Un viaggio in moto

19:50 / Pubblicato da Alessandro /


Ieri mattina ho viaggiato in moto per circa 80 chilometri. E ritorno. Dovevo raggiungere una parrocchia e lì avere un incontro con un gruppo di responsabili di comunità. Durante il viaggio mi sono lasciato attrarre dal mondo circostante. Faccio sempre così, mi lascio attrarre da quello che accade intorno a me. Tutto diventa motivo di intercessione. Per questo da anni mentre vado in moto recito il Rosario, rispondendo alle sollecitazioni della strada. In realtà non riesco a contare le Ave Maria che recito, ma le recito e le semino, qua e là. Come ieri mattina. Da lontano ho visto una bambina correre. Scappava da una donna, penso la madre, che aveva in mano un frustino. La bambina piangeva. Non so cosa avesse commesso, ma so cosa avrebbe fatto la madre di lì a poco. Ho detto un’Ave Maria per quella bimba. Più avanti due giovani, anch’essi in moto, mi hanno superato. Ho detto un’Ave Maria anche per loro, perché non si schiantassero... Ho pensato a uno dei nostri ragazzi che, due giorni fa, di sera, in moto, tornando a casa, ha sbattuto contro una mucca. Non l’ha vista in tempo. Le notti cambogiane, nere come l’inchiostro, non hanno il beneficio della luce pubblica. Solo la luna, quando è piena. Ora quel giovane è tutto rotto: braccio, gamba e volto tumefatto. Ho recitato un’Ave Maria, ma a incidente avvenuto!
Più avanti, durante il mio viaggio, è toccato a me superare una moto. Procedeva troppo lentamente, tanto era carica: babbo, mamma, tre figli, un sacco di riso e un pollo a testa in giù. Ho detto un’Ave Maria anche per questa famiglia, probabilmente diretta a Phnom Penh per lavoro.
Così, la strada mi fa pregare, attira la mia attenzione ed io semino le Ave Maria qua e là, come se i nodi del mio rosario si sciogliessero e i grani cadessero lungo la strada a raggiungere le situazioni più impensabili e distanti. Ogni dettaglio, ogni scena di vita, un’Ave Maria.
«Il modo con cui il reale si presenta a me è sollecitazione... Mi impressiona e mi muove... La realtà afferra la nostra coscienza in maniera tale che questa pre-sente e percepisce qualcosa d’altro. Di fronte al mare, alla terra e al cielo e a tutte le cose che si muovono in esso, io non sto impassibile, sono animato, mosso, commosso da quel che vedo». Tutto mi parla. «Il mondo è come una parola, un logos che rinvia, richiama ad altro, oltre sé, più in su» (L. Giussani, Il senso religioso) .
Sono spesso i poeti a sentire e vedere questo logos. «Il tuo dono tremendo / di parole, Signore, / sconto assiduamente» (S. Quasimodo, Al tuo lume naufrago). Già Cristina Campo aveva percepito e scritto del legame fra Poesia e Attenzione al reale. Lo sguardo, l’ascolto. Seeing Things, direbbe il poeta irlandese Seamus Heaney. Non è il sapere qui che conta, ma il vedere. «Poesia», dice Cristina Campo, «è anch’essa attenzione, cioè lettura su molteplici piani della realtà intorno a noi. E il poeta, che scioglie e ricompone quelle figure, è anch’egli un mediatore: ...in uno sforzo incessante di decifrazione così della realtà come del mistero» (C. Campo, Gli imperdonabili).
Ad essere sincero non so perché la strada istintivamente mi invita a pregare il rosario. Forse un retaggio della mia infanzia, il ricordo di suor Teresa che mi ha preparato alla prima Comunione, oppure, semplicemente, una puerile inclinazione al pietismo. Ma più profondamente potrebbe essere la speranza che ai piedi di quella croce ai bordi della strada, vi sia qualcuno come Maria. La Madre di Dio. Guardate ai bordi delle vostre strade. Nel vostro procedere sicuro, sempre di corsa, in fuga, prestate attenzione alle scene di vita, diurne e notturne, e ditemi se non è opportuno chiedere la presenza, seppur spirituale, della Madre di Dio. Ai bordi delle strade...
Allora sento istintivamente una consonanza con le parole che Cristina scrive più avanti quando definisce la forma compiuta dell’attenzione: «Qui l’attenzione raggiunge forse la sua più pura forma, il suo nome più esatto: è la responsabilità, la capacità di rispondere per qualcosa o qualcuno, che nutre in misura uguale la poesia, l’intesa fra gli esseri, l’opposizione al male. Perché veramente ogni errore umano, poetico, spirituale, non è, in essenza, se non disattenzione.
Chiedere ad un uomo di non distrarsi mai, di sottrarre senza riposo all’equivoco dell’immaginazione, alla pigrizia dell’abitudine, all’ipnosi del costume, la sua facoltà di attenzione, è chiedergli di attuare la sua massima forma. È chiedergli qualcosa molto simile alla santità» (C. Campo, Gli imperdonabili).
A scuola, Savin, la nostra "tutto fare", anche se non sa fare tutto, ha ritirato alcuni cellulari. Costano così poco, le lusinghe del mercato sono talmente avvincenti che chiunque, dico chiunque, non ha più alcuno scrupolo. Ma quello strumento estremamente utile, a scuola, diventa uno "strumento di distrazione di massa". Ha un bel da fare l’insegnante di turno a riacciuffare le mente dello studente già da alcune ore dispersa nell’etere, fra emozioni e sentimenti che, per quanto importanti, non riescono mai a trovare una collocazione giusta nel suo cuore e nelle sue giornate... Tra questi strumenti di distrazione, metteteci tutti i salotti televisivi, i vari reality show, gli opinionisti a comando e i sofismi sul nostro tempo post-moderno che qualcuno ormai chiama «ipermoderno». «Tempo intossicato» che produce «comportamenti tossicomani». Il problema del nostro tempo è l’iperstimolazione di tutti i sensi del nostro corpo. Di notizie, informazioni, parole, sensazioni, immagini, prodotti, gadgets, e quant’altro... al punto che cominciamo istintivamente a proteggerci con quello che un noto psicologo chiamava «il principio di Nirvana». Questa strana allusione al Nirvana suona interessante, per me che vivo in un Paese buddista. Ma qui è inteso come «principio di narcotizzazione della vita». Accediamo a quello «stato di assenza di passioni e di sensazioni che viene provocato (...) da una iperstimolazione violenta del corpo» (M. Recalcati, L'uomo senza inconscio). Per questo anche Jovanotti è preoccupato di assue-farsi e «di non riuscire più a sentire niente».
Qui mi aiuta la strada. Mi aiuta il Santo Rosario. Mi aiuta non l’etica del viandante solitario al modo di Nietzsche, ma al modo dei due di Emmaus. «Io lo so che non sono solo anche quando sono solo». Lui è qui. Ditemi un po’ se, alla fine, debba essere un cantante ad osare di più di tutti i filosofi del Nichilismo messi insieme. Ironia della sorte e della storia. Ancora una volta, non il sapere, ma il vedere.
Sempre in moto, ci sono momenti in cui addirittura canto l’Ave Maria. Non in italiano, ma in latino... quasi che Maria possa intendere meglio quell’antica lingua e intercedere subito presso suo Figlio. Comunque e nel frattempo, ci sono sempre un po’ di versi, che mi fanno compagnia:

È qui che Dio m’assiste
lungo la parte più assurda della curva
saldamente incollato
su questa traiettoria
ad occhi chiusi vinco
la vertigine il vuoto la mia storia
(Bartolo Cattafi)

Alberto Caccaro (Missionario del PIME)

1 commenti:

anna on 14 marzo 2011 23:51

«Guardate ai bordi delle vostre strade. Nel vostro procedere sicuro, sempre di corsa, in fuga, prestate attenzione alle scene di vita, diurne e notturne, e ditemi se non è opportuno chiedere la presenza...»

è opportuno, è necessario, è vitale, per strada e nelle stanze di casa, con chi è a tre cm da te, che quella a volte è proprio la strada.
Grazie amigos!
A presto

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