HOLY MOTHER

08:51 / Pubblicato da Alessandro / commenti (7)

Ieri, 26 febbraio, è morta la nostra amica Roberta. Lascia due bambini. Non ho cose intelligenti da dire. Solo una cosa "conveniente", molto conveniente da fare. Per tutti. Affidarla alla Madonna, unica Madre misericordiosa. E affidarle la mia vita. Consapevole che (come ricorda S.Teresa di Lisieux) non è la morte a cercarci ma il buon Dio. "Holy Mother" di Clampton è una preghiera. “Madre Santa, dove sei?/ Stanotte sono a pezzi/ Ho visto le stelle cadere dal cielo/ Madre Santa, non posso trattenermi dal piangere./ Oh, stavolta ho bisogno del tuo aiuto/ Fai che finisca questa notte di solitudine/ Dimmi per favore per quale via andare/ per ritrovare me stesso di nuovo./ Madre Santa ascolta la mia preghiera/ In qualche modo so che ci sei sempre/ Manda un po’ di pace al mio cuore/ toglimi questa angoscia./ non posso più aspettare a lungo, non farti attendere ancora. “Madre Santa ascolta il mio pianto/ io ho imprecato il tuo nome migliaia di volte/ ho sentito la rabbia attraversarmi l’anima/ ma ora ho bisogno della tua mano da poter afferrare./ Oh sento che la fine sta arrivando/ le mie gambe non correranno più a lungo/ Tu sai che in questa notte io preferirei essere tra le tue braccia”. E il finale, dolcissimo: “Quando le mie mani non suoneranno più/ la mia voce ci sarà ancora, ma io svanirò/ Madre Santa, allora io sarò/ disteso, in salvo tra le tue braccia”. Alla fine conta solo poter essere perdonati e abbracciati. Il resto è nulla.

Il sorriso della morte

18:42 / Pubblicato da Alessandro / commenti (0)

Cari amici,

Patrizia era una giovane prostituta di 19 anni. Era stata trovata nuda, violentata, distrutta in tutti i sensi e portata qui. AIDS galoppante. Spaurita come un pulcino nella stoppa. Lavata, pulita, baciata, abbracciata: cambia, sorride, diventa lei, lei come inizio di coscienza di “io sono Tu che mi fai”. Il suo bisogno di amore è più grande della fame che la portava a mangiare il cartone.

Un giorno dice alla psicologa: “vivevo prostituendomi perché almeno così qualcuno mi toccava, mi baciava, mi stava vicina…e mi dava un po’ di soldi”.

Ascoltavo commosso quelle parole perché anch’io sarei stato come lei se quel 25 di Marzo 1989 non fossi stato abbracciato da Giussani e poi da P.Alberto e poi da P.Paolino, da don Massimo ed ora da Carron.

Dopo quel colloquio l’ho baciata, abbracciata, le ho detto che le voglio bene. Finalmente un povero uomo…ma diverso da chi l’ha usata perché continuamente cosciente di essere abbracciato da un Altro, ma un altro concreto come nei giorni scorsi nell’esperienza dei responsabili dell’America Latina e dai miei amici gli Zerbini, Julian de la Morena, Paolino e Daf e questo mio popolo, anche lui nato da quell’abbraccio di 20 anni fa. Che commozione quando i giorni scorsi ho condiviso alcuni giorni di vacanza con gli Zerbini, che si erano preoccupati perfino della mia dieta (sono diabetico), di darmi una camera singola sapendo della mia fatica a dormire…e quando sono tornato ad Asuncion mi hanno subito chiamato per vedere come ero arrivato, se stavo bene ecc…

Un abbraccio che diventa sempre più grande perché l’uomo ha solo bisogno di questo. Che dolore quando vedo che spesso noi preti o consacrati siamo come un ferro arrugginito con uno sguardo spento.

Così domenica Patrizia, dopo 15 giorni fra noi, ha ricevuto il Battesimo, la Cresima e la prima Comunione. Mi piacerebbe mandarvi le foto, ma mi sembra di capire che al Nord del mondo certe foto danno fastidio quando ricordano che la realtà grida: “Lui esiste”.

Comunque da domenica Patrizia è solo Patrizia, senza nessun aggettivo o sostantivo a fianco. Da ieri lei ha cominciato a sorridere. Amici, Patrizia sa una cosa: “io sono Tu che mi fai”. Come padrini P.Aldo e un’anziana signora del mio ricovero (casa famiglia) senza memoria, ma ogni tanto cosciente…quando l’abbraccio e le parlo con affetto.

Amici cari, sono morte 4 persone questi giorni nella clinica…ma la morte ormai sorride, non è più arrabbiata perché si è resa conto che la vita è più forte e la vita è Gesù.

Un abbraccio

P.Aldo

GOODNIGHT ALWAYS

13:52 / Pubblicato da Alessandro / commenti (0)

Uno splendido pezzo di Billy Corgan (Smashing Pumpkins), Farewell and Goodnight. Ho visto il video dopo aver riletto una poesia di Ungaretti (l'unica che ho mai imparato a memoria) ritrovata mentre cercavo di mettere un po' d'ordine tra i vecchi libri messi lì alla rinfusa. Che c'entra? ... SERENO Bosco di Courton luglio 1918 (Ungaretti era al fronte)

Dopo tanta nebbia

a una

a una

si svelano le stelle

Respiro

il fresco

che mi lascia

il colore del cielo

Mi riconosco

immagine

passeggera

presa in un giro

immortale

Farewell and goodnight goodnight, to every little hour that you sleep tite may it hold you through the winter of a long night and keep you from the loneliness of yourself heart strung is your heart frayed and empty cause it's hard luck, when no one understands your love it's unsung, and i say goodnight, my love, to every hour in every day goodnight, always, to all that's in your heart goodnight, may your dreams be so happy and your head lite with the wishes of a sandman and a night light be careful not to let the bedbugs sleep tight nestled in your covers the sun shines but i don't a silver rain will wash away and you can tell, it's just as well goodnight, my love, to every hour in every day goodnight, always to all that's pure that's in your heart

Addio e buonanotte

Buonanotte, a ogni piccola ora in cui dormi possa sostenerti durante l'inverno di una lunga notte e salvarti dalla tua solitudine il cuore legato è il tuo cuore consumato e vuoto perchè è dura, quando nessuno comprende il tuo amore non è celebrato, e io dico buonanotte, amore mio, ad ogni ora di ogni giorno buonanotte, sempre, a tutto ciò che c'è di puro nel tuo cuore buonanotte, possano i tuoi sogni essere così felici testa leggera con gli auguri di un uomo di sabbia e una luce notturna stai attenta non lasciare dormire le cimici strette ai tuoi lenzuoli il sole splende ma io no una pioggia argentea laverà via e tu potrai distinguere, per capire che è lo stesso buonanotte, amore mio, ad ogni ora di ogni giorno buonanotte, sempre, a tutto ciò che c'è di puro nel tuo cuore.

Ring of Fire

13:04 / Pubblicato da Alessandro / commenti (0)

Frasi tratte da un libro: «La vita di Cash diventò caratterizzata da uno spirito di gratitudine. Sentiva che aveva avuto una vita benedetta e non ne avrebbe cambiato un solo minuto». «Alla fine Johnny ha realizzato il sogno di vivere una vita che semplificasse il potere della redenzione. Ha combattuto la battaglia giusta. Ha partecipato alla gara. Ha mantenuto la fede». A chi chiede “ma chi è questo Johnny Cash”? la risposta non è “un uomo religioso, un monaco”, bensì “un cantante americano, uno dei più famosi per giunta”. Un cantante country, che ha vissuto con la chitarra in una mano e la Bibbia nell’altra. Un uomo che ha vissuto il successo totale condito di alcool e anfetamine, che mille volte è caduto e mille si è ripreso, sempre cercando di rendere grazie a Dio. Tutto questo, storia e risvolti umani, è contenuto in uno dei più bei libri musicali che mi sia capitato di leggere: Johnny Cash, la vita, l’amore e la fede di una leggenda americana (Ed. Kowalsky; titolo originale: The man called Cash). Scritto da Steve Turner, già autore di Paperback Beatles e di Conversations con Clapton, il libro racconta la vita di Cash con una partecipazione e una ricchezza di particolari da condurre per mano il lettore-ascoltatore dentro una storia umana di intensità sconosciuta. La storia di questo musicista è già stata in parte portata sullo schermo in Quando l’amore brucia l’anima, ma il film - con Joaquim Phoenix - si fermava ben lontano dalla realtà storica, non fosse altro perchè concudeva la sua narrazione negli anni Sessanta, nei giorni del matrimonio felice con June Carter. La vicenda musicale di Johnny è nata insieme alla nascita del rock’n’nroll, nei giorni di Elvis e Carl Perkins, si è snodata attorno a canzoni immortali come Folsom Prison Blues e Ring of fire, ha assunto toni di leggenda negli anni Settanta e Ottanta grazie alla sua voce inconfondibile, ed è diventata negli ultimi anni punto di riferimento per musicisti di generazioni più recenti, come Bono (U2), Nick Cave e Trent Reznor.

Il libro racconta e racconta, nella migliore tradizione delle biografie “sul campo”: decine di interviste, testi, ritagli di giornale, citazioni mai supponenti, tratteggiando con partecipazione le ombre e le luci di una figura che negli States è stata influente come quella di Elvis Presley o di Bob Dylan. Ci sono i dischi e i concerti, il folk e il gospel, le amicizie e l’umanità («Johnny Cash è un vero eroe americano. Era di origini umili, come Abramo Lincoln, ed è diventato amico e fonte di ispirazione di carcerati e presidenti. Aveva il dono di far sentire chiunque la persona più importante del mondo»: queste le parole di Kris Kristofferson, cantante country e attore, nella prefazione), le milioni di copie vendute, i soldi sperperati, i 5 figli - John, Rosane, Tara, Kathy e Cindy - amati e a volte dimenticati, c’è l’universo dell’America tradizionale, quella del Sud, che prova a vivere i vecchi valori in una società cambiata, rivoluzionata, un’America che sbatte la testa, che prova a rialzarsi, che prega. L’onestà intellettuale di Turner, l’autore, salta fuori nei capitoli del racconto della fede di Johnny Cash. Una fede totale, continua: i periodi bui, autodistruttivi di Johnny, sono raccontati con accento freddo, come pure le “resurrezioni”, narrate come un continuo ritorno a casa del figliol prodigo. Su tutto la certezza del musicista che le cadute erano le prove per costruire una fede più grande: «Suo figlio, John Carter, riteneva che la sua forza spirituale fosse il risultato di tutte le avversità affrontate. Lui era come Pietro per Cristo. Credo che Dio sapesse che mio padre avrebbe sofferto, che sarebbe caduto, ma vide in lui qualcosa che sarebbe stato un fondamento per molte persone, così come Cristo vedeva qualcosa in Pietro».

Johnny Cash è morto il 12 settembre 2003, a 71 anni, pochi mesi dopo sua moglie. Il Time gli ha dedicato una celebre copertina. Una delle sue ultime parole è stata «Il Signore della vita è stato buono con me». Questo libro ne racconta la storia. Vale la pena leggerlo.

(Walter Gatti da: "Il Sussidiario")

KATYN di Andrzej Wajda

16:21 / Pubblicato da Alessandro / commenti (0)

Per comprendere l'importanza di questo film è opportuno ricordare quanto avvenne più di mezzo secolo fa. Il 1° settembre 1939 la Germania invase la Polonia da ovest, 16 giorni dopo vi fu l'occupazione ad est da parte dell' Unione Sovietica. Migliaia di soldati polacchi vennero imprigionati in campi di concentramento: per ordine di Stalin furono uccisi e i loro corpi fatti sparire. Qui sotto puoi cliccare sul trailer. All'indirizzo web seguente, la bellissima intervista al regista, tratta dal settimanale "Tempi" http://www.tempi.it/intervista/005652-il-caso-wajda-il-maestro-censurato

Una trattoria di provincia

11:26 / Pubblicato da Alessandro / commenti (0)

Una trattoria di provincia, una cameriera resta colpita da un gruppo di clienti, scrive loro una lettera. Altro non è che un documento di come accade il cristianesimo,di come si trasmette. Con esso una speranza per sè. Non è solo merito di una sensibilità particolare,di buona educazione,neppure di passione per le rivendicazioni di classe. Solo un umanità cambiata, educata, trasfigurata da un amore più grande di ogni cosa, è capace di una passione per tutto e tutti, ogni gesto anche il mangiare diventa occasione per testimoniare la Bellezza incontrata che sola può cambiare il mondo .Una cosa dell'altro mondo in questo mondo. (dal blog: Affezione alle circostanze) Gentilissimi signori ..., so per certo che ricevere una lettera da me vi apparirà parecchio strano. Beh vi assicuro che è più strano per me scriverla. E so che sarò ancor più imbarazzata quando ve la consegnerò,per non parlare di quando vi rincontrerò la volta dopo,con la consapevolezza che l'avete letta. Vi starete domandando il motivo di questo gesto......In effetti me lo sto domandando anch'io. Non lo so,non l'ho mai fatto prima d'ora. Non mi è mai capitata la necessità di esprimere a dei clienti,con cui tra l'altro la confidenza è minima,quello che penso di loro. Ma quest'anno ho voluto cogliere l'occasione del Natale per farlo. Prendetelo come il mio personale augurio. Sono quasi sette anni che lavoro in trattoria, ed è tanto che vi osservo. Ne ho conosciuta di gente qui,di ogni genere. Ci sono stati clienti a cui mi sono affezionata tantissimo, al punto da piangere quando ho saputo che andavano via. Clienti la cui presenza mi infastidiva,altri che ho disprezzato,altri che mi lasciavano indifferente. E poi voi;una categoria a parte. Poche volte ho incontrato,anche fuori dal lavoro,persone così. Io vi stimo,vi apprezzo in modo tale che ogni tanto mi stupisco di come una ragazza con il mio carattere riesca a non dimostrarlo. Vi ascolto quando parlate, so che non dovrei farlo,so che sono invadente perchè sono affari che non mi riguardano......ma ascoltare i discorsi dei clienti è il mio passatempo durante il lavoro. Vi ascolto con grande interesse perchè quello che dite è sempre maledettamente intelligente. Vi ascolto quando parlate dei vostri viaggi,quando raccontate episodi accaduti negli incontri con culture diverse;rimango stupefatta quando vi sento parlare al telefono lingue sconosciute. Mi piace sentirvi parlare anche per la forma :è bello sentire usare congiuntivi e condizionali al posto giusto. Ma forse della vostra parte intellettuale avrei potuto stufarmi prima o poi. Ed è qui che entra in gioco il resto. Voi mi fate ridere, ed è un divertimento diverso a quelli che sono solita vivere lì. Per capirci le vostre non sono mai chiacchere da bar,non c'è mai volgarità, mai banalità. Voi non avete idea di quanti ricordi io abbia di voi. Dei vostri commenti quando le cose che ordinate sono finite,dei vostri disegnini sui tovaglioli di carta......Di quando uno di voi era a pranzo con un signore straniero e,non sapendo come spiegare cosa fosse il sugo alla zingara,ha improvvisato una canzoncina con balletto per ricordare gli zingari. Potrei riempire pagine numerando ciò che ricordo di voi .Ma non è il caso ,non è finita. C'è dell'altro. Seppure ,e lo dico senza falsa modestia,io abbia una buonissima considerazione della persona che sono,spesso il rispetto della gente è poco di più di quello che si riserva ad una pezza da piedi. Molti,e parlo di quel secondo gruppo composto dai"grandi",mi considerano quella che porta i piatti. Non mi vedono come una lavoratrice che presta un servizio ma che oltre il lavoro è qualcosa di più. Mi offende quando si stupiscono di un mio disegno,o intervengo in una discussione,su loro richiesta,dico qualcosa di intelligente e il mondo sembra fermarsi finchè loro si capacitano che la mia cultura è maggiore di quella che si erano immaginati. Ci sono volte che vorrei gridare loro:<Ma mentre alcuni di voi studiavano avendo le spalle coperte dal paparino, io mi sono fatta in quattro lavorando e studiando ,andando in università la sera e studiando di notte per poter portare a voi da mangiare di giorno >>.E dimostrare a molti di loro ,che oltre al lavoro non sono niente,che oltre a portare i piatti io ho tante qualità. Che leggo un numero tale di libri che quelli che io mangio in un mese loro se li sognano in anni. Che ballo,tempo permettendo insegno anche,salsa,merengue,bachata. Che sono un ottima giocatrice di biliardo,che ho adottato una bimba a distanza anche se le mie finanze non sono delle migliori.Che sono uscita di casa a 18 anni e adesso a 24 anni ho già una casa mia con un mutuo decente. Che dipingo,che scrivo.No,per loro porto i piatti e basta.Voi no. Da voi mi sento guardata con occhi diversi. Per voi sono innanzitutto una persona. Ed è questo che mi piace. Non voglio complimenti per i miei dipinti o per una figura di salsa.Voglio essere vista come una persona,non voglio essere identificata con il lavoro che faccio (se pur lo ami e lo faccia con passione). Voi lo fate. E per questo vi ringrazio. C'è dell'altro. Ultimo punto ,giuro. Ho conosciuto le vostre famiglie. Vi ho conosciuto come famiglia. E beh......wow! In un mondo come il nostro in cui è diventato l'individuo fine a se stesso il mattone della società,c'è ancora ,se pur pur sia una rarità ,un mondo come il vostro dove i valori genuini di una volta la fanno ancora da padroni. Vedo i vostri figli ,quanti a proposito,e noto educazione,sincerità,gioia,serenità nel rapporto con se stessi ,con la famiglia,con gli altri. Vi vedo quando vi fate il segno della croce e,anche se non sono credente,mi piace tantissimo. Per la vostra naturalezza, perchè non vi vergognate di porre la vostra fede sotto gli occhi di tutti,senza tuttavia volerla esibire. Siete persone belle ,genuine. Ce ne vorrebbero di più,ed è con immensa gioia che vi porgo i miei auguri di Buon Natale. Perchè la vita possa offrirvi tutto quello che meritate. Con enorme stima, la vostra cameriera Simona.

Non ci ardeva forse il cuore? Don Luigi Giussani, Desio 15 ottobre 1922 - Milano, 22 febbraio 2005 -Lettera di Padre Aldo -

20:18 / Pubblicato da Alessandro / commenti (0)

Cari amici, “non ci ardeva il cuore mentre lungo il cammino parlavamo con lui?” Si domandavano i due discepoli di Emmaus. Ebbene, alla fine di questi giorni passati in compagnia di Carron, durante l’incontro responsabili dell’America Latina a S.Paolo e il commovente incontro allo stadio con 15000 amici guidati dai miei carissimi amici, gli Zerbini, è quanto vibra dentro di me. Ho rivisto vivo, palpitante, fisicamente presente, don Giussani. Guardando Carron, ascoltandolo, lasciandomi provocare dall’intensità della sua umiltà che ci conduce sempre a quello che Giussani definisce “il criterio oggettivo, infallibile per giudicare tutto, il cuore” era evidente che Giussani stava lì. Che bello: per me Giussani non è morto, anzi, direi che in Carron è più vivo di prima. Ed è il mio cuore a dirmelo, perché ero commosso nel seguirlo, era come quel primo giorno che avevo incontrato Giussani in via Martinengo, era come quando 20 anni fa mi ha tenuto con sé due mesi: la stessa intensità di sguardo, una capacità impressionante di parlare al mio io. Davvero nei miei 62 anni solo Giussani ed ora Carron hanno saputo e sono capaci di parlare così al mio cuore. Uno spettacolo che, avvicinandosi l’anniversario della morte di Giussani, mi fa gridare: Giussani è vivo, più vivo di prima perché adesso quelle parole che avevano soffocato il mio cuore, salvandomi dall’ideologia, hanno in me uno spessore impensabile allora. Allora sentivo la verità della promessa, oggi vedo il lento, inesorabile, progressivo compimento. Amici, che razza di uomo questo amico e padre Carron! E come vorrei che con l’intelligenza dei “piccoli”, con la semplicità dei bambini ci potessimo immedesimare con lui, con quanto ci indica. Ho visto in lui il Giovanni Battista: un uomo che rimanda ad altro, ci indica quei segni inconfondibili del Mistero che sono fra noi. Sono tornato commosso, come ai primi giorni del mio incontro con il Giuss, fino al punto di chiedere ai miei ammalati terminali questa mattina: “amici, da oggi in avanti offriamo i nostri dolori ed anche il sacrificio della nostra vita per questo uomo che davvero è la garanzia per ognuno che quell’abbraccio del Giuss mediante il quale Dio ha cambiato la mia vita, segua vivo”. Come vorrei che quanti hanno la grazia di ascoltarlo di frequente o vivergli al fianco vibrassero come vibra il mio cuore da quando due anni fa l’ho conosciuto prendendo sul serio la sua instancabile ripetizione: “io sono Tu che mi fai” o quella del vangelo “anche i capelli del vostro capo sono contati”. È proprio da quel giorno che è sbocciata anche la grande amicizia con gli Zerbini, un’amicizia piena di chiarezza, di tenerezza che ha spinto loro a venire ben due volte a visitarci e a P.Paolino con 4 ragazzini fare 50 ore di corriera per partecipare al grande gesto di domenica scorsa allo stadio. Amici, uno spettacolo di fede che, credo solo nel Medio Evo era possibile vedere, quando un re aderiva alla fede, tutti aderivano, così come erano, grandi peccatori. Davvero ho rivisto il cuore del Movimento, della libertà. Dopo anni di stanchezza, di rischio di vivere di ricordi, oggi a 62 anni comprendo, vedo che Giussani è vivo ed è vivo se seguiamo radicalmente Carron, assimilandoci con il suo modo di vivere Giussani. La paternità umana di quest’uomo, che ha come centro l’io, la realtà, il cuore umano, commuove e sconvolge tutti. Comeè successo venerdì mattina quando con gli Zerbini ho incontrato il cardinale di S.Paolo e alcuni fra i più importanti Rettori universitari della città. Amici, volevo solo “festeggiare” con voi la certezza che Giussani vive e che quanti seguono con intelligenza Carron toccano con mano questa verità: siamo più felici, più contenti. Mentre chi vive di nostalgia è triste. Un abbraccio P.Aldo

Il dubbio del nulla

13:58 / Pubblicato da Alessandro / commenti (0)

Cosa resta degli uomini che vissero tra queste mura? Che è lo stesso che chiedersi cosa sarà di noi. C'è un tarlo che rode oggi quassù. È il dubbio del nulla. Lo stesso che porta a far morire una ragazza in coma da troppi anni. Marina Corradi (da TEMPI) Siamo andati al Castello Sforzesco domenica, a fare il giro delle merlate. Ci hanno portati su per antiche scale, in alto, fino ai tetti e ai camminamenti da cui si vede Milano, sotto, che s'allarga grigia. Era una giornata fredda e bellissima, il cielo di un blu assoluto, spietato. In quella limpidezza la città stava scoperta, impudica come una donna non giovane e non bella sorpresa nuda, della sua bruttezza imbarazzata. L'orizzonte però era chiaro talmente, che si vedevano le montagne, e netta anche ogni spaccatura delle rocce. Tutto così nitido in quell'aria tersa, che ogni cosa fra le case e il cielo sembrava tagliata da una lama affilata, quasi crudele. Su per i camminamenti, dietro ai merli ghibellini nella penombra dei tetti di travi, i passi dei visitatori erano l'unico suono, insieme al frullio d'ali dei piccioni. Così vicina e così lontana Milano: il Pirelli, il Duomo, la torre Velasca erti sulla distesa di case, come di guardia. E tu a cercare laggiù in mezzo con lo sguardo, là sei nata, là sei andata a scuola, lì sono nati i tuoi figli. La tua vita dentro a questo perimetro tra le vie di Milano, intersecata a milioni di altri sconosciuti destini. E il sole è splendido, il Castello bellissimo, ma qualcosa in tutta questa bellezza duole. Queste stanze con le loro mura poderose e le torri, e le feritoie a spiare l'avvicinarsi dei nemici, e le ripide scale, testimoniano: uomini hanno vissuto qui in un tempo remoto, tali e quali a noi, e bambini, che per questi antri si rincorrevano a perdifiato, su, fino alla sala dei falconi del duca, dove gli uccelli prigionieri anelavano il cielo. Dormivano stretti vicini al camino acceso, mentre nella notte la fiamma si spegneva, e in una giornata come questa fremevano per la primavera in arrivo. Ma cosa resta di loro? Qualche lapide, e, dei principi, un ritratto che sotto il tempo scurisce. Dal basso sale la musica delle giostre, nel parco; e sembra quella di perdute fiere e feste, come quando Beatrice d'Este arrivò in sposa al duca di Milano. Che ne è stato, e dove sono ora tutti? (Che è la stessa cosa che chiedersi cosa sarà di noi, e dei nostri figli). Quello che duole in questo pomeriggio splendente è un tarlo educato, che rode piano. È il dubbio del nulla. Lo stesso in fondo che porta a far morire una ragazza in coma da troppi anni. Un dubbio che intacca anche chi crede, va in chiesa e cerca d'essere cristiano. La mia vita? L'arco d'anni fra un'alba alla Mangiagalli, quel liceo, quella casa e la pace del Monumentale. Proprio come i principi e i soldati e i bambini che camminavano nelle corti del Castello, e di cui non resta niente sotto al blu ardente di una domenica di vento. Che cos'è? Smemoratezza, o un danno ereditato nel sangue con la tua generazione? «Ora è vero, ma è stato così a lungo falso che ancora oggi sembra impossibile», dice una poesia di Jimenez «È vero, è tutto vero», ti ripeti guardando dall'alto Milano; ma quanto dolorosamente l'altra vita promessa ti sembra impossibile.

Una Serata Speciale

22:55 / Pubblicato da Alessandro / commenti (6)

Sabato sera gli amici dell'Associazione Amici di Simone Tanturli Onlus, hanno proposto un aperitivo “longer” per raccogliere fondi da destinare alla famiglia del piccolo Mattia gravata, tra le altre cose, da diverse spese legate alle sue condizioni di salute. Detto questo potremmo aver detto tutto. Invece no. Invece vale la pena raccontare ancora una volta la Bellezza di questi momenti, fatta di tante piccole e grandi cose, fatta dei volti degli amici che puliscono la verdura, che “provano” i cocktails, che ritagliano gli addobbi di cartone o che preparano la pasta. Bellezza fatta dello stupore di girarsi e trovare la sala piena zeppa di persone. E' la Bellezza dello stare insieme, del muoversi, del camminare insieme, pur se diversissimi tra noi, perchè per riunire più di 150 persone di età compresa tra i 6 mesi e i 70 anni e oltre ci vuole una ragione. La ragione è l'amicizia che ci lega attraverso la comune passione al Destino, è la storia di ognuno che converge in un unico punto fermo: l'Amore che Dio ha per noi, riconosciuto e testimoniato, cioè vissuto. Grazie infine a tutti, a chi è venuto e a chi non ha potuto. Un grazie particolare a Paolo Vites che ha condiviso con noi questa serata testimoniandoci (la scusa era la presentazione del suo bellissimo libro) della Bellezza, dell'Amore appassionato alla Realtà, tutta. Grazie ai suoi amici musicisti, che ci hanno offerto, gratuitamente, se stessi, raccontandosi e suonandoci splendide canzoni. Grazie a Marta e Gianluca che con il loro “si” hanno spalancato le porte al Mistero permettendo a tutti noi di sperimentare che nulla è per il male, neanche il dolore.

Dedicato a Eluana (clicca sul video)

12:21 / Pubblicato da Alessandro / commenti (0)

Miracolo Celeste

15:16 / Pubblicato da Alessandro / commenti (0)

Amici,sono felice.

Oggi arrivando in clinica ho incontrato Celeste che camminava da sola.

L’ho abbracciata commosso: ma questo e’ un miracolo! E poi ha fatto un pezzo di

processione col Santissimo.

E pensare che i medici, prima che arrivasse qui, ce la volevano consegnare per

seppellirla.

Giussani, come ha salvato questo peccatore, continua bene il suo lavoro.

Con affetto P.Aldo

Andrès, lo storpio.

22:14 / Pubblicato da Alessandro / commenti (0)

Cari amici, Eluana l'abbiamo ammazzata ed ora, in questo momento è morto il mio piccolo Andrès. Aveva 22 anni, pesava 18 kg. Ermanno lo storpio era sano e “perfetto” se paragonato con il mio figlio. Per di più viveva come in uno stato vegetativo, mangiando con la sonda. E' morto quando abbiamo fatto morire Eluana. Sono qui a fianco del suo cadaverino. Sarà un problema metterlo nella bara per il suo corpo tutto deformato. Lo guardo ma oggi i miei occhi, il mio cuore sono duramente provati, come lo sono tutti i giorni vedendo morire tutti i miei figli che arrivano qui. Più di 600 in quattro anni e mezzo. Solo chi ha perso un figlio può capirmi. O meglio chi ha perso un figlio avendo il cuore innamorato di Cristo. E' un dolore come quello della Madonna ai piedi della croce, ma pieno di pace. Sento il cuore piegato anche fisicamente e nello stesso tempo vedo le porte del paradiso aperte. Andrès è morto circondato da noi, in ginocchio al suo fianco, celebrando la Messa. La sua agonia lunga e dolorosa. I suoi gemiti mi soffocavano le parole della Messa nella gola. Vedere per la seicentesima volta morire un altro figlio. E' sempre un dolore nuovo e profondo. E' sempre rivivere il Mistero della morte e risurrezione di Cristo. Molti mi chiedono: ma come fai a resistere? Cosa ti risponderebbe un padre, innamorato di Cristo? Ecco lì è il cuore di tutto. E' vivendo la realtà di cui il dolore vissuto dentro un abbraccio come quello che Giussani ha avuto per me, che si trasforma in una porta che ti introduce nel cuore di lei, dove scopri la bellezza del Mistero che mediante la morte ti porta con sè per poterlo vedere “in faccia”. Il corpicino freddo di Andrès è qui al mio fianco. Ci starebbe in un sacchettino. Ma lui, Andrès è il mio Gesù in braccio alla Madonna ai piedi della croce. Che bello questo suo corpo che per tanto ho adorato in compagnia dei miei amici medici e tutto il personale. Come vorrei che Eluana in questo momento avesse la stessa compagnia che ha il mio Andrès. Amici cosi Eluana è come ci dicesse; “abbiate il coraggio di guardare in faccia la realtà...riprendete il capitolo X del Senzo Religioso....è l' unico cammino perchè non abbiamo da seguire uccidendo la realtà di cui ogni uno è il cuore”. I miei figli che muoiono, i miei bimbi completamente muti per la malattia, tutti con il sondino per poterli alimentare.....sono tutti piccole Eluana....e mi rimandano al Mistero fatto carne in loro. Loro sono Gesù nella croce. Ma capite cosa vuol dire per me e perchè vi scrivo in un certo modo....che può infastidire chi non è padre, chi non ha mai perso un figlio...chi è borghese. Si può stare davanti alla morte di Eluana come stiamo normalmente davanti alla realtà: distratti. La verginità è una pienezza di paternità e maternità con una ferita che si rimarginerà solo nel mio incontro definitivo con Cristo. La Verginità esige le stimmate del cuore e solo così diventa la forma più alta di dolore, di amore e di gioia, di paternità. Che Eluana ci perdoni il poco amore alla realtà, il poco senso del Mistero che viviamo e che Andrès ci doni la grazia di morire come lui: in compagnia di Gesù, Giuseppe e Maria. La compagnia di chi ci vuole bene. Lo affido alle vostre preghiere. Domani lo porterò con me al cimitero. Mi viene in mente quella donna dei Promessi sposi che usciva di casa con il suo piccolo morto per peste in braccia... Anche il mio Andrès e così piccolo e riposerà fra i tanti miei figli morti in compagnia di questo povero peccatore e dei miei amici. Vorrei tanto che fosse sempre lo stupore a muoverci, perchè solo cosi scopriremo che la realtà è provvidenziale per cui Eluana ed Andrès diventano cammino al riconoscimento del Mistero. Termino questa mattina la lettera. Ho dormito poco e neanche il sonnifero non ha servito a niente. O meglio ha servito perchè la prima cosa fatta stamani è stata quella di confessarmi, perchè, essendo il corpo mistico di Cristo tutti siamo responsabili dell' accaduto a Eluana.“Datemi 4 persone innamorate di Cristo e metterò a ferro e fuoco l' Italia” diceva Santa Caterina. Dio voglia che siamo fra questi. Con affetto, P. Aldo

Il Miracolo di Elu: svegliare le nostre coscienze.

20:34 / Pubblicato da Alessandro / commenti (0)

Ciao Eluana, sei stata grandiosa. Per essere un vegetale, negli ultimi tempi hai fatto cose sovrumane. Immobile nell'agonia, sei riuscita a smuovere più cose del mondo di quante noi si riesca a smuovere nel corso di frenetiche e attivissime esistenze. Guardiamoci intorno: quello che è successo in questo stranissimo Paese ha dell'inverosimile. Dal tuo sudario di Udine, senza muovere un dito, hai realizzato l'impossibile: per giorni, hai spazzato via dalle pagine dei giornali e dal video televisivo tutto il ciarpame delle nostre supposte emergenze nazionali. Non dimentichiamolo, anche se può provocarci qualche inevitabile rossore: fino alla settimana scorsa, eravamo tutti sanguinosamente impegnati nelle discussioni sulla hostess suffragetta del Grande fratello e sull'indomito Villari alla Commissione di vigilanza Rai. Queste erano le cose più importanti delle nostre giornate. Viste da qui, viste adesso, ci fanno giustamente vergognare di noi stessi. Ma è la realtà. Senza nemmeno guardarci negli occhi, tu ci hai indotti a rivedere le gerarchie dei nostri pensieri e delle nostre riflessioni, ricomponendole in modo decisamente meno ridicolo. Di più: senza battere ciglio, hai smosso persino il mondo della politica, questo mondo perennemente in ritardo sugli umori e sul sentire comune della popolazione che rappresenta. Da epoche immemorabili non succedeva che le istituzioni si mobilitassero con questa tempestività e con questa passione (pazienza se neppure stavolta sono riusciti a convocarsi di domenica: prima o poi ce la faranno, forse, chissà, magari per approvare finalmente una legge civile sul testamento biologico). Girando lo sguardo fuori dai Palazzi, un panorama indescrivibile. Non importa l'orientamento e l'opinione: da tanto tempo, ormai, ne parlano tutti, ne parlano ovunque. Se ne parla a tavola e in ufficio, sui tram e negli aeroporti, nelle parrocchie e nei centri sociali, nelle aule di giustizia e nelle assemblee condominiali, a scuola e nei talk-show. Sono partite fiaccolate, sono comparsi tavolini per raccolte di firme, sono sfilati i pro e i contro. Immersi nell'inusuale macerazione, siamo persino riusciti ad accantonare per qualche tempo gli angosciosi lamenti sulla crisi economica. Anche quella ci è sembrata una stupidaggine, di fronte all'insormontabile storia di Eluana. Inutile nasconderlo: in queste ore, diciamo anche un sacco di fesserie. Si sentono schiamazzi penosi. Molti parlano senza sapere, molti parlano solo perché in certe situazioni bisogna timbrare il cartellino della propria autorevolezza, molti usano anche questa vicenda sacra per l'ennesima strumentalizzazione politica, mentre qualche decerebrato non perde occasione per esprimere tutta la propria pochezza, come quei geni che hanno bombolettato sul muro di Udine «Beppino boia». Lo sappiamo: siamo tantissimi e non siamo allenati a riflettere, a parlare solo di cose che conosciamo, per cui è inevitabile assistere anche a spettacoli deprimenti. Nella quantità, c'è di tutto. Per qualcuno che ragiona in modo sofisticato, c'è subito un altro che brandisce la clava in modo sguaiato. Però c'è un però: nel complesso, nonostante certe cadute sgangherate, la nazione si è finalmente impegnata nel nobile esercizio del pensiero. Persino chi abitualmente strumentalizza, lo si percepisce chiaramente, comincia ad avvertire un minimo di imbarazzo: nella leggendaria Italia degli spudorati, è un fenomeno che ha dell'incredibile. Sì, abbiamo assistito a qualcosa di nuovo e di bello, anche se a tempo determinato. Non riusciva più a nessuno, di smuoverci in questo modo. Ci sei riuscita tu, sventurata Eluana. Da vegetale, senza vita e senza speranza, ci hai spinto ad alzare la testa. Hai cocciutamente smosso la parte migliore di noi. In questo clima di tristezza, diventa ancora più attuale la domanda che nel modo più o meno serio, più o meno rigoroso, più o meno raffinato, ci siamo tutti posti negli ultimi giorni: allora, come si misura la vita? Dai battiti cardiaci? Dallo stato di coscienza? Dal livello di produttività? È evidente: in base a questi parametri, tu eri facilmente classificata come vegetale. Nel senso che mantenevi qualche funzione primaria, ma non avevi coscienza e non eri in grado di produrre nulla: nemmeno una parola, nemmeno un'occhiata. Ma se per un attimo proviamo a misurare il livello di vita in un altro modo, cioè in base alla capacità di incidere sulla realtà degli uomini, evidentemente non potevi restare confinata nel mondo vegetale. Con il tuo linguaggio molto particolare, dolcissima ragazza, hai inciso sulla realtà in modo pesante, profondo, sconvolgente. La tua vita terminale non era qualcosa di marginale, di fittizio, di inutile: nelle ultime ore è imperiosamente diventata la vita più feconda e più interessante di tutte. Se vegetale, eri il più bel fiore che sia mai sbocciato sui suoli italiani: senza fare e senza dire niente, hai suscitato l'attenzione e la compassione, le emozioni e le riflessioni di un'intera nazione. No, non eri niente male, come vegetale. Averne, di queste creature inutili e inservibili. Bisognerà cominciare a chiederti scusa e a rivolgerti sincera gratitudine. Per anni, tutti abbiamo sperato e pregato che avvenisse un miracolo, l'eccezionale miracolo capace di rianimarti dal tuo insondabile torpore. Ma nel silenzio e nel mistero, senza che ce ne accorgessimo, il miracolo l'hai fatto tu a noi: hai svegliato dal coma le nostre coscienze, almeno per un po'. (di Cristiano Gatti)

La carezza del Nazareno

15:29 / Pubblicato da Alessandro / commenti (0)

ELUANA «CI VORREBBE UNA CAREZZA DEL NAZARENO» «L’esistenza è uno spazio che ci hanno regalato e che dobbiamo riempire di senso, sempre e comunque» (Enzo Jannacci, Corriere della Sera, 6 febbraio 2009). Ma una vita come quella di Eluana si può riempire di senso? Ha ancora significato? La morte di Eluana non ha chiuso la porta a queste domande. Anzi. Non è tutto finito, come un fallimento della speranza per chi la voleva ancora in vita, o come una liberazione per chi non riteneva più sopportabile quella situazione. Proprio ora la sfida si fa più radicale per tutti. La morte di Eluana urge come un pungolo: come ciascuno di noi ha collaborato a riempire di senso la sua vita, che contributo ha dato a coloro che erano più direttamente colpiti dalla sua malattia, cominciando da suo padre? Quando la realtà ci mette alle strette, la nostra misura non è in grado di offrire il senso di cui abbiamo bisogno per andare avanti. Soprattutto, di fronte a circostanze dolorose e ingiuste, che non sembrano destinate a cambiare o a risolversi, viene da domandarsi: che senso ha? La vita non è forse un inganno? Il senso di vuoto avanza, se rimaniamo prigionieri della nostra ragione ridotta a misura, incapace di reggere l’urto della contraddizione. Ci troviamo smarriti e da soli con la nostra impotenza, col sospetto che in fondo tutto è niente. Possiamo «riempire di senso» una vita quando ci troviamo davanti a una persona come Eluana? Possiamo sopportare la sofferenza quando supera la nostra misura? Da soli non ce la facciamo. Occorre imbattersi nella presenza di qualcuno che sperimenti come piena di senso quella vita che noi stessi invece viviamo come un vuoto devastante. Neanche a Cristo è stato risparmiato lo sgomento del dolore e del male, fino alla morte. Ma che cosa in Lui ha fatto la differenza? Che fosse più bravo? Che avesse più energia morale di noi? No, tanto è vero che nel momento più terribile della prova ha domandato che gli fosse risparmiata la croce. In Cristo è stato sconfitto il sospetto che la vita fosse ultimamente un fallimento: ha vinto il Suo legame col Padre. Benedetto XVI ha ricordato che per sperare «l’essere umano ha bisogno dell’amore incondizionato. Ha bisogno di quella certezza che gli fa dire: “Né morte né vita… potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù” (Rm 8,38-39). Se esiste questo amore assoluto con la sua certezza assoluta, allora – soltanto allora – l’uomo è “redento”, qualunque cosa gli accada nel caso particolare» (Spe salvi 26). La presenza di Cristo è l’unico fatto che può dare senso al dolore e all’ingiustizia. Riconoscere la positività che vince ogni solitudine e violenza è possibile solo grazie all’incontro con persone che testimoniano che la vita vale più della malattia e della morte. Questo sono state per Eluana le suore che l’hanno accudita per tanti anni, perché, come ha detto Jannacci, anche oggi «ci vorrebbe una carezza del Nazareno, avremmo così tanto bisogno di una sua carezza», di quell’uomo che duemila anni fa ha detto, rivolgendosi alla vedova di Nain: «Donna, non piangere!». Comunione e Liberazione 10 febbraio 2009

9 febbraio 2009, ore 20.24

21:48 / Pubblicato da Paolo Vites / commenti (2)

"Eluana è morta": allora era viva. Non si può morire se non si è vivi. Che il Signore la accolga in Paradiso. E abbia misericordia del nostro male.

Un Amore Infinito.

20:06 / Pubblicato da Alessandro / commenti (0)

Pubblichiamo questa lettera, scritta alcune settimane fa, certi che abbia molto a che fare con la vicenda di Eluana. Sono righe inviate da una nostra amica ad una ragazza che, scoprendo in gravidanza di aspettare un bimbo “imperfetto”, ha deciso di abortire. Cara Maria (chiameremo così la nostra amica n.d.r.), innanzitutto ti chiedo di perdonare questa intrusione improvvisa nella tua vita in un momento che so essere per te molto difficile. Sono Francesca e sono la mamma di Sara, Simone e Benedetta; come credo Simona ti abbia già raccontato mio figlio Simone tre anni fa è andato in Paradiso, all'età di sei anni appena. Simone era affetto da Sindrome di Down, ma direi che questo era l'ultimo dei suoi problemi perchè la vera lotta della sua breve vita è stata contro una grave malformazione dell'esofago che lo ha sempre costretto a nutrirsi attraverso un sondino e lo ha costretto a subire molti interventi chirurgici e lunghi ricoveri, tanto che non ha mai imparato nè a parlare nè a camminare. Il motivo per cui tento di scriverti queste righe è che vorrei provare a raccontarti che quando ho saputo che mio figlio aveva queste problematiche ero alla 23 settimana di gravidanza, avevo già una bimba di soli due anni e lo smarrimento e la confusione erano davvero immensi, ma nessuno di quei tremendi pensieri riusciva a contraddire una verità che sentivo nel profondo del mio cuore: lui era il mio bambino. Quando la dottoressa del Gaslini terminò di comunicarmi la diagnosi mi fece una domanda che mi gela le ossa ancora adesso che sono passati più di nove anni: "cosa vuole fare?". Io in quell'istante, pur facendomela sotto, ho capito che non c'era dolore, difetto, diversità, limite, imperfezione, che avrebbe mai potuto portarmi a rispondere qualcos'altro, e le ho risposto: "niente, aspetto che nasca mio figlio". Lei era stupita della mia risposta e si è complimentata per il mio coraggio, come poi altre volte mi è capitato, ma io ti giuro che ancor oggi non riesco a capire come possa volerci del coraggio ad amare tuo figlio, a maggior ragione se è malato! Continuavo a pensare a Sara, la mia primogenita, ma anche a tutti gli altri bambini che conoscevo, belli, sani e intelligenti, e mi chiedevo: ma se si ammalassero gravemente per qualche ragione e perdessero in tutto o in parte quelle qualità che fanno di loro dei bambini "ben riusciti"??? Cosa faremmo? La risposta va da sè: li ameremmo, e se è possibile ancora di più. Saremmo al loro fianco in ogni istante difficile, in ogni cosa nella quale non riescono, cercheremmo di aiutarli a crescere, faremmo tutto quello che possiamo perchè siano felici. In parole povere faremmo semplicemente le mamme e i papà. Certo, soffrendo e lottando forse un po' di più. E allora perchè il solo fatto che lui non fosse ancora venuto alla luce doveva mettere in dubbio che fosse mio figlio e io la sua mamma? Cos'era, una questione di dimensioni? Di guardarsi negli occhi? Di sentire la sua voce? Ma ad una donna in quell'attimo sconvolgente e miracoloso in cui scopre di essere incinta servono questi "dati" per sentirsi in attesa di un figlio? Io sono una poveretta con una media istruzione e una media intelligenza ma azzardo a rispondere con certezza di no. Cara Maria, vorrei poterti raccontare quanta gioia, quanta vera felicità, quanta commozione abbia portato Simone nella nostra famiglia e tra i nostri amici, quanto sia valsa la pena di dire di si, di accogliere la sua esistenza anche se lui non era perfetto e il suo corpo non era sano. Vorrei poterti raccontare che ricomincerei tutto da capo, se potessi, che i suoi sorrisi, il suo chiamarmi mamma (e chiamare mamma tutto il resto, compreso suo padre!), le sue manine che battevano quando era felice, i suoi capricci, i suoi splendidi occhi lieti e fiduciosi, la sua voglia di vivere, mi mancano immensamente e non rimpiango nulla se non il fatto che avrei voluto averlo con me per sempre. Ma mi rendo conto che forse mi sono dilungata un pò troppo, e ti chiedo ancora scusa. Cara Maria, c'è un'evidenza contro la quale spesso noi poveri uomini cerchiamo invano di combattere, non so bene perchè, ed è che la vita è assolutamente, inevitabilmente un dono. L'espressione "aspettare un figlio" è di una struggente verità perchè nella parola "attesa" c'è tutta la nostra impotenza, il nostro bisogno di affidarci, la nostra impossibilità di creare qualcosa da soli. Noi possiamo solo attendere. Una mamma attende che arrivi il suo bambino, proprio quello e non un altro, e lui attende nel silenzio e nel calduccio della pancia di essere abbracciato e amato. So che queste parole sono dure, nella loro banalità, e immagino che tu stia soffrendo, insieme a tuo marito, mentre ti chiedi come usare la tua libertà; io posso solo suggerirti di usarla per dire di si a questo dono, anche se adesso non ti sembra tale. Sono certa che se dirai di si nella tua vita si riverserà un amore Infinito, che ti ripagherà di ogni fatica, e ne sono certa perchè a me è successo esattamente questo. Ti abbraccio forte, Francesca.

L'ateo Jannacci

08:28 / Pubblicato da Paolo Vites / commenti (2)

«La vita è importante anche quando è inerme e indifesa. Fosse mio figlio mi basterebbe un battito di ciglio» Fonte: Corriere della Sera, http://www.corriere.it/cronache/09_febbraio_06/jannacci_eluana_fabio_cutri_1fd6ba3e-f41a-11dd-952a-00144f02aabc.shtml Enzo Jannacci (Foto Rai)MILANO - Ci vorrebbe una carezza del Nazareno» dice a un certo punto, e non è per niente una frase buttata lì, nella sua voce non c'è nemmeno un filo dell'ironia che da cinquant'anni rende inconfondibili le sue canzoni. Di fronte a Eluana e a chi è nelle sue condizioni — «persone vive solo in apparenza, ma vive» — Enzo Jannacci, «ateo laico molto imprudente», invoca il Cristo perché lui, come medico, si sente soltanto di alzare le braccia: «Non staccherei mai una spina e mai sospenderei l'alimentazione a un paziente: interrompere una vita è allucinante e bestiale». È un discorso che vale anche nei confronti di chi ha trascorso diciassette anni in stato vegetativo? «Sono tanti, lo so, ma valgono per noi, e non sappiamo nulla di come sono vissuti da una persona in coma vigile. Nessuno può entrare nel loro sonno misterioso e dirci cosa sia davvero, perciò non è giusto misurarlo con il tempo dei nostri orologi. Ecco perché vale sempre la pena di aspettare: quando e se sarà il momento, le cellule del paziente moriranno da sole. E poi non dobbiamo dimenticarci che la medicina è una cosa meravigliosa, in grado di fare progressi straordinari e inattesi». Ma una volta che il cervello non reagisce più, l'attesa non rischia di essere inutile? «Piano, piano... inutile? Cervello morto? Si usano queste espressioni troppo alla leggera. Se si trattasse di mio figlio basterebbe un solo battito delle ciglia a farmelo sentire vivo. Non sopporterei l'idea di non potergli più stare accanto». Sono considerazioni di un genitore o di un medico? «Io da medico ragiono esattamente così: la vita è sempre importante, non soltanto quando è attraente ed emozionante, ma anche se si presenta inerme e indifesa. L'esistenza è uno spazio che ci hanno regalato e che dobbiamo riempire di senso, sempre e comunque. Decidere di interromperla in un ospedale non è come fare una tracheotomia...». Cosa si sentirebbe di dire a Beppino Englaro? «Bisogna stare molto vicini a questo padre». Non pensa che ci possano essere delle situazioni in cui una persona abbia il diritto di anticipare la propria morte? «Sì, quando il paziente soffre terribilmente e la medicina non riesce più ad alleviare il dolore. Ma anche in quel caso non vorrei mai essere io a dover "staccare una spina": sono un vigliacco e confido nel fatto che ci siano medici più coraggiosi di me». Come affronterebbe un paziente infermo che non ritiene più dignitosa la sua esistenza? «Cercherei di convincerlo che la dignità non dipende dal proprio stato di salute ma sta nel coraggio con cui si affronta il destino. E poi direi alla sua famiglia e ai suoi amici che chi percepisce solitudine intorno a sé si arrende prima. Parlo per esperienza: conosco decide di ragazzi meravigliosi che riescono a vivere, ad amare e a farsi amare anche se devono invecchiare su un letto o una carrozzina». Quarant'anni fa la pensava allo stesso modo? «Alla fine degli anni Sessanta andai a specializzarmi in cardiochirurgia negli Stati Uniti. In reparto mi rimproveravano: "Lei si innamora dei pazienti, li va a trovare troppo di frequente e si interessa di cose che non c'entrano con la terapia: i dottori sono tecnici, per tutto il resto ci sono gli psicologi e i preti". Decisero di mandarmi a lavorare in rianimazione, "così può attaccarsi a loro finché vuole"... ecco, stare dove la vita è ridotta a un filo sottile è traumatico ma può insegnare parecchie cose a un dottore. C'è anche dell'altro, però». Che cosa? «In questi ultimi anni la figura del Cristo è diventata per me fondamentale: è il pensiero della sua fine in croce a rendermi impossibile anche solo l'idea di aiutare qualcuno a morire. Se il Nazareno tornasse ci prenderebbe a sberle tutti quanti. Ce lo meritiamo, eccome, però avremmo così tanto bisogno di una sua carezza».

Quella neolingua che parla della sorte da riservare ai “diversamente vivi”

12:46 / Pubblicato da Paolo Vites / commenti (3)

L'ambulanza con a bordo Eluana Englaro e' arrivata alla clinica 'La Quiete' di Udine qualche minuto prima delle sei di questa mattina, dopo un viaggio notturno. A Lecco, davanti alla clinica da cui Eluana e' partita, ci sono state proteste di aderenti di associazioni contrarie all'esecuzione della sentenza, che si sono stesi sul cofano dell'ambulanza per impedire la partenza. Una situazione sbloccata dall'arrivo della Polizia. Ad attendere la donna in stato vegetativo, una selva di giornalisti. Nella struttura, dovrebbe consumarsi l'ultimo capitolo per Eluana, in coma da 17 anni, con la sospensione dell'alimentazione e idratazione forzata. (Afv/Gs/Adnkronos) "Se ci verrà chiesto siamo disposti ad accogliere Eluana in una struttura pubblica”. Nel novissimo dizionario della postmodernità laicista, ricordiamoci che “accogliere” si traduce “provocare la morte per fame e per sete”. Prendiamone nota, perché altrimenti le parole del presidente della regione Piemonte, Mercedes Bresso, estrapolate tra cinquant’anni dal contesto che le ha prodotte, rischierebbero di essere fraintese. Rischierebbe di essere frainteso anche il giurista Amedeo Santosuosso, che al Corriere della Sera parla di “diritto alla salute”. Per Eluana, dice, quel diritto “ora consiste nella sospensione di nutrizione e idratazione”. E’ chiaro? Da questo momento, quando sentiremo parlare di “diritto alla salute”, dobbiamo sapere che può voler dire: “Far morire di fame e di sete una persona che ha bisogno di acqua e cibo per vivere”. Come chiunque, del resto. Nel novissimo dizionario postmoderno leggiamo anche che la fine comminata per fame e per sete a una disabile in stato vegetativo persistente – il cui corpo testimonia da diciassette anni un inequivocabile attaccamento alla vita – diventa, nella forbita argomentazione dell’illustre avvocato Carlo Federico Grosso, l’“epilogo ormai logico e naturale”. Ecco, va fatta la massima attenzione: c’è un nuovo significato di “naturale”. Eluana sarà accompagnata alla “morte naturale”, ha scritto Piero Colaprico su Repubblica; faceva eco al padre di Eluana Englaro, Beppino, quando chiedeva che Eluana riprendesse “il suo cammino della morte naturale, interrotta dalla rianimazione e dalle terapie forzate”. “Morte naturale”, prendiamo dunque nota, è la morte per fame e per sete. Eluana non può mangiare e bere da sola – come un neonato, come qualsiasi grave disabile – e dunque poche storie: nutrirla e dissetarla significa ostacolare il naturale corso degli eventi. Ma siamo davvero incorreggibili: ci ostiniamo a chiamare Eluana “disabile”. Eppure la bioeticista animalista Luisella Battaglia ha scritto che la donna è stata indebitamente “promossa” a disabile da Eugenia Roccella. Non è una disabile, semmai è “diversamente viva”. A quando “post persona”? Questione di tempo, non c’è fretta. Il novissimo dizionario della postmodernità eutanasica sa il fatto suo. Dedica pagine e pagine alla parola “libertà”, da sola o in opportuna compagnia di “diritto”. “Per la libertà di Eluana”, ovvero per la sua morte procurata per sete e per fame, era lo slogan della manifestazione radicale a Lecco, sabato scorso. Quella culminata con la consegna delle diciassette rose (una per ogni anno passato dalla donna in stato vegetativo) a Beppino Englaro, come anticipazione o in sostituzione delle corone funebri. Il ritardo nel comminare quella morte, e l’atto di indirizzo del ministro Sacconi che ricorda alle strutture sanitarie la loro funzione, diventano così “lesione di un diritto”. Dei “diritti di un padre, che dopo aver sofferto per diciassette anni, si vede adesso sballottato da una istituzione all’altra. E da una interdizione all’altra”, si indigna la solita Bresso. Ha spiegato il dottor Mario Riccio, quello che ha staccato il respiratore a Piergiorgio Welby: “Non sono i medici che mancano al padre di Eluana, ma la struttura. Seppure non collegare il sondino alla sacca per l’alimentazione e l’idratazione è, nei fatti, un atto più semplice che staccare il respiratore e sedare il paziente, come è avvenuto per Welby, la situazione è più complessa. Si tratta infatti di non prescrivere la sacca per quindici-venti giorni di seguito”. Non “un unico atto attivo, ma un atto passivo ripetuto per molti giorni”. E’ la famosa “morte naturale”, l’“epilogo naturale” della scandalosa vita di Eluana, è il “protocollo operativo di distacco dell’alimentazione artificiale” che la clinica Città di Udine aveva predisposto con ogni cura. Loro erano certamente disposti ad “accogliere” Eluana (vedi sopra per la vera traduzione) ma poi è intervenuto Sacconi e il protocollo operativo a cura dei volenterosi volontari per la libertà di Eluana ha subito ritardi. Nel dizionario non mancano la “volontà di Eluana”, la sua “autodeterminazione”: traduzioni certificate da sentenza di quello che altri dicono di lei (“di fatto, Eluana continua a non vedere rispettata la propria volontà”, dice il neurologo Defanti). Si comprende l’impazienza della curatrice speciale: “Siamo sempre pronti a valutare qualunque disponibilità purché non rappresenti ulteriore perdita di tempo”. Cercasi volenterosi esecutori di sentenza di morte. Astenersi perditempo. C’è in programma la “morte dignitosa” di Eluana Englaro. Basta ricordarsi che “dignità”, nel novissimo dizionario della postmodernità eutanasica, significa soppressione di un disabile, per fame e per sete. da: Il Foglio, http://www.ilfoglio.it/soloqui/1803