“Adesso che sta per arrivare Natale le statuine del presepio si risvegliano…”
Alcuni giorni prima della morte di Claudio Chieffo, Arcadio Lobato va a trovarlo in ospedale. Sul suo comodino, mette un volto di Gesù, fatto a matita da lui. Sopra c’è scritto: “A Claudio, che mi ha portato a Gesù”.
Spagnolo, da anni residente in Italia, illustratore specializzato in libri per ragazzi (il suo “La valle nella nebbia”è stato scelto fra le 100 migliori opere di letteratura spagnola per ragazzi del Ventesimo secolo), Arcadio aveva conosciuto Chieffo nel 2001. Ne era nata una amicizia profonda e discreta. Per questo, al momento di pensare un libro illustrato che fosse anche una strenna natalizia, la famiglia del cantautore scomparso ha pensato subito a lui.
"La notte che ho visto le stelle" è un libro con 14 tavole a colori che raccontano alcune canzoni di Chieffo. Per bambini, ma ovviamente non solo. Il CD che è allegato al libro contiene le 14 canzoni illustrate da Lobato, grandi classici del cantautore romagnolo, ma la particolarità è che sono quasi tutte registrazioni fatte nel suo studio casalingo, in totale solitudine. La voce, la sua grande voce, in nudità, che apre uno squarcio nella intimità, nel momento in cui queste bellissime canzoni venivano composte. Adesso quei momenti in cui il genio si confessava davanti al Suo creatore appartengono a tutti. Compresa l'ultima registrazione effettuata prima della morte, il 6 giugno 2006; Stella del mattino, a cui sono state aggiunte parti di organo e le voci del Coro San Filippo Neri di Forlì. Perché i grandi uomini che hanno incrociato le nostre strade sono impossibili da dimenticare.
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E mentre cammino col cane – infreddolito anche lui, e con le orecchie basse – passo davanti a un vivaio. Non è tempo di fiori, scuote la testa severa la parte saggia di me, e fa per andare oltre. Ma un’idea mi accende; entro, decisa. Oltre le schiere di abeti di Natale. So dove andare. Avranno bene dei bulbi. È questo, se mi ricordo bene, il momento.
Ecco qui. Come sono miseri: magre cipolle che rifiuteresti al mercato. Duri, secchi, bitorzoluti. (Non ha apparenza, il seme. Non seduce. Deve solo scendere nella terra e morire). Poi, ad aprile, ma i crocus già a marzo, nelle aiuole ancora spoglie spunteranno i primi germogli. Eccole nelle foto sui sacchetti, le promesse di aprile. Sgargianti, raggianti di tutti i rosa e i viola. Gli iris alteri, e i narcisi, e i tulipani con la corolla chiusa come una rocca: color giallo sole, o di un fucsia abbagliante, che in questo giorno buio sembra una promessa tanto audace da fare sorridere, come la smargiassata di un bambino. Via, come è possibile credere, sotto a questo cielo di piombo, che da un nodo stecchito verrà un simile fiore? E i giacinti? Quelle infiorescenze minute, da mano d’orafo, come stanno dentro a questi bulbi cinerei?
Eppure. Ragionevole è crederci: accade tutte le primavere. Ragionevole è, sotto a questo cielo di acciaio, credere che puntualmente fioriranno gli iris candidi e regali. Ne metto nel carrello a manciate, avidamente. Tulipani di fuoco, e narcisi. E crocus, che sono i primi a fiorire, i primi ad annunciare. Poi realizzo che ne ho presi troppi. A malincuore ne scarto un po’ – come i bambini a quei banchi del mercato con le caramelle di gomma colorate. Comunque, è un bel malloppo quello che mi porto a casa, golosa come di un bottino. Occorre scavare nella terra nera. Piccole buche discretamente profonde. Umido e freddo il terriccio sotto le dita; non è una cuccia, piuttosto una fossa. I bulbi così poveri e brutti, qualcuno con un’avventata punta verde di germe spuntata anzitempo. Il cane li annusa e li abbandona, deluso: cipolle, pare dire, roba incommestibile. «Vedrai come saranno belli», spiego ai suoi innocenti occhi nocciola. I cani non capiscono. E anche gli uomini capiscono a fatica. Perché è strano: occorre scendere nella terra morta, nei giorni più bui, perché rinasca ciò che è più bello. Perché una mattina d’aprile si apra la corolla dell’iris regale. E quel lontano giorno di dicembre sembri un sogno. E quel fiorire, un miracolo.
Cerco l'etimologia di "commozione" e trovo il significato: -violenta scossa al cervello, stato dell'animo perturbato- muoversi per qualcosa -. Mi piace questa definizione. Ho sempre creduto che commuoversi volesse dire intenerirsi per qualcosa o farsi toccare l'animo da qualcosa. "Stato dell'animo perturbato", mi è sempre piaciuto sentirmi "perturbato". Quando sono troppo tranquillo c'è sempre qualcosa che non va, il mio -io- è in stand-by. "Muoversi per qualcosa". Anche una banale canzone puo' contribuire a farmi muovere. Mica è cosa da poco. Quante volte, quando vado a lavorare in macchina, sparo su dei pezzi storici ed è come se ridestassero la mia anima? E lavoro anche meglio...
Grazie caro vecchio Bob per questi pezzi che fanno sorridere solo chi è imbottito della perfezione, della "pulizia" delle canzoni d'oggi. Quelle senz'anima. E anche se queste sono cover, tu le canti "cercando qualcosa di Dio" come è sempre stato. E quelle note portano "qualcosa di Dio" anche al mio cuore.
| « Adeste fideles læti triumphantes, venite, venite in Bethlehem. Natum videte Regem angelorum. Venite adoremus (ter) Dominum. En grege relicto humiles ad cunas, vocati pastores adproperant, et nos ovanti gradu festinemus. Venite adoremus (ter) Dominum. Æterni Parentis splendorem æternum, velatum sub carne videbimus, Deum infantem pannis involutum. Venite adoremus (ter) Dominum. Pro nobis egenum et fœno cubantem piis foveamus amplexibus; sic nos amantem quis non redamaret? Venite adoremus (ter) Dominum. » |
BENEDETTO XVI ,,UDIENZA GENERALE,,Aula Paolo VI,,Mercoledì, 18
novembre 2009:
...Che cos’è la bellezza, che scrittori, poeti, musicisti, artisti
contemplano e traducono nel loro linguaggio, se non il riflesso dello
splendore del Verbo eterno fatto carne? Afferma sant’Agostino:
“Interroga la bellezza della terra, interroga la bellezza del mare,
interroga la bellezza dell’aria diffusa e soffusa. Interroga la
bellezza del cielo, interroga l’ordine delle stelle, interroga il
sole, che col suo splendore rischiara il giorno; interroga la luna,
che col suo chiarore modera le tenebre della notte. Interroga le fiere
che si muovono nell'acqua, che camminano sulla terra, che volano
nell'aria: anime che si nascondono, corpi che si mostrano; visibile
che si fa guidare, invisibile che guida. Interrogali! Tutti ti
risponderanno: Guardaci: siamo belli! La loro bellezza li fa
conoscere. Questa bellezza mutevole chi l’ha creata, se non la
Bellezza Immutabile?”

Questo video rende solo parzialmente giustizia. Bisognava esserci. In Piazza Duca d'Aosta a Milano, per intenderci quella della Stazione Centrale e del Pirellone, uno dei luoghi più caotici, sporchi, pericolosi, da paura insomma, di una città che fa già paura e che di umano ha sempre meno. Aspettavo un amico che doveva arrivare in stazione. Mentre camminavo vedevo gente, di tutti i tipi, il marocchino, il barbone homeless, l'albanese in stracci, la ragazza in elegante vestito da carriera, il taxista, lo studente squattrinato, il top manager, insomma tutta l'umanità che a Milano ti corre sempre accanto con fastidio e di fretta. Tutti con il naso all'insù. Mica uno o due, centinaia di persone bloccate in un quadro surreale. Come se il tempo non esistesse più. Nessuno che correva più. Sembrava una scena di Miracolo a Milano, e l'ambientazione ci stava pure. Molti avevano tirato fuori l'ormai usulae iphone o la telecamerina e filmavano e fotografavano. Che succedeva? L'invasione degli ultra corpi? Aerei suicidi come già tristemente successo proprio qui, sul Pirellone? L'apocalisse? No. E' che tutti, me compresi, si erano dimenticati delle loro urgenze e di sé stessi per ammirare uno spettacolare volo di migliaia di rondini, in stormi diversi che si incrociavano fra loro e disegnavano incredibili geometrie nel cielo. E seppur migliaia nessuno si scontrava con l'altro, si incastravano a perfezione come se seguissero rotte certe solo a loro stessi, senza timore alcuno, rotte disegnate per loro da qualcun altro. Uno si trova a pensare: aeroplani costruiti dai più ingegnosi geni umani non saprebbero fare altrettanto. Si schiantaterebbero, anche due o tre e non migliaia come in questo caso, fra di loro. La natura invece ha più conoscenza della realtà di qualunque genio umano. Due: vedere centinaia di persone, anche se per pochi istanti, ferme a guardare in alto, a guardare su, a guardare oltre se stessi con stupore, è miracolo, è segno di trascendenza. Miracolo a Milano. La mostra misura è spazzata via da qualcosa che si impone. Qualcosa oltre a noi, qualcosa che fa guardare oltre. Qualcosa che sta lassù e a cui aneliamo, qualcosa che ci riempie di semplice bellezza, anche se per pochi minuti, nella brutta Piazza Duca d'Aosta di una grigia e minacciosa Milano.
“Il crocifisso non genera nessuna discriminazione. Tace. È l’immagine della rivoluzione cristiana, che ha sparso per il mondo l’idea dell’uguaglianza fra gli uomini fino ad allora assente… Perché mai dovrebbero sentirsene offesi gli scolari ebrei? Cristo non era forse un ebreo e un perseguitato morto nel martirio come milioni di ebrei nei lager? Nessuno prima di lui aveva mai detto che gli uomini sono tutti uguali e fratelli. A me sembra un bene che i bambini, i ragazzi lo sappiano fin dai banchi di scuola”.
Natalia Ginzburg. Ebrea. Atea.
Oggi, festa di San Fortunato. Con alcuni amici qualche sera fa ci siamo trovati a mettere insieme vecchie foto ingiallite dal tempo, frasi, ricordi. Abbiamo messo su una piccola mostra per ricordare Don Giorgio, che se n'è andato da questo mondo il 19 ottobre. Per ricordare non solo lui in realtà, ma quel popolo che dall'amicizia con lui è nato ed è cresciuto. La mostra l'abbiamo portata giù alla festa di San Fortunato, che è anche la festa della parrocchia in cui io mi sono ritrovato quando sono venuto a vivere a Milano, e di cui Don Giorgio fu vice parroco dal 1970 al 1984.
Trenta anni fa esatti,il giorno prima della festa di San Fortunato del 1979, con altri due amici di cui ho perso le traccia da un sacco di anni, prendevo il treno da Chiavari, la mia città, per andare a Milano per la prima volta. Mia sorella mi aveva invitato a partecipare alla festa di San Fortunato o meglio, la festa della Fontana, come era diventata famosa. La Fontana, la comunità che mi avrebbe accolto qualche anno dopo a Milano. Era un evento, quella festa, di cui si parlava in tutta Milano e anche oltre, grazie allo spirito con cui alcuni di quella comunità avevano creato un formidabile luogo di incontro. Ci partecipavano migliaia di persone. Quella sera di quel freddo giorno di 30 anni fa, dopo i vespri, mi presentarono quel sacerdote, Don Giorgio. Corpulento, aggressivo, la stretta di mano incandescente. Mi sono sempre trovato in difficoltà davanti ai preti: mi hanno sempre dato l'impressione di vederti attraverso, di conoscere e sapere in partenza tutto di te, anche le balle che invece ad amici, fidanzate, mogli sappiano contare su così bene. Naturalmente non è così e non mi succede con tutti i preti, ma con lui fu così dal primo istante. Così come mi è sempre successo con Don Pino. Conosciuti e voluti bene a prescindere.
Tre o quattro anni dopo la mia vita sarebbe diventata quella della comunità della Fontana. Ma Don Giorgio se ne stava andando, chiamato a fare il rettore di una nuova scuola che stava nascendo proprio in quei giorni,il Sacro Cuore. Così che io a lui non l'ho mai frequentato molto. Qualche incontro fugace, lui quasi sempre su di un palco a parlare, oppure dopo una partita a pallone in cui ci guardava giocare e ci dava dei coglioni buoni a nulla, lui che se non fosse stato per un incidente di gioco da ragazzo stava per essere chiamato in serie A. E darti del coglione era per lui dirti che ti voleva bene. Lui era fatto così.Quanta gente ha fatto incazzare. Ma ti costringerva sempre al confronto.
Rimase la guida spirituale della nostra comunità, e quando con un paio di amici decidemmo che era l'ora di mettere su un gruppo di fraternità, andammo da lui a chiedere il suo parere. Ci diede l'ok,eravamo tutti sul punto di sposarci, era l'ora disse lui. Poi volle incontrarci tutti , una sera. Ci disse poche parole, franche e realiste come sempre. "Mica vi mettete insieme a fare la fraternità per chissà cosa, se non Gesù Cristo. Mica vi state sposando per chissà cosa. Fra tre mesi vostra moglie comincerà a lamentarsi che vi puzzano i piedi, cosa pensate che sia il matrimonio". Ecco, lui era così. Niente balle, niente sentimentalismo. Mica ti vai a sposare perché hai trovato il grande amore della tua vita, coglione. Oggi, quasi vent'anni dopo, ricordo ancora quelle parole e com'erano vere: vent'anni dopo quel gruppetto di fraternità è ancora un gruppetto di coglioni che sbanda e risbanda da tutte le parti. E non siamo diventati bravi mariti e brave mogli. Macché. Ci tiene insieme solo Gesù Cristo. Quando ci ricordiamo.
Don Giorgio lo vedevo tutte le mattine quando mia figlia più grande cominciò ad andare anche lei a scuola al Sacro Cyore. Freddo, sole, pioggia o vento, ogni santa mattina era lì in piedi davanti alle porte che aspettava che entrasse ogni singolo ragazzo e ragazza, ed erano centinaia. Li salutava uno per uno, tutti. Non ne perdeva uno. Qualche volta mi fermavo a dirgli due parole, gli ricordavo il nostro gruppetto di fraternità e quando sarebbe venuto a trovarci ancora. "L'anno prossimo vado in pensione" mi disse. "Vedrai che troverò il tempo". Invece no.
Una sera, poche settimane dopo che era morto il Giuss, ero a cena con alcuni della diaconia lì da lui, al Sacro Cuore. Dopo che il Giuss se n'era andato lui, Don Giorgio, era cambiato parecchio. Sembrava trasfigurato. Parlava e citava il Giuss continuamente. Era diventato il suo termine di paragone per ogni singola parola e azione. Il suo sguardo si perdeva in un oltre che a noi non era dato percepire. Ricordo davanti al suo piatto una tazzina piena di pillole di ogni colore, ne mandava giù in continuazione, dopo essere stato operato al cuore poco tempo prima.
L'ultima volta che l'ho visto, a una assemblea, due anni fa, mi ero alzato per dire alcune cose. Corbellerie più che altro. Gli avevo anche raccontato di come, portando mia figlia a scuola ogni mattina, anche se non ne avevo voglia, anche se morivo di sonno, anche se mia figlia mi aveva già fatto girare le balle, mi sforzavo a dire con lei l'angelus, perché mi costringeva a uscire da me per impattarmi a una realtà più grande. Così succedeva gni mattina. Lui cazziò parte del mio intervento, ma di quella cosa dell'angelus mi ringraziò: "E' proprio così Paolino". disse. "Anche io certe sere sono così stanco che non vorrei neppure pregare. Eppure farlo apre il cuore alla realtà, quella vera, in cui anche la stanchezza o l'incazzatura vengono accolte e facendo ciò cambia la realtà".
Oggi, festa di San Fortunato, 30 anni dopo. C'è un filo rosso misterioso, che attraversa le nostre sistenze. No, non ci rende più bravi, mariti e mogli migliori. Solo, ed è quello che conta, attraverso gli incontri di carne e sangue ci indica qual è il nostro destino. Ogni cosa parla di Lui. Ogni persona, ogni stretta di mano, indica quel Mistero che ci attende, con pazienza infinita. Ogni momento non è perduto, anche e nonostante la nostra miseria.
"Io sono un acchiappa anime per conto di Dio" disse una volta Nick Cave. Ieri sera, al Teatro Dal Verme di Milano, il cantante, musicista e scrittore australiano deve averne acchiappate di anime. Come sempre d'altro canto quando lui sale su di un palco. Anche l'amica seduta al mio fianco, che di solito non ci pensa granché, a Dio, me lo conferma: "Mentre cantava non potevo fare a meno di pensare a Dio". "La canzone d'amore è la luce di Dio, giù nel profondo, che si fa largo tra le nostre ferite. Alla fine la canzone d'amore esiste per riempire, con il linguaggio, il silenzio tra noi stessi e Dio", ha detto ancora Cave. Venuto per presentare il suo nuovo romanzo, La morte di Bunny Munro, dissacrante, provocatorio, a tratti osceno (come mel suo stile) racconto di un commesso viaggiatore la cui unica ossessione è il sesso e il tradimento continuo chene consegue, tanto da spingere la moglie al suicidio per la disperazione, il cantante ne ha eseguite di canzoni d'amore, seduto da solo al pianoforte, creando quella tensione emotiva così palpabile come lui solo sa fare: Are You The One That I've Been Waiting For, Love Letter, Lucy, Into My Arms, Lime Tree Arbor, The Weeping Song. Scatenandosi poi in piedi le mani rivolte al cielo come un predicatore folle del vecchio West, nel suo elegante completo gessato e gli anelli d'oro che brillavano alle dita, nei rituali voodoo di Red Right Hand, Dig Lazarus Dig (la resurrezione ambientata tra le strade di New York), Tupelo e Grinderman, contemplando infine la misericordia sul condannato a morte di The Mercy Seat. Così come le sue canzoni, anche il suo romanzo nonostante i temi scabrosi è un viaggio verso la redenzione, che si compie nel sacrificio del protagonista, accompagnato solo dal figlio che lo ama di un amore gratuito e dalla presenza misericordiosa del fantasma della moglie. Mentre, intorno a lui, un inquietante personaggio vestito da demonio - quasi a ricordargli il suo peccato - compie gesta sanguinose, incalzandolo sempre più vicino. E' la vita, e Nick cave ne sa una cosa o due. La vita sempre in bilico tra peccato e possibilità di redenzione. Realtà dell'uomo, innegabile e impossibile a mani d'uomo da risolvere. Ma c'è una possibilità. Lui lo sa, ce lo dice quando esegue quasi fossimo in una chiesa abbandonata dalla maggioranza degli uomini, ultimi sopravvissuti all'apocalisse dei tempi moderni, la commovente e sussurata God is in the House, Dio c'è, qui. "In ogni mia parola e in tutto quello che so, c'è una mano che mi protegge"
Intervento di D. Eugenio NEMBRINI all'evento: (trascrizione non rivista dall'autore)
Io sono stato a lavorare come prete sempre nei bassifondi, prima in un quartiere malfamato di Roma poi sono stato 10 anni in Kazakistan in un posto assurdo, adesso in una scuola di Milano, rettore di questa scuola.
Tra Roma, Kazakistan e la scuola di Milano non c’e’ differenza, certo che c’e’ differenza, mi capite anche voi, ambiente, situazione, tutto e’ diverso ma e’ impressionante che non c’e’ differenza, cioè il cuore dell’uomo qualunque uomo abbia incontrato dal più semplice al più casinista e’ proprio uguale. Ha dentro una voglia, ha dentro un desiderio ha dentro una volontà ha dentro un grido di bene che e’ impressionante. A me non frega assolutamente nulla poi che strada uno ha fatto ma il problema della vita e’ che uno, due, cinque, otto tra noi prima o dopo possano arrivare a incontrare questo destino buono per se. Strade tortuose magari, ma chi se ne frega, il problema della vita e’ se questo grido che abita nel tuo cuore prima o dopo può impattare con una speranza con una presenza. Io dico solo questo ai miei amici, continuo a ripeterlo, che cosa vi domando: io non vi chiedo di essere bravi, che e’ un termine così cretino che non vuole dire proprio niente, non vi chiedo di non sbagliare, io vi chiedo solo di essere seri con questo grido. Perché prima o dopo se uno grida, bussa, domanda prima o dopo sta tranquillo che il Padre risponde . Tutta la bellezza della vita sta in questa presa di coscienza e di serietà con il proprio cuore. Anche oggi comunque guardate, a parte un po’ le camionette, se fosse venuto qua chiunque a guardarci giocare avrebbe visto chi ? della gente lieta di essere insieme che gioca a pallone. Guardate siamo così. Poi i nostri amici dovranno ritornare. Io non so cosa ti aspetta o non ti aspetta nella vita. Ma io so che qualunque posto vai il tuo cuore non lo fa tacere nessuno, ma non solo voi che siete in carcere anche tu che vai a scuola. Seri e veri con questo cuore che ha solo voglia di incontrare una risposta. Il demonio non e’ quello che ci frega facendoci fare le cose brutte, ci frega facendo tacere il cuore. Dio non vuole le cose belle, riaccende tutti i giorni il nostro cuore. Il cristiano, il religioso e’ uno che si prende sul serio così. Per cui l’augurio per tutti liberi, non liberi, avvocati, guardie, carcerati e’ la stessa roba ; seri e grandi con il cuore. Se poi questa amicizia la continuate e’ una cosa straordinaria, io ci sono e spero proprio di venirvi ad incontrare ancora.
La Madonna è venuta, stava in cima al letto, dietro la testa di Caterina. L’ha benedetta e ha benedetto Alessandra e Marija che ha chiesto il miracolo della guarigione per Caterina.....
leggi il resto della testimonianza di Antonio Socci qui:
http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=38846






