La partita verrà disputata domenica 07 febbraio 2010, a partire dalle ore 17,30, nella piscina comunale di Chiavari, in largo Pessagno 1.
L’obiettivo della manifestazione è raccogliere offerte da destinare alla missione delle Suore Francescane di Maigaro a Bouar, in Repubblica Centrafricana, dove già un centinaio di persone vi si sono recate dal Tigullio. Qui si trova un piccolo ospedale che necessita di migliorie tecnico – sanitarie. Nella vicina Bouar, inoltre, è presente Radio Sirirì – fondata nel ’94 - che in questi anni ha aiutato i centrafricani a maturare in cultura e conoscenze sanitarie. Prima che gli atleti scendano in acqua, verrà proiettato un filmato che spiegherà le caratteristiche di questa importante realtà africana. Al termine della partita seguirà buffet nello spazio esterno della piscina.
L’Associazione Tene Ti Ala si è costituita il 19 ottobre 2009, dopo un viaggio in Repubblica Centrafricana. Sulla scia di un’esperienza che è iniziata nel 1994, l’Associazione si pone l’obiettivo di essere un punto di riferimento per i molti che dal Tigullio hanno a cuore il futuro dell’ospedale di Maigaro e di Radio Sirirì. “Tene Ti Ala” è una frase in lingua centrafricana, il sango, e significa “Per loro…”: un modo, insomma, per rimanere vicini alla missione di Maigaro seppur da lontano.
Ben lontano dal volare con gli angeli, egli traccia con la fedeltà della puntina di un sismografo lo stato del sanguinante orizzonte.
La sua casa è pericolosa e definita, ma lui si sente a casa sua nel mondo. Sa amare le varie forme dell’umanità, le belle e confuse forme del cuore. E’ una cosa bella avere in mezzo a noi tali uomini, tali mostri dell’amore che sanno come bilanciare la realtà.
Leonard Cohen, vincitore del Special Lifetime Achievement Grammy, 30 gennaio 2010
All'inizio è qualche bottiglia di birra, che passa di mano in mano. Poi ne spunta una di grappa, ma è già mezza finita. Qualcuno ha portato del limoncello e si fa fuori anche quello. No, non siamo a un qualche ritrovo trendy della Milano da bere. Siamo alla periferia di questa Milano, immersa nella nebbia fredda che entra nelle ossa da farti urlare 'datemi un po' di sole per favore'. Siamo nell'ufficio del rettore di questa prestigiosa scuola privata milanese, che se lo vedessero, il suo ufficio, adesso, oltre alle bottiglie anche una nuvola spessa di fumo di sigarette, certi genitori in pelliccia che arrivano qua la mattina presto a portare i figli a bordo di fuoriserie extra lusso, forse i figli li porterebbero altrove. Scandalizzati.
Le apparenze, le istituzioni, tutto è trasceso e diventa più umano, più bello, con don Eugenio, che è lui il rettore di questa scuola. Che è lui che ci ha invitati nel suo ufficio dopo l'usuale incontro che tiene, davanti a qualche centinaio di persone, ogni quindici giorni, a leggere e a discutere un testo di don Luigi Giussani. "Tutto per noi è importante, tranne la vita" abbiamo letto poco prima. Invece qui, con don Eugenio, l'unica cosa che conta è la vita, quella vera, quella dove si inciampa, si cade malamente e dove si può ricominciare ogni volta daccapo: "Puoi sbagliare un milione di volte" dice "tanto Dio ricomincia con te un milione di volte".
E' così che mi sento stasera. Anche a 47 anni si ricomincia daccapo, se quello che ti interessa è la vita, la vita intera. Per qualche motivo mi viene da pensare alla prima volta. Anche allora fu un prete, don Batti come lo chiamavano, in una piccola parrocchia dalle parti di Sestri Levante, dove ci portavano, noi ragazzini di 12, 13 anni, a giocare e cantare insieme. Era, oggi come allora, un prete che non ti chiedeva proprio niente chi eri e cosa avevi fatto. Un abbraccio, stasera come allora, per cominciare e ricominciare. Che la cosa grande è che il posto c'è sempre, a Sestri Levante come nella periferia di Milano, che c'è una nebbia fredda da bestia e ci fosse un po' di sole per favore, domattina.
"Posso passare a salutarti, tra un appuntamento che hai e l'altro, qualche volta?" chiedo quando birra e limoncello sono finiti. "Quanto tempo ti serve, cinque minuti?" risponde il prete. "Facciamo dieci". "No, se vieni, stiamo insieme un'ora". Forse era la birra, o l'ora tarda. Però è proprio vero, come diceva il prete prima, che non affidarsi a Colui a cui apparteniamo, a questa compagnia, quello è il peccato. Aggiungerei che non affidarsi a Colui a cui apparteniamo sarebbe proprio da cretini.
(Luigi Giussani)
Nove giorni inaspettati in Terrasanta. Arrivati per l'amicizia di chi lì è già stato e ha detto:"ne vale la pena, ti aiuto io". La Verità toccata con le mani. L'uomo è fatto della sete di toccare, di vedere, di udire il Verbo della vita. Lo ricordava, in una sua poesia, il premio Nobel Milosz: "Sono solo un uomo. Ho quindi bisogno di segni sensibili. Il costruire scale di astrazioni mi stanca presto".
Nove giorni a vedere e toccare sassi. In fondo non sono altro che sassi. A Betlemme, a Nazareth, a Gerusalemme. Sassi ovunque. Tutti protetti da strati sovrapposti di civiltà antiche. Qui è passata la storia: romani, bizantini, musulmani, crociati, predoni di ogni razza, di nuovo musulmani. E poi ancora cristiani ortodossi o armeni, copti e maroniti. Oggi ci sono 40 riti diversi, a Gerusalemme, solo tra i cristiani. Ma non è un'accozzaglia di gente, quella che vedi. Ognuno sta lì orgoglioso di quel che è, della sua storia, della sua provenienza, delle sue tradizioni, della sua identitá.
Capisci di essere nel cuore del mondo. Nei secoli si sono avvicendati coloro che hanno tentato di preservare questi luoghi a coloro che invece hanno tentato invano di distruggerne la memoria. Cancellare il ricordo di quell'uomo morto in croce.Una terra tanto amata e venerata da più religioni quanto divisa e tormentata da un' infinità di problemi.
Accarezzare con le mani tremolanti la pietra levigata del SANTO SEPOLCRO, proprio lì, dove Gesù è risorto, è forse l'esperienza più forte del mio viaggio in Terra Santa. Gesù è anche a Chiavari, nella piccola città borghese in cui sono nato e cresciuto, lo so. A Gerusalemme è “solo” risorto, ma come non sentir il cuore scoppiare quando si è lì davanti? Come non sentire che è risorto per me? Per me.
La Chiesa del Santo Sepolcro, così come le altre decine di chiese viste in Terrasanta, non è bella, anzi.
Appena ti avvicini senti però calamitare il cuore verso ciò che custodisce. Entrando, sulla destra, c'è una scalinata molto ripida, che porta in cima alla collina del CALVARIO. Mentre sali non puoi non pensare alla sofferenza di Chi quella fatica l'ha fatta sotto il peso della croce, dopo essere stato torturato, deriso, ingiuriato.
Arrivi davanti ad un altare e vedi la roccia del Calvario, la roccia nuda, e quando ti inginocchi puoi mettere le mani dentro una fessura circolare, e toccare la roccia, la roccia vera del Calvario, proprio quella che c'era duemila anni fa quando l'hanno crocefisso. Tutt'intorno c'è penombra, tante candele e tante lampade illuminano discretamente le icone alle pareti. Lampade e icone tipiche delle Chiese ortodosse.
Poi si scende una scalinata e vicino, c'è il vero e proprio Santo Sepolcro. E' una piccola Chiesa nella Chiesa più grande. Io immaginavo fosse lontano chilometri dal punto in cui Gesù era stato crocefisso, invece è vicinissimo, 'a un tiro di sasso' dice il Vangelo, saranno al massimo trenta metri in linea d'aria. Entri nel primo ambiente, piccolo, al centro c'è una roccia, su cui è apparso l'angelo ad annunciare alle donne che Gesù era risorto, e poi ti chini, passi attraverso un'apertura stretta, ed entri nel cuore del mondo. Sulla destra c'è una pietra, la superficie di un altare, consumata da mille e mille mani, capisci che è successo tutto lì, proprio lì. Mi sono inginocchiato, ho baciato la pietra e l'ho accarezzata. Lo spazio è angusto, si sta al massimo in tre in ginocchio, e lì, nel cuore del mondo, ho affidato me, la mia famiglia, i miei amici. Qualcuno più in particolare. Il mio piccolo amico Mattia è stato il primo.
Cristo è risorto mi ripeto. Anche per me. Ora mi è un po' più chiaro. E questo mi rasserena.
E' difficile raccontare tutto, impossibile. Il viaggio è durato nove giorni ed ogni giorno è durato quaranta ore.
E poi Betlemme. Territori autonomi palestinesi, posti di blocco.
La porta della basilica è bassa e stretta. Fatta per impedire che i musulmani ci entrassero dentro a cavallo. La Chiesa della Nativitá è sporca, tenuta male, gestita da cristiani ortodossi, c'è aria di abbandono. Chissà poi perchè. Scendo piccole scale e a destra una piccola grotta. E' il luogo dove è nato Gesù. Un luogo più povero e semplice difficile immaginarselo.
Starei lì per giorni. Ma uscendo la commozione per la grotta del Gesù Bambino lascia spazio al mio orgoglio. Avrei voglia di una nuova crociata per riprendere i luoghi della nostra storia. Ma subito mi ricordo di chi, tempo fa, mi ricordava che all'intenzione buona accompagno sempre un metodo sbagliato. E infatti di quello che hanno fatto i crociati non è rimasto praticamente nulla. Quello che qui è rimasto è il lavoro dei francescani, quello che hanno costruito in secoli di presenza qui.
Custodito questi luoghi sacri, costruito scuole per tutti, aiutato tutti. Missionari veri con centinaia di martiri. Hanno testimoniato Gesù stando in mezzo alla gente.
Qui abbiamo conosciuto il priore, padre Pizzaballa, alla messa dell'ultimo dell'anno. Ho sorriso solo quando lo hanno presentato. Poi incantato nel sentirlo raccontare dei suoi fratelli e di sé, degli amici arabi e israeliani con un'umiltà a me sconosciuta.
E la speranza, da queste parti, ha le facce di coraggiosi uomini di fede che, ringraziando Gesù, qui non mancano. Uno era con noi, guida instancabile ed affascinante, padre Afif, cristiano maronita che ci ha accompagnato intelligentemente tutti i giorni. Perchè non ci ha fatto sprecare il tempo in un percorso turistico religioso di cui non sentivo il bisogno.
E poi Tiberiade. La piccola chiesa costruita sulla roccia in riva al lago dove Gesù chiese a Pietro: “mi ami tu più di costoro?” Qui fu il primo papa. Qui rinnovo, con i miei amici, la promessa battesimale. Al momento della benedizione al nostro amico padre Afif sfugge il tappo della bottiglia di Acqua Santa e mi lava. Sarà che ne ho più bisogno degli altri?
Il lago è stupendo, le sue rive sono a ridosso di una vegetazione ricca. Qui Gesù visse più di tre anni e compì molti miracoli. Credo che il tempo abbia cambiato poco o nulla da allora. Anche qui starei per giorni. Non si può.
A Gerusalemme abbiamo fatto la via crucis in mezzo ai suk arabi. Tra musulmani che frantumavano i coglioni per acquistare qualcosa, bambini urlanti, turisti che manco ci pensavano a fare un po' di silenzio. Ma credo che, come ci ha detto Afif, Gesù abbia attraversato la città con la croce sulle spalle in questo contesto, tra l'indifferenza dei più.
Ho visto tanti sassi. Ma sono sassi della mia storia, della storia di tutti. Della storia magnifica che ci ha preso dentro.
Tornando a casa ho la sensazione di stare venendo via proprio dalla mia vera casa.
Ma viene un giorno, viene un’ora. In cui bisogna prendere il coraggio a due mani. E rivolgersi direttamente a colei che è al di sopra di tutto. Rivolgersi arditamente a colei che è infinitamente bella. Perché è anche infinitamente buona. A colei che è infinitamente nobile. Perché è anche infinitamente cortese. A colei che è infinitamente ricca. Perché è anche infinitamente povera. A colei che è infinitamente grande. Perché è anche infinitamente piccola. A colei che è infinitamente giovane. Perché è anche infinitamente madre. A colei che è infinitamente ritta. Perché è anche infinitamente protesa. A colei che è infinitamente gioiosa. Perché è anche infinitamente dolorosa. Settanta e sette volte settanta dolorosa. Bisogna salire A colei che è infinitamente celeste. Perché è anche infinitamente terrestre. A colei che è infinitamente al di sopra di noi. Perché è anche infinitamente tra di noi. A colei che è Maria. Perché è piena di grazia. Ascolta, ora ti spiegherò come, in che la santa Vergine è una creatura unica, Di una rarità infinita. Seguimi bene. Tutta la creazione era pura. Ma il peccato di Satana sedusse, corruppe la metà degli angeli. E il peccato di Adamo sedusse, corruppe nel sangue la totalità degli uomini. In modo che non c’era più di puro che la metà degli angeli. E nulla degli uomini, Nessuno degli uomini, In tutta la creazione. Quando fu creata questa creatura unica, Benedetta fra tutte e donne, Infinitamente unica, infinitamente rara, Adesso. Infinitamente gradita a Dio. E nell’ora della nostra morte così sia. Ascoltami bene. A tutte le creature manca qualcosa. Non soltanto il fatto che non sono il Creatore. (Questo è nell’ordine delle cose.) A quelle che sono carnali manca precisamente di essere pure. Noi lo sappiamo. Ma a quelle che sono pure manca precisamente di essere carnali. Bisogna saperlo. E a lei al contrario non manca nulla. Perché essendo carnale lei è pura. Ma, essendo pura, è anche carnale. Ed è così che lei non è solo una donna unica fra tutte le donne. Ma è una creatura unica fra tutte le creature. In questo disastro. In questo difetto. In questa mancanza. In questo disastro della metà degli angeli e della totalità degli uomini non c’era più nulla di carnale che fosse puro. Quando un giorno questa donna nacque dalla tribù di Giuda Per la salvezza del mondo Piena di grazia. Charles Péguy
"C’è una frase di Dostoevskij che mi accompagna in questi tempi, dovendo parlare del cristianesimo alle persone più diverse in Italia e all’estero: «Un uomo colto, un europeo dei nostri giorni può credere, credere proprio, alla divinità del figlio di Dio, Gesù Cristo?».
Questa domanda suona come una sfida a ciascuno di noi. È precisamente dalla risposta ad essa che dipende la possibilità di successo della fede oggi. In un discorso del 1996, l’allora cardinale Ratzinger rispose che la fede può sperare questo «perché essa trova corrispondenza nella natura dell’uomo. Nell’uomo vi è un’inestinguibile aspirazione nostalgica verso l’infinito». E con ciò indicava anche la condizione necessaria: che il cristianesimo ha bisogno di trovare l’uomo che vibra in ciascuno di noi per mostrare tutta la portata della sua pretesa.........
Continua qui:
http://www.ilsussidiario.net/News/Cronaca/2009/12/24/NATALE-Julian-Carron-quella-nostalgia-verso-l-infinito/57584/

“Adesso che sta per arrivare Natale le statuine del presepio si risvegliano…”
Alcuni giorni prima della morte di Claudio Chieffo, Arcadio Lobato va a trovarlo in ospedale. Sul suo comodino, mette un volto di Gesù, fatto a matita da lui. Sopra c’è scritto: “A Claudio, che mi ha portato a Gesù”.
Spagnolo, da anni residente in Italia, illustratore specializzato in libri per ragazzi (il suo “La valle nella nebbia”è stato scelto fra le 100 migliori opere di letteratura spagnola per ragazzi del Ventesimo secolo), Arcadio aveva conosciuto Chieffo nel 2001. Ne era nata una amicizia profonda e discreta. Per questo, al momento di pensare un libro illustrato che fosse anche una strenna natalizia, la famiglia del cantautore scomparso ha pensato subito a lui.
"La notte che ho visto le stelle" è un libro con 14 tavole a colori che raccontano alcune canzoni di Chieffo. Per bambini, ma ovviamente non solo. Il CD che è allegato al libro contiene le 14 canzoni illustrate da Lobato, grandi classici del cantautore romagnolo, ma la particolarità è che sono quasi tutte registrazioni fatte nel suo studio casalingo, in totale solitudine. La voce, la sua grande voce, in nudità, che apre uno squarcio nella intimità, nel momento in cui queste bellissime canzoni venivano composte. Adesso quei momenti in cui il genio si confessava davanti al Suo creatore appartengono a tutti. Compresa l'ultima registrazione effettuata prima della morte, il 6 giugno 2006; Stella del mattino, a cui sono state aggiunte parti di organo e le voci del Coro San Filippo Neri di Forlì. Perché i grandi uomini che hanno incrociato le nostre strade sono impossibili da dimenticare.
http://www.galbost.com/modules.php?op=modload&name=catalogo&file=index&mcat=all&artid=399

E mentre cammino col cane – infreddolito anche lui, e con le orecchie basse – passo davanti a un vivaio. Non è tempo di fiori, scuote la testa severa la parte saggia di me, e fa per andare oltre. Ma un’idea mi accende; entro, decisa. Oltre le schiere di abeti di Natale. So dove andare. Avranno bene dei bulbi. È questo, se mi ricordo bene, il momento.
Ecco qui. Come sono miseri: magre cipolle che rifiuteresti al mercato. Duri, secchi, bitorzoluti. (Non ha apparenza, il seme. Non seduce. Deve solo scendere nella terra e morire). Poi, ad aprile, ma i crocus già a marzo, nelle aiuole ancora spoglie spunteranno i primi germogli. Eccole nelle foto sui sacchetti, le promesse di aprile. Sgargianti, raggianti di tutti i rosa e i viola. Gli iris alteri, e i narcisi, e i tulipani con la corolla chiusa come una rocca: color giallo sole, o di un fucsia abbagliante, che in questo giorno buio sembra una promessa tanto audace da fare sorridere, come la smargiassata di un bambino. Via, come è possibile credere, sotto a questo cielo di piombo, che da un nodo stecchito verrà un simile fiore? E i giacinti? Quelle infiorescenze minute, da mano d’orafo, come stanno dentro a questi bulbi cinerei?
Eppure. Ragionevole è crederci: accade tutte le primavere. Ragionevole è, sotto a questo cielo di acciaio, credere che puntualmente fioriranno gli iris candidi e regali. Ne metto nel carrello a manciate, avidamente. Tulipani di fuoco, e narcisi. E crocus, che sono i primi a fiorire, i primi ad annunciare. Poi realizzo che ne ho presi troppi. A malincuore ne scarto un po’ – come i bambini a quei banchi del mercato con le caramelle di gomma colorate. Comunque, è un bel malloppo quello che mi porto a casa, golosa come di un bottino. Occorre scavare nella terra nera. Piccole buche discretamente profonde. Umido e freddo il terriccio sotto le dita; non è una cuccia, piuttosto una fossa. I bulbi così poveri e brutti, qualcuno con un’avventata punta verde di germe spuntata anzitempo. Il cane li annusa e li abbandona, deluso: cipolle, pare dire, roba incommestibile. «Vedrai come saranno belli», spiego ai suoi innocenti occhi nocciola. I cani non capiscono. E anche gli uomini capiscono a fatica. Perché è strano: occorre scendere nella terra morta, nei giorni più bui, perché rinasca ciò che è più bello. Perché una mattina d’aprile si apra la corolla dell’iris regale. E quel lontano giorno di dicembre sembri un sogno. E quel fiorire, un miracolo.
Cerco l'etimologia di "commozione" e trovo il significato: -violenta scossa al cervello, stato dell'animo perturbato- muoversi per qualcosa -. Mi piace questa definizione. Ho sempre creduto che commuoversi volesse dire intenerirsi per qualcosa o farsi toccare l'animo da qualcosa. "Stato dell'animo perturbato", mi è sempre piaciuto sentirmi "perturbato". Quando sono troppo tranquillo c'è sempre qualcosa che non va, il mio -io- è in stand-by. "Muoversi per qualcosa". Anche una banale canzone puo' contribuire a farmi muovere. Mica è cosa da poco. Quante volte, quando vado a lavorare in macchina, sparo su dei pezzi storici ed è come se ridestassero la mia anima? E lavoro anche meglio...
Grazie caro vecchio Bob per questi pezzi che fanno sorridere solo chi è imbottito della perfezione, della "pulizia" delle canzoni d'oggi. Quelle senz'anima. E anche se queste sono cover, tu le canti "cercando qualcosa di Dio" come è sempre stato. E quelle note portano "qualcosa di Dio" anche al mio cuore.
| « Adeste fideles læti triumphantes, venite, venite in Bethlehem. Natum videte Regem angelorum. Venite adoremus (ter) Dominum. En grege relicto humiles ad cunas, vocati pastores adproperant, et nos ovanti gradu festinemus. Venite adoremus (ter) Dominum. Æterni Parentis splendorem æternum, velatum sub carne videbimus, Deum infantem pannis involutum. Venite adoremus (ter) Dominum. Pro nobis egenum et fœno cubantem piis foveamus amplexibus; sic nos amantem quis non redamaret? Venite adoremus (ter) Dominum. » |
BENEDETTO XVI ,,UDIENZA GENERALE,,Aula Paolo VI,,Mercoledì, 18
novembre 2009:
...Che cos’è la bellezza, che scrittori, poeti, musicisti, artisti
contemplano e traducono nel loro linguaggio, se non il riflesso dello
splendore del Verbo eterno fatto carne? Afferma sant’Agostino:
“Interroga la bellezza della terra, interroga la bellezza del mare,
interroga la bellezza dell’aria diffusa e soffusa. Interroga la
bellezza del cielo, interroga l’ordine delle stelle, interroga il
sole, che col suo splendore rischiara il giorno; interroga la luna,
che col suo chiarore modera le tenebre della notte. Interroga le fiere
che si muovono nell'acqua, che camminano sulla terra, che volano
nell'aria: anime che si nascondono, corpi che si mostrano; visibile
che si fa guidare, invisibile che guida. Interrogali! Tutti ti
risponderanno: Guardaci: siamo belli! La loro bellezza li fa
conoscere. Questa bellezza mutevole chi l’ha creata, se non la
Bellezza Immutabile?”





Santo Sepolcro
Grotta della Natività di Gesù


