potremmo aver detto tutto. Invece no. Invece vale la pena raccontare ancora una volta la Bellezza di questi momenti, fatta di tante piccole e grandi cose, fatta dei volti degli amici che puliscono la verdura, che “provano” i cocktails, che ritagliano gli addobbi di cartone o che preparano la pasta. Bellezza fatta dello stupore di girarsi e trovare la sala piena zeppa di persone.
E' la Bellezza dello stare insieme, del muoversi, del camminare insieme, pur se diversissimi tra noi, perchè per riunire più di 150 persone di età compresa tra i 6 mesi e i 70 anni e oltre ci vuole una ragione.
La ragione è l'amicizia che ci lega attraverso la comune passione al Destino, è la storia di ognuno che converge in un unico punto fermo: l'Amore che Dio ha per noi, riconosciuto e testimoniato, cioè vissuto.
Grazie infine a tutti, a chi è venuto e a chi non ha potuto. Un grazie particolare a Paolo Vites che ha condiviso con noi questa serata testimoniandoci (la scusa era la presentazione del suo bellissimo libro) della Bellezza, dell'Amore appassionato alla Realtà, tutta.
Grazie ai suoi amici musicisti, che ci hanno offerto, gratuitamente, se stessi, raccontandosi e suonandoci splendide canzoni.
Grazie a Marta e Gianluca che con il loro “si” hanno spalancato le porte al Mistero permettendo a tutti noi di sperimentare che nulla è per il male, neanche il dolore.
