
L'associazione AMICI di SIMONE TANTURLI è una ONLUS - Organizzazione Non Lucrativa di Utilità Sociale - ed è accreditata ad operare in regime di L.80/2005 (+ dai - versi). Per questo le donazioni di aziende e persone fisiche sono deducibili dal reddito complessivo del soggetto erogatore nel limite del dieci per cento del reddito complessivo dichiarato, e comunque nella misura massima di 70.000 euro annui.
BONIFICO BANCARIO:
Come causale del bonifico occorre indicare che è una donazione/erogazione liberale perchè da diritto alla deduzione fiscale, diversamente dalle quote associative (che possono essere pagate sempre tramite bonifico bancario) che non danno nessun beneficio fiscale.
La deduzione fiscale spetta solo se l'erogazione avviene tramite mezzi rintracciabili (banca, bollettino di c/c, etc..)
Donazione ed erogazione liberale sono in sostanza la stessa cosa.
Tecnicamente si usa il termine erogazione liberale
Rif.: art. 14, decreto legge n. 35/2005
Le liberalità in denaro o in natura erogate da enti soggetti all’imposta sulle società in favore delle Onlus sono deducibili fino al 10% del reddito complessivo e comunque non oltre 70.000 EUR/anno.
In alternativa
Rif.: art. 100, comma 2, lettera a) d.P.R. 917/86
Sono deducibili le erogazioni liberali a favore di organizzazioni non governative, per un ammontare complessivamente non superiore al 2% del reddito d’impresa dichiarato.
Rif.: art. 100, comma 2, lettera h) d.P.R. 917/86:
Sono deducibili le erogazioni liberali in denaro, per un importo non superiore a 2.065,83 EUR o al 2% del reddito d’impresa dichiarato, a favore delle Onlus
Rif.: art. 27, legge 133/99 e d.p.c.m. 20/06/2000
Sono deducibili le erogazioni liberali in denaro (o in natura) in favore delle popolazioni colpite da eventi di calamità pubblica o da altri eventi straordinari anche se avvenuti in altri Stati, per il tramite (anche) delle organizzazioni non governative (non vi sono limiti massimi di deducibilità).
Rif.: art. 14, decreto legge n. 35/2005
Le liberalità in denaro o in natura erogate dalle persone fisiche in favore delle Onlus sono deducibili fino al 10% del reddito complessivo dichiarato e comunque non oltre 70.000 EUR/anno.
In alternativa
Rif.: art. 15, comma 1, lettera i-bis) d.P.R. 917/86
Le erogazioni liberali in denaro per un importo non superiore a 2.065,83 EUR (4 milioni di lire) a favore delle Onlus consentono una detrazione d’imposta pari al 19 per cento della donazione effettuata.
In alternativa
Rif.: art. 10, lettera g) d.P.R. 917/86
Dal reddito complessivo si deducono i contributi, le donazioni e le oblazioni erogati in favore delle organizzazioni non governative (Ong) di cui all’articolo 28 della legge 26 febbraio 1987, n. 49, per un importo non superiore al 2 per cento del reddito complessivo dichiarato.

I suoi grandi occhi passavano dal sorriso luminoso alle lacrime in pochi secondi. Guardavi gli occhi di Fernanda Pivano, la Nanda come la chiamavano gli amici, e pensavi: questi sono occhi che hanno incrociato quelli di Cesare Pavese. E di Ernst Hemingway. E di centinaia di altri protagonisti della letteratura del ventesimo secolo. Faceva impressione che questa piccola donna avesse condiviso lavoro, gioie e dolori con tutti questi giganti. Che lei aveva amato profondamente perché amava profondamente la letteratura. Sempre alla ricerca di un nuovo scrittore, di un nuovo amore a cui dedicare notti di lettura. E dopo averlo conosciuto e amato lei, ce lo faceva conoscere ed amare anche a noi. Ha attraversato tutta la seconda metà del secolo scorso con il fuoco della letteratura che le bruciava dentro, da quando aveva avuto come insegnante proprio Cesare Pavese poco prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale. Nel 1943 arriva la sua prima traduzione, quella dell'Antologia di Spoon River e con essa l'inizio di un patto di ferro con il mondo degli scrittori americani. Oggi si può dire, magari scatenando le ire di qualcuno, che la Nanda non fosse proprio una grande traduttrice. Anche il celeberrimo Sulla strada di Jack Kerouac non fu reso in italiano da lei come avrebbe meritato. Quando si andava a cena con lei con qualcuno dei suoi “amici americani”, questi si stupivano di come avesse potuto affrontare tante traduzioni lei che l'inglese non lo masticava proprio bene. Ma non era questo il punto. Più che una traduttrice o una scrittrice, Fernanda Pivano è stata commossa partecipe di uno dei periodi più rigogliosi della storia della letteratura americana, in cui si è infilata senza paura, condividendo amicizie e facendosi carico di proporre questi scrittori a editori di casa nostra che naturalmente giudicavano queste opere perdite di tempo. Lei ci ha rimesso tempo, soldi e salute, ma alla fine ha dimostrato che aveva ragione lei. Anche se traduzioni migliori sono arrivate poi. C'è una foto bellissima che testimonia più di tante parole chi è stata questa piccola grande donna. Sul finire degli anni 60 il poeta americano Allen Ginsberg venne in Italia per alcuni reading. Andò a trovare la sua amica Nanda – che conosceva sin dagli anni 50 – che villeggiava come suo solito a Santa Margherita Ligure. Saputo che in quei giorni ci si trovava anche il grande poeta e scrittore Ezra Pound, le chiese di farglielo incontrare. A Ginsberg, come a tanti americani, non importava nulla dell'ostracismo in cui, per ideologici motivi era stato posto Pound. Importava solo la bellezza delle sue parole. La foto, scattata a Portofino, tempio della mondanità, ritrae Ginsberg, con il suo look del periodo, cioè da hippie, totalmente fuori contesto nel luogo dove si trovavano; la Pivano, sorridente come sempre, ed Ezra Pound con l'aria annoiata di chi vorrebbe essere altrove. Ma è uno scatto formidabile che mette insieme storie culturali e umane diversissime, incroci letterari che hanno reso grande il Ventesimo secolo. Storie di cui spesso la Pivano è stato il collante e il testimone. Come quando portò, nel 1968, un ormai alcolizzato e vicino alla morte Jack Kerouac per una intervista televisiva alla Rai. Un documento doloroso, dove una delle menti più brillanti della letteratura americana ha ormai dato il suo addio, con la Nanda che tenta l'impossibile per tirare fuori una parvenza di intervista. Una generazione di “maledetti” che si erano arresi alla vita, quegli scrittori beat. Lei scherzando diceva: “Facevano sesso, si drogavano davanti ai miei occhi. Ma io non ho mai fatto niente, non mi sono mai drogata né ho fatto l'amore con loro. Che stupida che ero”. A lei bastavano i libri e la loro amicizia. Nel 1965 conobbe Bob Dylan: da donna intelligente aveva capito che la nuova letteratura americana si era travasata da sola nella nuova canzone rock. Fu a Berkeley, in uno dei primi concerti in cui l'ex paladino della canzone di protesta indossava i panni del rocker anfetaminico. Berkeley, avamposto della controcultura rivoluzionaria, fu l'unica città americana dove Bob Dylan non venne fischiato dal pubblico per quella che la sinistra ortodossa giudicava una scelta commerciale. Dopo il concerto andò a cena con lui e Ginsberg. Da allora, la Pivano cercò di rivederlo più volte ma con scarsa fortuna. Dylan era ormai inavvicinabile, e lei ci piangeva sopra. Ma continuava a dedicargli affettuose parole. Negli ultimi anni della sua vita, la Nanda era tornata alla ribalta grazie alla sua riscoperta operata da cantautori di casa nostra, magari più in cerca di una sponsorizzazione che di una vera passione e conoscenza della persona. Per tutti gli anni 80 e i primi 90 infatti in Italia nessuno si era più ricordato di lei. Adesso era tutta una corsa per averla addirittura ospite su qualche disco. Probabilmente il ricordo più bello e sincero è quello operato dal regista Luca Facchini nel suo recente film documentario “Fernanda Pivano, a farewell to Beat”,opera in cui era il regista era riuscito a riportare, dopo tanti anni, la Pivano in America, a dare un ultimo saluto alle tombe dei suoi amici americani. Spesso i suoi grandi occhi neri si riempivano di lacrime. Nel sogno pace & amore degli anni 60 lei ci aveva creduto, ma lo aveva visto sfumare nel nulla. Si consolava con l'amicizia di nuovi eroi, come Lou Reed, il rocker newyorchese che negli ultimi anni la andava a trovare spesso. Una volta, tanti anni fa, mi telefonò a casa a mezzanotte, l'ora in cui lei cominciava a lavorare. “Dottor Vites” mi disse. Nessuno mi aveva mai chiamato così. “Ho letto le sue cose. Ma lei cosa vuole che io faccia per lei?”. Nulla, è già tanto che lei abbia letto le mie cose. “Che strano. Lei è il primo che non mi chiede qualcosa in cambio, lo fanno tutti”.
Forse perché non le ho mai chiesto nulla che quella notte nacque un'amicizia semplice e bella. Erano tempi, inizio anni 90, che della Nanda si erano dimenticati tutti. Non era ancora scattato quel meccanismo di sponsorizzazione che avrebbe accompagnato i suoi ultimi anni, quando personaggi che non avevano mai avuto nulla a che fare con lei e con il suo mondo facevano a gara per averla sul palco o sui loro libri. Lei era davvero sola in quei giorni, e malata. Andavo nella sua casa in via Senato a Milano, rigorosamente dopo le 8 di sera, una casa grande e buia, piena di pile di libri disordinati ovunque, anche sulle seggiole. Non sapevi mai dove sederti. Una infermiera se ne andava e lei compariva, piegata sul suo bastone. Piangeva, tanto. Nessuno mi cerca più. Mi lasciava frugare nei suoi armadi, tra i libri. Roba da far paura: gli originali del San Francisco Chronicle, libri con dediche di Hemingway. Mi permetteva di prendere quello che volevo, per fotocopiarmeli. Il romanzo autografo mai finito di Neal Cassady. Fossi stato lo stronzo che non sono mai riuscito ad essere avrei potuto sparire con quel ben di dio, farci dei soldi e magari anche una carriera.
Dopo andavamo a cena in Corso Venezia, un bel ristorante dove era accolta come una principessa. E finalmente la Nanda sorrideva. Prendeva sempre a fine cena una spremuta di mandarino. Non ci avevo mai pensato. Adesso bevo sempre anche io spremuta di mandarino.
L'ultima volta che ci siamo visti è stato tre o - credo - quattro anni fa. Eric Andersen era venuto a Milano a suonare a una presentazione di una nostra rivista. Aveva insistito perché andassimo a trovarla. "Eric non la sento da tempo, so che è molto malata". Alla fine andammo, aveva cambiato abitazione, una coppia di ragazzi molto zen si prendevano cura di lei. Parlammo, ci salutammo, ci tenemmo la mano. I suoi grandi occhi sorridevano come sempre quando c'era uno dei suoi "amici americani".
Ieri sera ho chiamato l'amico Jacksie per dirgli che la Nanda se n'era andata. C'era anche lui quell'ultima volta con me ed Eric. Mi ha detto che qualche giorno fa se n'è andato anche Francesco, era il chitarrista di Eric Andersen quando il cantautore si esibiva in Italia. L'avevo conosciuto due anni fa a un loro concerto a Bergamo. Si vedevano i segni della malattia, ma lui diceva di sentirsi bene. Invece è andato anche lui, in questo agosto che farà pure un caldo torrido e bastardo, ma dentro di me sento freddo, con tutti questi amici che se ne vanno. "Care stelle", come ha detto la mia amica Clara.
Fossi stato bastardo nella mia vita oggi avrei una carriera. Invece sono sempre il solito sfigato, ma va bene così. Non ho una carriera, ma da ieri sera, ne sono certo, in questo grande meraviglioso cielo blu di agosto c'è una stella in più, e credo anche che, "al sicuro, in cielo" - safe in heaven dead come diceva il suo grande amico Jack Kerouac - ho una preghiera in più assicurata per la mia anima di peccatore.
Nessuno mi aveva chiamato Dottor Vites. Nessuno, adesso, lo farà più.
Paolo Vites

Avevo deciso di partecipare alla serata degli Amici di Simone a Lavagna.
Vado a prendere Alice a casa a Riva Trigoso e parcheggio sulla passeggiata mare..
Trovo lo stand in fondo alla via, vedo da lontano Ale che ci viene incontro, una macchia fucsia e tante bandane colorate..
Arrivo presso lo stand alcuni mi indicano dove trovare la t-shirt e le cose da fare… bene…ad un tratto però il buio..cosa mi succede? Entro nello stand il caldo mi assale, mi sento strozzare, vedo la gente intorno a me attiva e lieta, con una certezza…ma non mi sento bene..ah quale è il mio compito! Le domande mi assalgono, riprovo a ripercorrere con il pensiero ciò che è avvenuto, penso ad alcuni volti e a tutto ciò che ne è conseguito, Simone…è oggettivo, tutto davanti a me è vero, non può essere altrimenti, non ci sarebbe quella letizia o almeno una durata di quella letizia che si respira da un po’ di tempo da quando dopo la morte di Simone è iniziato il Miracolo..
Ma io?..Non sono parte anche io di questa cosa? Anche io c’ero, anche io ho visto l’origine da cui tutto è partito…
Rimango a tagliare in due i testaieu, precisa che quasi mi meraviglio, piena di obiezioni..le solite cose.. Che ci sto a fare? Non ho niente in comune nel quotidiano da farmi coinvolgere con queste persone..è difficile raccontarsi ciò che è l’esperienza del vivere, quello che il cuore desidera e ciò che ci sta accadendo a livello personale..
Simona però mi racconta la sua storia, l’avevo persa di vista per molto tempo…ed è un incontro che va al cuore..
C’ è anche la Anna con la quale ho avuto due momenti di grande compagnia a Milano....
Sto tornando a casa, una cosa mi è chiara..per niente al mondo vorrei perdere il rapporto con queste persone, tramite anche le obiezioni che mi creano, questi volti… e le cose che succedono..oltre il mio vivere limitato. E’ una forza che mi sovrasta e mi mette al tappeto.
In fondo io ci sono..e non per mia volontà...
Oggi sabato 15 agosto sto andando a Prato sopra la croce, non era programmato ma Roby, Ale, Anna, Simona, Francesco, Alice e Marti me l’hanno chiesto…Grazie
Silvia L.

1. La musica si ascolta rigorosamente da soli. E' il comunicarsi di una esperienza del cuore al cuore di un'altra esperienza. Altrimenti c'è sempre quello/a che salta fuori, "ma stasera poi ci facciamo 'na birra o anche sei?". No, non va bene, non si spezza il flusso comunicativo. Il moto dei pianeti potrebbe rovesciarsi. 2. La musica si ascolta alta, ma ognuno ha il suo volume adeguato. E' la voce di chi canta, quella che deve uscire con potenza. Nulla come una voce che canta spalanca il cuore. Per cui ci si adegua alla voce del cantante. 3. La musica non si ascolta da ubriachi o da "stupefatti". Magari va bene farlo a un concerto, o se si ascolta Ragged Glory di Neil Young. La musica deve ubriacare il cuore e basta. Se ubriacate il cervello, al cuore arriva poco o niente. Non si ascolta musica per andare fuori, ma per entrare dentro. 4. La musica non si deve ascoltare in cuffia. Cioè, certe volte è piacevole, ma la musica è un'onda d'urto che ti butta giù sul divano, ti sommerge ti ferisce ti lava ti strapazza ti impedisce di muovere dito. Anche di respirare, ma non per più di 30 secondi. Non va iniettata nel cervello attraverso le orecchie. Sempre che i vicini di casa non rompano le palle, ovvio. La musica va lasciata respirare, e tu con essa. 5. La musica si ascolta in macchina solo se ci si trova su strade semideserte, non c'è traffico, non ci sono semafori, rotonde e precedenza assortite che interrompano l'ascolto. E coglioni che cercano di superarti sulla destra. In macchina il volume deve essere alto, davvero alto. Non si deve sentire null'altro che la musica, ricordandosi ogni tanto di guardare nello specchietto retrovisore se è spuntata un'ambulanza o - peggio - una macchina della polizia. E' vietato ascoltare musica quando si guida in città. Il risultato è una schifezza snervante. 6. Un disco va ascoltato per intero, dalla prima all'ultima canzone. Se non ci si riesce, vuol dire che quel disco non valeva la pena. 7. Va bene però, a volte, ascoltare la stessa canzone e solo quella in rotazione anche per una settimana anche per un mese intero. Certe canzoni creano dipendenza e l'uomo, di natura, è un essere dipendente. 8. Se hai il cuore spezzato, ascolta solo canzoni tristi. Ascoltare brani gioiosi per cercare di affogare la tristezza è cercare di evadere dalla realtà. La musica è il reale che si esprime. (Naturalmente, tutte le grandi canzoni sono canzoni tristi. Anche Satisfaction degli Stones). 9. Viceversa, mettere su un disco triste mentre hai voglia di far casino, ballare o semplicemente vivere vibrazioni ottimiste, è semplicemente da pirla. (Naturalmente, tutte le grandi canzoni sono ottimiste. Finché sanno esprimere la promessa, altrimenti meglio cliccare turn off). 10. Ascoltare musica non interrompe la vita. La conduce piuttosto verso il suo bisogno ultimo. Chi ascolta musica di continuo è un tipo strano. E' uno a cui non basta niente. E' uno che ha il cuore ferito e desidera che esso sanguini per sempre. Paolo Vites
Domenica sera abbiamo organizzato una serata musicale per raccogliere un po’ di soldi e sostenere minimamente la famiglia del piccolo Mattia.
Vedete come lo scrivo? Come una che guarda solo il fatto che e’ stanca, che le ultime sono state settimane piene di cose da comprare, da cucinare, da pulire… uno sguardo a dir poco riduttivo.
Pero’ anche questa stanchezza e’ buona perche’ mi costringe a chiedermi le ragioni di tutto questo fare. Me le sono chieste spesso in questo ultimo periodo…
Eh si, perche’ altrimenti non si regge.
La distrazione ci frega… una di queste sere faticose mi sono ritrovata a dire: non vi sopporto piu’ (e l’ho detto a tre a cui non rinuncerei per tutto l’oro del mondo!).
Poi ci si guarda, loro guardano me e io guardo loro, e grazie a Dio basta –e avanza- per rimanere e continuare con i fiori alla nutella.
E poi ieri mattina mi metto a riordinare le foto che ho scattato e li’ anche ci sono tanti miracoli, Vincenzo e sua figlia (una storia drammatica,n.d.r.) che spendono la loro serata insieme a noi, Pino e le nostre lettere (altra "bella" storia, n.d.r.), Simona e Benedetta che allestiscono, Tonino che viene a ballare con i suoi bambini, i MayDay che suonano per noi, l’avvocato con suo marito, Cristina e Angelo… e poi l’amicizia piena di carita’ che e’ sempre piu’ tangibile ed evidente tra noi, penso anche alla Sabry e Stefano.
E sono tutti miracoli, non ci sono quelli piu’ grandi e quelli piu’ piccoli… sono tutti segno ineludibile di un Altro che opera tra noi e attraverso di noi.
E allora va bene anche la stanchezza se mi permette di guardare cio’ che accade.
Betty G.
"Alla sera non misurare, domanda: "Venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà", "Vieni, Signore Gesù", che è il grido con cui termina tutta la Bibbia. Tutta la Bibbia termina con questo grido, e non deve terminare la mia giornata con questo grido? Uno che fa così tutte le sere è vivo (non è come noi troppe volte), è uno cambiato; se fai così tutte le sere, sei cambiato, e devi farlo con forza e senza pretese, perché tu non sai quando il Figlio dell'uomo verrà dentro la tua vita, ti prenderà per il collo e ti cambierà, ti costringerà a cambiarti o ti darà lo charme irresistibile per cambiarti. Se non è per questo sguardo più profondo, questa speranza affascinante, per che cosa vivi?"
Luigi Giussani
Venerdi sera gli Amici di Simone hanno organizzato una cena per le realtà nonprofit del Tigullio...Cristina scrive...
Abbiamo fatto un mega figurone, ogni dettaglio era curatissimo e tutti sono rimasti contenti! Torno a casa e mi chiedo:"Se fosse stato un pò meno? Se qualcosa fosse andato storto?". Deve esserci qualcosa che rimane, sempre, attraverso tutto! Altrimenti mi sentirei schiava dell'esito! Invece finito tutto sono sempre libera! Allora mi è tornata alla mente la serata d'inaugurazione della Casa PimPam (CasaFamiglia appena inaugurata a Chiavari, n.d.r.). Arrivati a casa, quella sera, Federico mi ha detto: "Che bella festa mamma! Noi facciamo sempre delle belle feste perchè c'è Gesù!". Mio figlio di 4 anni mi ha richiamata a quello che c'è. E vivere tutto avendo presente che Lui c'è è un'altra cosa. E allora, stasera, arrivata a casa, stanca morta, ringrazio il Signore che tutto sia andato più che bene. E ringrazio perchè ho la certezza che quegli amici seduti a tavola, guardandoci e gustando le prelibatezze che abbiamo preparato non hanno potuto non riconoscere la presenza di Gesù nella nostra compagnia. Cristina B.
Cari amici,
come sempre il reale supera i nostri pensieri.
Viaggio di andata verso La Thuile…pensiamo (davvero!) dopo un anno di duro lavoro 3 giorni di stacco: sveglia a mezzogiorno, pomeriggio alle terme e seconda serata al Casinò…in fondo ci meritiamo un po’ di riposo..
Entriamo nella hall e vediamo Angelo che ci “propone” (alla sua maniera!): servizio d’ordine e parcheggiatori ufficiali della vacanza..Di fronte a lui diciamo senza neppure pensarci il nostro sì..e inizia l’avventura della vacanza (non ci piace “vacanzina”).
Di fronte al susseguirsi dei gesti (incontri, gite passeginabili, cori alpini e napoletani…) vengono fuori tre giorni intensi pieni di fascino e di bellezza..
Un amico più grande ci diceva che Cammina l’uomo quando sa bene dove andare…è proprio vero..
Per questo tornando a casa siamo pieni di gratitudine, a questi volti, a questa storia, in fondo a Colui che ha iniziato in noi questa avventura, certi che già oggi, dopo la sveglia mattutina del lunedì, è già nuovamente e con modalità sconosciute all’opera tra noi..e a noi non è chiesto altro che riconoscerlo
Aiutateci a rimanere nell’unica strada (anzi, nel fiume) della vita
Bobo, Lori, Cacio, Dadde
Arcobaleno circolare durante una gita
Sul Pajon (canto alpino)
La nostra casa ospitaliera...
Meu amigo "charlie brown"...
Una settimana di ferie, poca roba ma in questo periodo mi viene proprio bene. Parto il penultimo sabato di giugno e via, destinazione Valle d'Aosta. Insieme agli amici dell' "Altro Sole", coop. fondata più di trent'anni fa che opera nel settore sociale, handicap e dintorni. Azz, eppure l'ho già sperimentata tante volte questa vacanza. Si dorme poco e ti trovi ad aiutare questo e quello. E quest'anno sono a pieno servizio, camera con ragazzi "disabili", contatto 24 ore su 24, aiuto igiene personale (diciamolo pure: pulizia culi compresa) e via. Sto per partire e mi viene un attacco d'ansia, ma chi me l'ha fatto fare? Ma penso che i miei amici lo fanno da anni e qualcuno di loro ha in costruzione una comunità familiare per vivere con alcuni ragazzi "cionchi" e non sono mica masochisti. Un po' mi rassereno. Lo so che non si tratta di "volontariato", e neanche di generosità. E poi io mica sono buono.
Una settimana è passata ed è stata, fisicamente, peggio di quello che potevo immaginare. Ma. Anche questa volta c'è stato un "ma" imprevisto. Il rapporto con i "miei" ragazzi handy non è stato solo un rapporto che ha chiesto molto, ma ha creato. Cristo si è vestito per me in questa settimana della carne degli "ultimi"ed ha assunto la faccia di questi uomini. Uomini strani, censurabili per questo mondo, ma uomini come me. Mi ritornano come un "refrain" le solite, banali e drammatiche, obiezioni che tanti fanno: che utilità hanno queste persone, come è possibile vivere cosi?
Non mi sostituisco a nessuno di loro. Dico che per me sono stati, tutti con le loro complesse diversità, portatori di uno sguardo nuovo, affascinante. Ho visto, tramite quei volti e quei corpi malandati, una umanità nuova che mi ha portato a guardare non il limite dell'altro, ma la sua dignità. Uomini con il mio stesso desiderio di felicità. E allora inizi ad avere uno sguardo diverso, più attento ai bisogni degli altri ed ai tuoi. Quelli veri.
Ho intravisto il volto di Cristo, quando sono stato più attento, in quegli occhi spesso contornati da lineamenti corrosi da travagli fisici. Lo stesso volto che ho intravisto in Simone. E vorresti prendertene cura sino alla fine, perchè ami quel volto, ma le modalità non sono mai nostre.
Grazie per questa vacanza, che è stata bellissima, dove abbiamo goduto la bellezza di scenari meravigliosi e di un'amicizia unica.