La Madonnina e gli occhi del Buddha

14:17 / Pubblicato da Paolo Vites / commenti (1)

Via Torino, centralissima Milano, quella dello shopping, della movida notturna e tanto altro. Sto andando a fare un saluto di fine anno agli amici della Fondazione Sussidiarietà. Mentre sono lì ne approffitto per fare due passi sotto a qualche fiocco di neve incipiente. Quando è "chiusa per ferie", Milano sa essere anche bella. Ancora più belle sono le sue chiese, ad esempio la basilica di San Lorenzo, che si trova proprio alla fine di via Torino. Imponente, con la sua struttura circolare, le sue fondamenta poggiano su antichissime strutture paleocristiane. Come dire: i cristiani, da sempre, potevano anche essere dei poveracci ignorantoni mezzi morti di fame, ma non si risparmiavano quando si trattava di costruire la casa del Signore, aggiungendoci nel corso dei secoli sempre qualcosa, fino a quelle meraviglie che sono diventate oggi. A fianco della basilica un altissimo palazzo della vecchia Milano, la cui facciata è un enorme muro bianco. Sopra, ci hanno dipinto un murale. Lo osservo disturbato, è inquietante. Due enormi occhi che mi fissano, fissano la città. Leggo il cartellone che lo spiega: sono gli occhi del Buddha. Dipinti su di un muro, dice la scritta, proteggono dal male. Un tempo, il popolo di Milano con sacrifici enormi aveva innalzato sulla cima più alta del Duomo una Madonnina d'oro. Come diceva la canzone, era lì per proteggerci. Dal male. Oggi la gente preferisce farsi proteggere dagli occhi di un Buddha. Ieri sera sono andato a messa con mia figlia. Il prete ci ha anche chiesto di portare i doni all'altare. Tutto molto bello. Durante l'omelia, quel prete cita una frase di una canzone di Francesco Guccini, "quanto tempo dovrà l'uomo vivere prima che impari a non uccidere più". Pressapoco; non ascolto più Guccini da circa vent'anni e non la ricordo bene come la ricorda quel sacerdote. Però ascolto ancora un grande cantautore cattolico, Claudio Chieffo, che in una sua canzone diceva "non è morto il male del mondo, e noi tutti lo possiamo fare". L'omelia si incentrava appunto sul male degli uomini, e ieri, che la liturgia ricordava la strage degli innocenti, nel momento in cui in Palestina avveniva una nuova strage di innocenti, non c'era niente di più facile che paragonare gli eventi, quello di 2mila anni fa e quello di oggi. Il prete non lo dice, io invece penso che, oggi che ebrei e palestinesi si ammazzano fra di loro, in fondo Gesù era un ebreo della Palestina. Figlio della loro terra, aveva detto loro di essere il figlio di Dio. Qualcuno non gli aveva voluto credere e continua a farlo ancora oggi. Ci sarà un motivo per cui la strage degli innocenti si rinnova con puntualità. E ci sarà un motivo anche per cui certi preti conoscono di più le canzoni di Guccini che quelle di Chieffo. Il male del mondo non morirà mai. E noi tutti lo possiamo fare. Inutile pensare che l'uomo impari (da solo) a non ammazzare. Con nella testa confuse immagini degli occhi di Buddha, Francesco Guccini e la terra Santa, vado in cucina a farmi un caffè. Visto il freddo polare di questi giorni, lo innaffio di una abbondante dose di buon whiskey. Mi cadono gli occhi (i miei, non quelli di Buddha) sul simpatico calendario di Frate Indovino che c'è al muro. In particolare, c'è una frase di Madre Teresa su questo mese di dicembre: "Penso che il mondo di oggi sia sottosopra. C'è tanta sofferenza perché c'è così poco amore in casa e in famiglia. La disgregazione della pace nel mondo comincia in casa". Poi guardo il biglietto di auguri di Vittadini. C'è una frase del Gius: "Che cosa è il cristianesimo? E' un uomo che si è detto Dio, vale a dire, è un uomo che ha detto Io sono la salvezza della tua vita. Io sono il significato della tua vita". Davvero, non c'è bisogno di sentirsi dire altro. Buon anno nuovo dalla fredda, freddissima Milano.

Storia di un bambino che non doveva nascere

17:03 / Pubblicato da Alessandro / commenti (3)

Beatrice abita in un paesello all’imboccatura d’una vallata alpina, non lontano da dove la montagna sfocia nel piano. Ha un marito e quattro figli. Il secondo, Giovanni, cinque anni, soffre di una grave e rara malformazione cardiaca: ipoplasia del ventricolo sinistro. Gli manca la metà sinistra del cuore, ha solo la destra. All’epoca della nascita di Giovanni, su Internet, in italiano, non si trovava quasi niente (oggi ci sono anche blog di mamme che si raccontano le rispettive esperienze). Per saperne qualcosa di più Beatrice e il marito dovevano navigare sui siti americani. Negli Stati Uniti, da tempo si cura con un certo successo la “hypoplastic left heart syndrome”, a differenza di quel che accade in Inghilterra e in Francia, dove pressoché tutte le donne ai cui figli viene diagnosticata quella malattia abortiscono. Beatrice e suo marito l’hanno scoperta durante una ecografia di routine. “A vostro figlio manca la croce” si sono sentiti dire. La croce che segna la separazione dei quattro settori del cuore: due atri, due ventricoli, due destri, due sinistri. Nel centro di ecografia specializzato di una grande città, la sentenza viene confermata. “Non ne ho mai visto uno vivo”, commenta il medico. All’uscita una gentile dottoressa spiega loro che c’è una “via d’uscita”, con tanto di accompagnamento psicologico a carico dell’Asl. Quando Beatrice e il marito, senza un attimo di esitazione, rifiutano (la via d’uscita è l’aborto) la dottoressa non ci vuol credere: “Ripensateci, tra una settimana ne riparliamo”. Non ci ripensano. Cercano altri specialisti. Al centro di ecografia di Monza, il medico è una donna. La prima zona su cui punta i macchinari non è il cuore, è il viso: “Questo è Giovanni”. I due non riescono a trattenere la commozione, e saranno per sempre grati a quella dottoressa. Poi approdano da un’altra cardiologa, a cui rivolgono la solita domanda: “C’è speranza?”. “Certo”. E spiega che c’è un medico americano, William I. Norwood, che si è specializzato su questa patologia e ha messo a punto – fin dagli inizi degli anni Ottanta – un procedimento che ha portato il tasso di sopravvivenza dal venti all’ottanta per cento dei casi. In cardiochirurgia, spiega la specialista ai genitori di Giovanni, “siamo in media vicino al 99 per cento. La patologia di Giovanni è, tra le malformazioni curabili, quella con la percentuale di successo più bassa”. Nel luglio del 2003 Giovanni viene al mondo. Il primario del reparto di patologia neonatale dove è nato ripete un commento già sentito: “Non ne ho mai visto nessuno vivo”. Al piano di sopra, il cardiochirurgo che il giorno dopo lo opererà conferma invece le statistiche di Norwood. Contraddizioni incredibili, alle quali Beatrice e suo marito cominciano a fare l’abitudine. L’operazione al secondo giorno di vita riesce perfettamente, così la seconda a otto mesi, così la terza a tre anni e mezzo. Il primo anno è il più duro. Giovanni non deve assolutamente ammalarsi. Un anno di clausura. Per Beatrice, una prova non da poco. La sorregge un’immagine riportata a casa dall’ospedale. Giovanni, come altri bimbi, è troppo debole per succhiare al seno; il latte va estratto col tiralatte e poi somministrato col biberon. In ospedale c’è un apposito lactarium dove le mamme si ritrovano per svolgere il faticoso compito. Beatrice ne ha adocchiata una, è sempre lì prima di lei, se va dopo che lei è andata, ogni volta ne tira pochissimo, non più di dieci millilitri. Rimane impressionata da questa mamma, che si sottopone a quel sacrificio per dare al suo bimbo almeno un po’ del meglio di sé. Oggi Giovanni conduce una vita sostanzialmente normale, gioca, va all’asilo. Con qualche limitazione. Non può salire oltre mille metri con il padre, appassionato montanaro. Lo attende un trapianto verso i dieci anni, quando il ventricolo destro, che ora fa anche il lavoro del compagno mancante, cederà. Il cuore nuovo durerà una decina d’anni; poi, verso i venti, nuova sostituzione. Poi, chi lo sa: il cardiochirurgo che li segue sa di un solo caso che, finora, ha raggiunto la soglia del terzo cambio di cuore. Nel luglio del 2008 a casa di Beatrice squilla il telefono. E’ Maddalena, giovane mamma di una città del centro Italia. Ha una figlia di tre anni e attende un bimbo con una patologia simile a quella di Giovanni. L’ha rintracciata per una serie di circostanze assolutamente casuali, per via di parentele lontane. Maddalena aveva già chiaro in testa cosa fare. Poi ci ha ripensato e ha chiamato Beatrice. “Domani parto per Barcellona. Ho prenotato l’aborto lì perché in Italia sono già troppo vicina al limite previsto dalla legge. Abortisco perché non posso mettere al mondo un bimbo infelice, non posso condannare l’altra mia figlia e mio marito all’infelicità”. Non chiede consigli, ha già deciso, vuole solo comunicare la sua risoluzione a qualcuno che la possa capire. Beatrice la ascolta: “Guarda, io sono una donna felice, Giovanni è un bimbo di cinque anni felice, fa le capriole nei prati, salta, corre, va all’asilo. Dopo di lui abbiamo avuto altri due figli”. Maddalena rimane senza parole. Ma come avete fatto? “Per me e per mio marito la vita è una cosa buona. Vorremmo che anche Giovanni capisse che la vita è una cosa buona. E come facciamo a farglielo capire? Gli abbiamo dato altri due fratellini”. Beatrice dà a Maddalena i recapiti della cardiologa di cui sopra. Si salutano. L’indomani sera il telefono squilla di nuovo. E’ Maddalena. “Siamo in aeroporto, stiamo aspettando l’aereo per Barcellona. Viene con noi anche Maria, l’altra figlia. No, non andiamo ad abortire, andiamo a farci una vacanza. No, non è stata la cardiologa. Avevo già deciso dopo la chiacchierata con te. Eravamo da parenti, molto lontano da casa. Stamattina mio marito mi ha detto: prendo il biglietto anche per Maria. A Barcellona andiamo, ma in vacanza”. Al ritorno, le due continuano a sentirsi. Maddalena è un po’ in ansia, ma ormai decisa. Beatrice decide di andare a trovarla. Si mettono d’accordo per incontrarsi a Roma. Maddalena e il marito la accompagnano a fare un giro per la città, piazza Navona, Fontana di Trevi, pranzo in trattoria. Ridono, piangono, scherzano, come si conoscessero da sempre. Beatrice tira fuori una poesia. L’hanno scritta insieme per il nascituro mamma e figlio, Giovanni adora giocare alle rime. Maddalena e il marito la accompagnano in aeroporto. Al momento di salutarsi Maddalena si scioglie in lacrime: “Tu hai dato la vita a mio figlio. Non voglio perderti”. Beatrice non sa cosa dire, vorrebbe sdrammatizzare, alla fine le esce solo un “non piangere”. Sull’aereo, ripensando all’episodio, ha un sussulto. Le viene in mente un passo del Vangelo di Luca su cui tante volte si è soffermata. “Poco dopo, egli si avviò verso una città chiamata Nain, e i suoi discepoli e una gran folla andavano con lui. Quando fu vicino alla porta della città, ecco che si portava alla sepoltura un morto, figlio unico di sua madre, che era vedova; e molta gente della città era con lei. Il Signore, vedutala, ebbe pietà di lei e le disse: ‘Non piangere!’. E, avvicinatosi, toccò la bara; i portatori si fermarono, ed egli disse: ‘Ragazzo, dico a te, alzati!’. Il morto si alzò e si mise seduto, e cominciò a parlare. E Gesù lo restituì a sua madre”. Quante volte si è sentita dire da un amico prete: “Ma come è possibile? Come si può dire a una madre, a una vedova che ha perso l’unico figlio: ‘Donna, non piangere’? Come può Gesù dire una cosa così? Solo perché è in grado di restituirglielo”. A Beatrice corre un brivido lungo la schiena: anche lei ha reso il figlio a Maddalena, anche lei le ha potuto dire “non piangere”. A fine ottobre il bimbo di Maddalena è nato, nei giorni successivi è stato operato, secondo la prassi. L’operazione è riuscita: un breve periodo di suspense, poi si è ripreso alla grande: addirittura, ha già cominciato a succhiare da sé. Beatrice ha spedito a trovare Maddalena una sua amica dei dintorni, una mamma di sei figli di cui uno gravemente autistico. Maddalena vede che la gente convinta che la vita è buona non è poi così rara, si rincuora sempre più. “Adesso che c’è – telefona a Beatrice – l’unica cosa che desidero è che rimanga”. Il piccolo di Maddalena viene battezzato oggi, 27 dicembre, festa di san Giovanni apostolo. Il santo eponimo del piccolo Giovannino. di Roberto Persico su: il Foglio

A scuola nessun Presepe. Halloween invece...

22:06 / Pubblicato da Alessandro / commenti (1)

Nelle solite scuole "politicamente corrette" non si è fatto il presepe per non offendere i mussulmani, etc. http://unpoliticallycorrect.ilcannocchiale.it/post/2121058.html E CON HALLOWEEN COME LA METTIAMO? Non si tratta di una tradizione religiosa (pagana) che offende i cristiani, oltre che i mussulmani? Abbiamo 6 pesi e 6 misure? Perché la religione pagana di Halloween è rappresentabile a scuola e invece quella cristiana no? E com'è che gli studenti ebrei sono presenti qui da noi da quando frate Francesco costruì il primo presepio e nessuno si è mai preoccupato di accertarsi che esso desse loro fastidio? Nella foto in alto: una moschea inserita in un presepe a Genova, presso la chiesa di Nostra Signora della Provvidenza... da: (http://unesorcistarisponde.blogspot.com/) La Bellezza salverà il mondo. Clicca qui sotto per una versione bellissima di Tu scendi dalle stelle!

Il nostro Presepe

18:43 / Pubblicato da Alessandro / commenti (0)

Cari amici, vi mando alcune foto del Presepe Vivente che ha radunato insieme e ha visto rappresentati tutti quelli che sono piú vicini al Regno dei Cieli, chi nella sofferenza come i malati, chi nello sguardo come i bambini. Uno spettacolo incredibile che apre il cuore, vedere come tutti si sono coinvolti: i bimbi cantavano nel coro degli angeli, i malati han portato i doni dei Re Magi, San Giuseppe non poteva essere più perfetto: Jorge, malato di Aids di origine ebraica. E poi le anziane della casa di accoglienza, che hanno acclamato il Signore vestite da pastorelle, mentre nella paglia piangeva appena nato Arnaldito, bimbo sieropositivo della Casita. Un Presepe così bello e così commovente apre il cuore alla venuta del Signore, Buon Natale da tutti gli ospiti della clinica e i bambini della casita. Padre Aldo

BUON NATALE!

18:49 / Pubblicato da Alessandro / commenti (5)

Il nostro Salvatore, carissimi, oggi è nato: rallegriamoci! Non c’è spazio per la tristezza nel giorno in cui nasce la vita. Nessuno è escluso da questa felicità.

Prison experience

21:39 / Pubblicato da Alessandro / commenti (0)

L'entusiasmo della precedente esperienza ci ha spinto a riproporre il gesto della cioccolata calda in compagnia degli amici della Casa Circondariale di Chiavari, offrendo chili di torte e biscotti e pentoloni di cioccolata calda ai passanti del centro. Siamo felici di averlo fatto, anche se c'era il rischio di esagerare con le proposte e nonostante la fatica di passare il tempo del fine settimana sotto il solito tendone bianco... Siamo felici perchè comunque tutti quelli che erano lì sotto sorridevano e alla fine è stato chiaro che non è stato tempo perso, anzi... Ancora una volta la realtà si è rivelata e ci ha stupito: la bellezza dell'incontro con queste persone ha superato ogni nostra fragilità, facendoci vincere la fatica e la diffidenza. E' esattamente questo che ci spinge ad andare avanti con l'associazione, non i risultati, non le cifre raccolte, e nemmeno le persone che riusciremo ad aiutare, ma gli incontri, gli uomini e le donne che incrociamo nel nostro percorso e che condividono qualche passo con noi, rendendoci sempre più evidente che ognuno di noi è fatto per essere felice, che ognuno di noi desidera essere accolto per quello che è veramente. Grazie ancora a tutti per queste due belle giornate insieme.

Un Natale all' incontrario

20:23 / Pubblicato da Alessandro / commenti (0)

Un Natale all’incontrario, questo che ci vorrebbero far passare nel 2008. Un Natale all’incontrario, dove un ministro viene detto – giustamente! – coraggioso perché ricorda a tutti che bisogna dare da mangiare e da bere a chi non riesce più a farlo da solo. All’incontrario, perché lo stesso ministro deve pure spiegare che se in un ospedale italiano verrà lasciato morire di fame e sete un malato, quell’ospedale ne subirà le conseguenze. All’incontrario, perché proprio per aver detto questo lo stesso ministro viene denunciato per violenza privata aggravata. Un Natale all’incontrario, dove Marcello Matera, sostituto procuratore generale che dovrebbe garantire il rispetto delle leggi, dice che un provvedimento del ministro, nei fatti, è ininfluente, e che è “teoricamente possibile il ricorso alla forza pubblica per ottenere l’esecuzione della sentenza”, cioè secondo lui potrebbero intervenire i carabinieri , e a fare che? A staccare il sondino ad Eluana? Oppure direttamente contro il ministro? Un Natale all’incontrario, dove un ospedale si sente “intimidito” se un ministro ricorda la legge vigente in Italia, e dove lo stesso ospedale si dice esterno al Servizio Sanitario Nazionale. E a quale servizio sanitario farebbe riferimento il Friuli? Non hanno dei ministri di riferimento? O forse in Friuli non hanno votato alle ultime elezioni politiche? Forse hanno solo le elezioni regionali? Un Natale all’incontrario, dove l’atto di indirizzo del Ministro non sarebbe vincolante perchè si riferisce ad una convenzione internazionale (nell’atto di indirizzo di Sacconi si fa riferimento ad una Convenzione internazionale dell’Onu, secondo la quale non si può negare idratazione ed alimentazione ai disabili): forse il Friuli non fa parte dell’Onu? O forse il Friuli non intende rispettare la Convenzione Onu sui disabili? E poi una volta a Natale si ricordavano i pastori che andavano a trovare un bambino appena nato, gli portavano doni e pure gli animali cercavano di proteggerlo dal freddo. In questo Natale all’incontrario ci sono altri pastori, sono i “volontari di Eluana”, una ventina di infermieri che andranno appositamente a stare vicino a lei mentre muore di fame e di sete, ad assicurarsi che tutto vada secondo quanto stabilito dai giudici. A titolo gratuito. Una ventina, o anche più, perché dovranno fare i turni: ci vorranno almeno 15 giorni, ad Eluana, per morire, o forse più. Andrà per le lunghe. E’ Natale. Se Eluana sarà portata via da Lecco, nella sua ultima camera a Udine ci saranno persone intorno a lei che si avvicenderanno, in quattro giorni le sospenderanno del tutto idratazione e alimentazione, gradualmente, per consentire una “familiarizzazione del personale assistenziale con le manifestazioni cliniche di Eluana”.
La osserveranno mentre muore. In quei quindici (o più) giorni le daranno saliva artificiale (!), spray di soluzione fisiologica e gel, per eliminare “l’eventuale disagio”, quel “disagio” che notoriamente si prova quando si muore di fame e di sete. Ce lo racconta Repubblica, che anticipa la descrizione del protocollo previsto per Eluana, e ci descrive questa “catena di solidarietà”, quella dei volontari intorno al letto di morte di Eluana. E siccome si sono tutti sperticati ad assicurare che Eluana non sente dolore, saranno attentissimi a controllare le sue reazioni, somministrando medicinali e sedativi, con visite mediche per “verificare l’eventuale modifica della terapia, qualora fosse insufficiente a evitare la comparsa di segni clinici di sofferenza”. Vogliono farci fare un Natale all’incontrario. Non più una festa per Uno che nasce, ma per una che muore, che viene fatta morire di fame e sete. E vorrebbero pure che su tutto cali il silenzio – adesso - dicendo che è un fatto privato (ma chi è stato a renderlo pubblico?). Io non ci sto. A. Morresi

MERCATO 4

20:24 / Pubblicato da Alessandro / commenti (0)

Cari amici “puó una madre abbandonare i suoi figli?” “Ebbene Io non ti dimenticheró mai” dice il profeta. Un fatto accaduto nella clinica che mi ha riempito di gioia. Viene ricoverato un uomo anziano,ammalato grave di cancro alla prostata. Viveva in una sgabuzzino del famoso “ Mercato 4 ” cosi chiamato e conosciuto in tutto il Paraguay per essere l´ immondezzaio della vendita a poco costo di tutto e centro di qualunque traffico. Pericolosissimo passare di notte per quella zona. L´hanno trovato solo, sporco, abbandonato. La donna, una persona anonima ci disse per telefono: “andateli…e troverete un uomo solo e che soffre”. Mi sembrava di ascoltare l´annuncio degli angeli quelle notte a Betlemme ai pastori: “andate e troverete…”. E cosí fu per noi. Portato alla clinica, subito ben pulito e lavato e posto in un bellissimo letto bianco, con la camera con l´aria condizionata a tutto vapore (48º sono troppi…fuori). Una volta ambientato si sfoga raccontando il suo dramma terribile. “Padre, grazie, padre grazie” Vede io sono nato in una regione italiana (per rispetto non diró né il nome, ne i luoghi). Sono rimasto orfano da piccolo e sono stato messo in un istituto agrario gestito da religiosi. Sono nato nel 1922. Li ho studiato diventando perito agrario. Il fascino di quella congregazione mi spinse a farmi religioso. Vissi fino alla seconda guerra mondiale in un convento in Italia. Poi i superiori mi mandarono in Paraguay dove vivo da 50 anni. Ho fatto di tutto nelle diverse case della congregazione. Poi ho perso la testa per una donna e la mia vita é diventata un inferno. Tutti mi hanno abbandonato. Ero un condannato a morte…quella morte morale che distrugge l´uomo. Ho fatto di tutto, Padre. Solo qualche confratello si ricordava di me (anche nella chiesa, aggiungo io, succede quello che dice il profeta a proposito della madre). Peccato, solitudine, disperazione…e adesso sono qui. “Padre mi confessi, mi perdoni”. Il mio cuore addolorato i miei occhi umidi, l´ho ascoltato, assolto…abbiamo rinnovato insieme i voti religiosi…in fondo anch´io sarei un ex religioso, peró sono come non mai, tutto di Gesú. Vedendolo, questo fratello, sorrideva, una volta in piú ho sentito quelle braccia di Giussani che mi accoglievano in Via Martingo 17 quel 25 marzo 1989. Se una parte di chiesa che ha servito e amato lo ha abbandonato per il suo peccato, sempre un altra parte di chiesa lo ha accolto, abbracciato, amato. Che bella la clinica: c´é solo parte per i disgraziati, peccatori come me. E il vecchietto Oscar adesso é con me, rivive la sua vita religiosa, ha rinnovato i suoi voti, ha riconosciuto i suoi peccati. Rare volte ho visto e sentito una confessione come lui. Mi verrebbe da dire: se per gustare cosí il senso di essere peccatore e soprattutto di confessarsi come lui, servisse una vita disordinata come lui….ne varrebbe la pena. Ho ritrovato un santo…vedessi come riceve la Eucaristia, come sopporta il cancro che lo consuma, come mi guarda. Solo i peccatori, cioé quelli che hanno incontrato Cristo hanno questo sguardo. Mi sento uno fariseo paragonandomi con lui. Gli innocenti Victor, Celeste, Cristina, Aldo convivono con l´innocenza, comportano l´ospedale con i santi innocenti recuperati, che grazie al dolore diventato confessione Eucaristica hanno recuperato l´innocenza dottrinale. Un abbraccio P. Aldo

Perché lui è un bravo ragazzo (happy birthday Alessandro)

12:52 / Pubblicato da Paolo Vites / commenti (12)

La prima volta che l’ho conosciuto non è che mi stesse proprio simpatico. Sembrava la versione economica di James Dean. O una specie di Big Jim venuto male. Poi era l’unico ad avere il vespino e se la tirava un casino. E non me lo ha mai imprestato una volta. A scuola però era un esempio per tutti noi: studioso, serio, molto impegnato. Credo non si sia mai fatto beccare a copiare un compito, anzi era sempre pronto a offrirsi disponibile a fare anche i nostri. Quando sono andato a vivere a Milano l’ho un po’ perso di vista, però mi tenevo informato: una brillante carriera universitaria, così mi dicevano, e poi anche una splendida attività imprenditoriale. Prima che Sir Richard Branson aprisse la catena di palestre Virgin famose in tutto il mondo, lui ci aveva già pensato e a Genova facevano tutti la fila per andare alle palestre “Alexander’s Boys and Girls”. Ma lui non è mai stato uno che faceva le cose per i soldi. Non sono mai stati la sua preoccupazione principale. Non mi ha mica mai rubato i miei dischi, no, se li è sempre andati a comprare. Chiuse addirittura la palestra per aprire una scuola di calcio per i bambini poveri in Brasile. Così mi dissero. Ci siamo rivisti dopo anni al suo matrimonio. Mi chiese di fargli da testimone. Veramente, quando arrivai in chiesa, e lo vidi con quello splendido completino stile Al Capone, pensai di aver sbagliato indirizzo e già stavo tornando a Milano. No, era proprio lui. Vabbé, si stava sposando con una santa donna che si sarebbe abituata al suo look, alla sua collezione di boccette di profumi da tutto il mondo, agli shampoo che si fa venire apposta dall’Australia e dalle boutique di Dolce & Gabbana e finanche anche alla tintura di capelli quando cominciò a diventare brizzolato. (Ale & Franci, una coppia con lo sguardo puntato nella stessa direzione) Però lui, a differenza mia, i capelli non li ha mai persi, ed è un altro dei motivi per cui sono così invidioso di lui. No, non sono invidioso, sono riconoscente di aver condiviso con lui gli ultimi quasi trent’anni della mia vita. Perché, nonostante un carattere un po’... come dire… burbero, è un grande amico. Uno che mi richiama sempre all’essenziale. Uno che prima di dire di sì, magari ci mette un po’, magari non vuole che gli altri lo capiscano, ma nel cuore lo ha già detto da tempo. Prima degli altri. E guardate che casino ha messo in piedi con questa Associazione Amici di Simone: anche Padre Aldo la cita nelle sue lettere. Ci vuole un grande cuore per tenere su una cosa del genere. Ma lui ha gli amici che lo aiutano. Peccato che io sia a quassù, se no gli darei una mano anche io. Lo faccio allora con la preghiera. E tanti auguri di buon compleanno, Alessandro. Ps: quando è che mi restituisci tutti i dischi che mi hai “ciullato”? (Il George Clooney della Riviera di Levante)

Galeotto fu il cacao

18:25 / Pubblicato da Alessandro / commenti (3)

Indovina chi sono i carcerati? Il 7 e l'8 dicembre nel cuore (borghese) di Chiavari tra i vari stands gastronomici del Festival del Cioccolato, ricolmi di piccoli capolavori di pasticceria e cioccolatini così belli da vedere che pareva un peccato mangiarli, c'era un gazebo un po' diverso dagli altri. Sicuramente meno elegante, senza tanti fronzoli e persino un po' caotico, ma certamente pieno di vita e alla portata di tutti (a differenza dei cioccolatini a 50 euro al kg!): era il gazebo dell'associazione Amici di Simone Tanturli in quest'occasione con dei partners davvero speciali, come non se ne vedono in giro... anche perchè si tratta dei carcerati di Chiavari!!! Avete capito bene, abbiamo trascorso due giorni interi in compagnia di questi nuovi amici, indaffarati a vendere le buonissime torte realizzate nel laboratorio di pasticceria del carcere,(devolvendo interamente l'incasso all'associazione), mentre noi preparavamo e offrivamo quintali di cioccolata calda ai chiavaresi infreddoliti ma numerosi!!!! E' stata un'esperienza bellissima scoprire come sia semplice vincere la diffidenza e il pregiudizio, quanto poco ci voglia per guardare l'altro soltanto per quello che è, cioè un uomo, cioè desiderio di felicità, disperato bisogno di essere amato e perdonato, esattamente come ognuno di noi. Grazie dunque a chi ha reso possibile questa bella esperienza, a chi l'ha ideata e a chi ne ha permesso la realizzazione trascorrendo le sue ore di festa in piedi e al freddo, ma in Compagnia. Francesca

Solo lo stupore

16:23 / Pubblicato da Alessandro / commenti (0)

Cari amici, guardate il miracolo di Don Giussani: Celeste fa la prima comunione mentre il “condannato” a morte per i medici, Dionisio, ammalato terminale (vedeste in che condizioni era giunto qui...nessuno avrebbe immaginato questo miracolo... la nostra intelligenza e troppo euclidiana...) celebra il suo matrimonio. Solo lo stupore permette di vedere la grandezza del mistero presente, anche nella peggiore condizione l’uomo é desiderio di felicità e puó essere felice. É la mia vita e quella dei miei moribondi a gridarlo perché i sordi, i borghesi come li chiamerebbe Peguy, ascoltino e si commuovano. Guardate il volto di Celeste: non vedete il segno potente del Mistero? “Io sono Tu che mi fai” ci ripete all’infinito Carron. Ci crediamo o no? Oggi fa 48º di caldo... ma vivendo guardando stupito Celeste il mio cuore é fresco come una rosa bella. Se volete il miracolo ripetete piú che potete “Io sono Tu che mi fai” e “anche i capelli del mio capo sono contati”. É Celeste a dircelo. P. Aldo.

La Certezza (lettere da un amico)

15:34 / Pubblicato da Alessandro / commenti (3)

3/12

Ve la ricordate Celeste? L’avevamo mandata qui dall’ospedale per bambini gravemente ammalata di leucemia, permorire. Guardatela: é risorta. Per settimane stiamo chiedendo il miracolo a Don Giussani... e questi sono gli effetti. Il primario ha dichiarato: non é piú ammalata terminale. Paralizzata pure, adesso muove le braccia, sorride, passeggia in carozzella e... SORRIDE felice. Che ne dite? Giussani é vivo e come ha curato me... segue curandomi e con me i miei Amici. Amici o ci crediamo a Gesú, ma crederci é crederci e basta. Come dire: “per me vivere é Cristo”. Pensate alla mia gioia fra tante spine: domenica Celeste fa la sua prima comunione. Con affetto P. Aldo
5/12 Cari amici, Siamo convinti o no che esiste la Provvidenza e che il principio della economia e´il Santissimo Sacramento e l´Adorazione? Questa mattina presto stavo con gioia, come tutte le mattine davanti al Santissimo sposto, in adorazione quando suona il cellulare: “Pronto sono P. Aldo” “Padre sono la deputada Olga Ferreira…desidero comunicarti che il parlamento ha votato all´unanimitá di portare il finanziamento ordinario della Clinica da 1.270.000.000 a 1.400.000.000. La tua amica é “ex alumna” senatrice Zulma Gomez, presidente della commissione “salute” del Senato ha vinto. Padre sono felice e anche se é ancora notte, volevo comunicarti la mia gioia. Un abbraccio e buona giornata” Chi ha orecchi che intenda. Sono tornato davanti al Santissimo commosso, con le lacrime. Una volta ancora Lui ha risolto tutto, si perché Lui e solo Lui e´il Parrocco, l ´economo, il direttore sanitario, il capo. Nota: e pensare che la senatrice Zulma Gomez quando era Nostra alunna alla facoltá di medicina di Villarrica per mangiare cercava nei rifiuti delle immondizie qualche pezzo di carne. Che grande storia ho vissuto con lei, povera ragazza con 4 figli a 25 anni sola, e adesso é quello che é. E per di piú se avessimo chiesto 2000 milioni invece di 1.300 lei li avrebbe ottenuti tutti. Mi ha detto: “il prossimo anno P. aldo mi arrangio io a fare le domande al Parlamento e chiederó 2000 milioni. Significa 400.000 dollari” “Con questa somma copriamo il 60% delle spese ordinarie della Clinica Mentre la nuova Clinica ci costa 1.300.000 dollari, che la Provvidenza certamente anche attraverso di te ci fará avere” Ieri sera è stato qui con noi il vicepresidente della Repubblica, Dr. Franco (vedi le foto allegate). Ha partecipato alla Messa, letto la lettura, ha vissuto con allegria l´atto conclusivo della scuola e ha mangiato con i miei bambini. Ha detto “ma padre qui si vede cosa vuol dire educazione…non ho mai visto una cosa simile” Davvero Giussani é vivo e il rischio educativo é palpabile, presente…prenderlo sul serio cambia tutto e tutti. Grazie Gesú e Madonnina cara per questi regali. Peró senza dolore, senza adorazione continua tutto ció sarebbe impossibile. E´Lui, solo Lui che fa….CHIARO! L´universitá serve ma solo dentro questa posizione questa certezza. Con affetto. P. Aldo 5/12

Cari amici, il miracolo continua.

Ecco Celeste e il mio figlio adottivo Trento Aldo participare al grest estivo con gli altri bambini.

Chi l´avrebbe detto? Non i medici che me l´hanno consegnata per seppellirla, ma solo chi ha fede e crede che la vita é un continuo miracolo.

Leggere il vangelo di oggi venerdi per favore. Don Giussani sia davvero una presenza che attraverso Carron e S.D.C ci segue e ci educa.

P. Aldo

Shameless self promotion

18:58 / Pubblicato da Paolo Vites / commenti (1)

Gli americani dicono così, "shameless self promotion", farsi pubblicità da soli senza vergogna. Ed è quello che faccio con queste righe, e dunque grazie all'ospitalità di Alessandro che mi ha detto che potevo farlo. Anzi dovevo. Il fatto è che sono qui a presentarvi il vostro regalo di Natale... vabbè non esageriamo. Per chi fosse interessato, comunque, andando su questo sito http://ilmiolibro.kataweb.it/ (per adesso si trova ancora in homepage, nelle "novità in vetrina", ma comunque cercando il mio nome sul motore di ricerca del sito) si può ordinare il mio libro, dove per la prima volta dopo averne scritti diversi, parlo sì di musicisti rock e di dischi, ma parlo soprattutto di me, della mia vita. Sono racconti, alcuni dei quali pubblicati (ma adesso rivisti, espansi, e poi ce ne sono molti pubblicati per la prima volta) sul mio blog nel corso degli anni e che ho pensato di mettere tutti insieme in un libro alla vecchia maniera, cioè di carta. Perché un libro rimane, il computer si spegne e con esso le storie che vi si raccontano. Allora prendetevela soprattutto con don Pino de Bernardis se questo libro adesso esiste: diversi editori mi hanno detto negli anni quanto piacesse loro quello che scrivevo, tanti amici pure (mia moglie no, non legge mai quello che scrivo e in fondo la capisco...), ma quando l'estate scorsa don Pino mi ha detto che forse avrei dovuto pubblicare un libro, allora è stato sufficiente per capire che forse quello che ho scritto aveva un senso. Perché lui mi è stato padre, e allora come si fa a non credere a quello che dice un padre? Storie di incontri con leggende del rock, dischi che hanno segnato la mia vita, la bellezza della mia terra (la Liguria), posti lontani come Dublino, amici che porto nel cuore: ecco quello che è questo libro. Ma tutto, sempre, segnato dalla bellezza di quello che si vede e si ascolta, quella bellezza che è poi il segno evidente di quell'Altro a cui tutti aneliamo. E un modo per lasciare alle mie figlie quel qualcosa di me che probabilmente con le parole non ho mai saputo né mai saprò dire. E a mia moglie, sperando che questo lo legga.

Un muro vuoto.

19:23 / Pubblicato da Alessandro / commenti (0)

Ho fatto un sogno. Un muro bianco, dei bambini. Potrebbe essere la Spagna, potrebbe essere altrove. Sul muro, un crocefisso. Una figura oscura, vestita di nero, entra nell'aula, stacca il crocefisso, lo calpesta, gli sputa sopra, e lo getta fuori dalla finestra. Il muro resta vuoto, senza niente sopra. Anche i libri dei bambini diventano bianchi, vuoti: la storia, la geografia, la letteratura, tutto è negato. Il nuovo maestro vuole tutto per sè, non sopporta che altro da lui possa essere guardato. Ogni punto di fuga da quel muro che chiude fuori la realtà è stato tolto. Il crocefisso rimane immobile, a terra. Ad un tratto si scuote, la figurina scende dalla croce, guarda la finestra ora chiusa. Si scuote i piedi dalla polvere, poi prende su il legno sul quale stava infisso e piano va via. Verso altri luoghi dove i figli degli uomini possano essere incontrati. La storia insegna che quando si tolgono le croci dai muri è perchè le si vogliono usare appendendoci i cristiani. Ancora una volta arriva la tempesta. Ancora una volta si ricostruirà. (Berlicche) Clicca sul video qui sotto (scena indimenticabile)

La Bellezza

14:34 / Pubblicato da Alessandro / commenti (2)

Cari amici, come non comunicarvi la gioia di aver toccato con mano alcuni segni inconfondibili della Presenza di Cristo fra noi, come ci ripete continuamente Carron? Sono stato per la giornata d’inizio anno a Quito. Una sorpresa imprevista di questi segni, fino al punto che avrei preferito non dire una parola dopo aver ascoltato per tre ore a 3.000 metri di altezza Amparito (in questi giorni in Spagna e Italia per le tende di Natale) e le sue amiche nere che hanno raccontato le loro storie (come quella di Vicky), piene di dolore , di angoscia … e finalmente l’incontro che cambia la vita con Stefania, una del Gruppo Adulto. Non solo la loro vita di discriminazione (sono tutti discendenti dei negri importati dall’Africa secoli fa) ma di morte, di atrocità impensabili! Un incontro e la vita cambia. Vi mando alcune delle loro testimonianze. A Lima (Perù) alcuni giorni dopo per l’Happening, per ascoltare e approfondire il motto che definiva la vita di Andrea Aziani, il “memores” amico morto quest’anno: “Febbre di vita”. 500 persone attente e commosse! Sembravano bambini in cui vibrava la freschezza dell’inizio. Altro che borghesismo o Giussani come un mito! I riferimenti a Carron come padre, maestro e amico, sono ormai familiari. Si sente nell’aria una freschezza, spesso sconosciuta nel primo mondo. Si, proprio così! Febbre di vita. Per tre giorni, al ritorno, ho avuto la grazia di stare con gli Zerbini a casa nostra: Marcos e Cleuza. Raccontare l’accaduto è impossibile. Però è sufficiente sottolineare che per me è stato come rivivere l’incontro con Giussani o quei brevi ma intensi incontri con Carron. Sia camminando, sia pranzando, sia cenando, sia qualunque cosa dovessimo affrontare, tutto era determinato dal Mistero presente “nei segni inconfondibili” di ogni frammento della realtà. È stato un riprendere continuo in ogni cosa la s.d.c. e l’insegnamento di Carron. Era evidente fra noi che Giussani non è e non può essere un mito, ma una presenza viva, visibile nella freschezza dei riferimenti, dei segni inconfondibili della Sua Presenza, la Presenza del Mistero. Più volte ho visto le lacrime negli occhi di Marcos sia quando insieme abbiamo visitato paziente per paziente della clinica, facendo insieme la processione con il Santissimo, sia quando ha incontrato i responsabili di questa piccolissima città della carità in cui il Mistero rivela il Suo volto misericordioso. Tutti siamo rimasti sorpresi: quest’uomo, questo deputato, il più votato nella città di San Paolo (una città con più di 20 milioni di abitanti) con le lacrime agli occhi nel vedere i “segni inconfondibili del Mistero” che attraverso i miei figli si manifestano. Sinceramente, ho visto solo Giussani così commosso davanti alla realtà e più recentemente Carron. Chi di noi preti (siamo duri …) o laici piange guardando i segni inconfondibili della Sua Presenza? Chi vedendo i miei bambini ammalati, fra gli uomini preti o laici, piange come Marcos? Ho visto solo lui. E non per una emozione, come lui ha sottolineato, ma per un giudizio: guardando gli ammalati, ascoltando le testimonianze dei responsabili di tutta questa carità, ha visto la Presenza del Mistero. Era la prima volta che in 20 anni di missione mi sono sentito come il giorno in cui Giussani, abbracciandomi e guardandomi in faccia, io con la testa sbalestrata, con la depressione, mi disse commosso:” adesso mi sento sicuro di te e per questo ti mando in Paraguay”. Vedere dopo 20 anni un uomo che mi prende per mano, mi guarda, ci guarda e piange, mi ha convinto ancora di più che non solo io ma tutto è opera del Mistero, e per questo le foto che vi mando di solito, e che per alcuni sono giustamente una provocazione che sconvolge, sono belle, perché la bellezza è lo splendore della verità. E loro sono questo splendore per noi che confondiamo la bellezza con la simpatia, con l’esteticismo, per cui una donna che risponde ai canoni di Miss Paraguay (qui c’é una di loro che lavora come segretaria del nostro settimanle) 60-90-60 è bella e si guarda, invece Victor è scandaloso. Ma la bellezza è il manifestarsi della verità, e solo la verità commuove, cambia la vita. La realtá sempre bella. Diventa brutta quando la manipoliamo secondo un destino che non é il suo. Come quando una donna é guardata non come segno del Mistero, ma come un oggetto da usare o uno strumento o un interesse particolare. Victor e Celeste sono bellissimi, perchè sono la realtà come Dio ha permesso che si manifesti, perché sono lo splendore della veritá, perché é il Mistero che li fa, li mantiene in vita. Per questo suscita non commozione ma grido perché la nostra vita cambi. Sto scrivendo queste righe a fianco della piccola ostia bianca Celeste, una bambina sola, gravemente ammalata di leucemia. Mi sta accarezzando il gomito, sento il suo dolore, vedo Gesù, lo rende palpitante e mi commuove. Vorrei tanto, e lo chiedo a Gesù, mediante Celeste che mi guarda con i suoi occhi neri, stringendo un piccolo orsacchiotto, che tutti noi, i vecchi del movimento, possiamo riavere il cuore degli Zerbini. Parlare di politica, di economia, fare prediche, tenere conferenze senza gli occhi umidi come quelli di Marcos, sento che è aver già ridotto Giussani a un mito. Dio ci perdoni, mi perdoni, dopo quello che ho visto, toccato, se ancora non siamo capaci di commozione . Allora capite, ve lo chiedo, cosa vuol dire vedere un uomo toccato dal Mistero, un uomo che prende seriamente la s.d.c. , Carron, come Marcos, commosso fino alle lacrime nel vedere e sentire i miei amici, piccoli, ammalati, e tutti miei amici che sono laici, sposati e non, persone semplici che formano quello che da voi verrebbe chiamato consiglio di amministrazione? A me non era mai successa una cosa uguale … e come vorrei che ogni giorno avesse lo spessore che ha per questi amici del Brasile. Con affetto Padre Aldo. PS. Miracolo dell’amore: Celeste dopo anni di dolore e tristezza sorride (vedi foto annessa)

Una sera a Milano

13:21 / Pubblicato da Paolo Vites / commenti (3)

In una gelida e ventosa sera di novembre attraversi Milano per l'ennesima volta per raggiungere quel posto, dove ci sarà l'abituale appuntamento per la scuola di comunità. La voglia è pressocché uguale allo zero, rimettersi in macchina alle 8 e mezza dopo esserci sceso giusto un'ora e poco più fa. Ma sai anche che se non vai, sarà un'occasione perduta per fare un - faticoso - passo in più. Questa sera Giorgio Vittadini legge il volantino di Comunione e Liberazione sul caso Eluana e invita a discuterne, a confrontarsi con quelle parole, per evitare di farne un caso politico, del tipo "i buoni contro i cattivi" e vedere piuttosto che cosa questa storia dice a te, alla tua vita, al tuo modo di affrontarla. Per primo interviene un signore di una certa età, Vitta lo presenta come un importante chirurgo di fama nazionale. Lui dice di come nel suo lavoro si arrende ogni giorno all'evidenza che la vita non ci appartiene: per cento che ne ha salvati, la metà li ha visti morire. E' stato anche collega del neurochirurgo di Eluana, uno, dice, che fa a gara a infilarsi in ogni commissione etica degli ospedali dove lavora per portare avanti le sue idee sui malati terminali. Quello che sostiene che la donna non abbia più alcuna coscienza. Poi sale su un ragazzo in giacca e cravatta: "Io sono un amico di Eluana" dice. L'emozione in sala è forte. Non siamo più davanti a dei discorsi, siamo davanti al fatto di Eluana che irrompe, concretamente, carnalmente, con un volto preciso, in mezzo a noi. "Non sono di CL" ci tiene a dire "ma sono cattolico. Sono uno dei suoi quattro amici chiamati a testimoniare al processo in merito alla frase che lei avrebbe detto sul porre fine alla sua vita, ma non andai a testimoniare perché in quel momento non ero in quella stanza. Oggi sono un avvocato e negli anni il papà di Eluana mi ha chiamato mille volte affinché lo aiutassi nella sua lotta, sentivo che dovevo sostenerlo, mi domandavo che razza di vita fosse, se fosse vita, quella di Eluana. Recentemente sono andato a trovarla e le ho parlato a lungo. Mi sentivo stupido a farlo, perché lei non so se mi ascoltava. Alla fine di tutto però io oggi dico, da avvocato e da cattolico: io non so che grado di vita è la sua, ma accetto il mistero e lei non deve morire". Le testimonianze si susseguono, incalzanti: c'è uno il cui suocero è da due anni in coma, nutrito col sondino, proprio nella stanza accanto a Eluana, stesso ospedale. Testimonia della grandezza del servizio di carità che fanno le suore in quell'ospedale. Una ragazza con una sorella handicappata dice che, anche se hai la fede, razionalmente neanche la fede ti dà la capacità di giudicare e accettare situazioni del genere, in cui tutto di te è messo in discussione. Ma a differenza della maggioranza delle persone, noi non siamo soli di fronte al dolore. Esci e dici, pensa se stasera restavo a casa. Hai capito qualcosa di più di questa faccenda, ad esempio che nessuno di noi è migliore del padre di Eluana e che se non avessi avuto la grazia di un incontro ti comporteresti esattamente come lui. Altro che fare una battaglia politica. L'ha ricordato Carron qualche sera fa durante una diaconia: "E quando il male dovesse colpire la nostra vita, non terremmo: il dubbio di un Dio cattivo farebbe saltare tutto. Vi auguro che il Signore tenga la mano sulla vostra testa, così che quando il male dovesse arrivare non possiate insinuare un dubbio nel vostro rapporto filiale con Cristo".

Ostia d' espiazione

16:18 / Pubblicato da Alessandro / commenti (0)

Che dolore e che barbarie uccidere Eluana. Guardate il mio piccolo Victor. Soffre e offre perché Dio perdoni questo omicidio.

I suoi gemiti sono il grido di un corpo, il corpo mistico di Cristo che ogni istante si offre come ostia di espiazione per le nostre atrocità contro gli innocenti.

Non avrei mai pensato che un tribunale del mio paese potesse raggiungere tanta disumanità, come che ci potesse essere un padre che chiede la morte della figlia. Lo dico con immenso dolore perché io sono di fatto il papà di Victor e di Celeste, di Andrea (tutto deformato di 22 anni e pesa 15 kg), di Cristina e di Aldo.

Guardateli: Eluana è viva e i miei figli sono lei viva.

Post Scriptum (lettera giuntaci poco dopo):

Ecco i miei piccoli “Eluana”.

Il dolore per la barbarie del tribunale e, permettetemi con tutto il rispetto, del padre, è vissuto da me e da queste mie piccole ostie bianche con la coscienza che non esiste condizione che impedisca di affermare, come ci ricorda ogni giorno Carron: “Io sono tu che mi fai... e che anche i capelli dei miei bambini (quasi tutti senza capelli e nel caso di Victor, anche senza cranio e María con un cancro al posto della faccia) sono contati”.

Dio mio che bestie questi giudici! Soffriamo e offriamo perché si ricordino: “con la misura con la quale giudicate sarete giudicati”.

Con affetto

P. Aldo.

"Carita' o violenza?"

11:37 / Pubblicato da Paolo Vites / commenti (0)

http://www.clonline.org/articoli/ita/vol_Eluana1108.pdf «Capire le ragioni della fatica è la suprema cosa nella vita, perché l'obiezione più grande alla vita è la morte e l'obiezione più grande al vivere è la fatica del vivere; l'obiezione più grande alla gioia sono i sacrifici… Il sacrificio più grande è la morte» (don Giussani). Che società è quella che chiama la vita "un inferno" e la morte "una liberazione"? Dov'è il punto di origine di una ragione impazzita, capace di ribaltare bene e male e, quindi, incapace di dare alle cose il loro vero nome? L'annunciata sospensione dell'alimentazione di Eluana è un omicidio. La cosa è tanto più grave in quanto impedisce l'esercizio della carità, perché c'è chi si è preso cura di lei e continuerebbe a farlo. Nella lunga storia della medicina il suo sviluppo è diventato più fecondo quando, in epoca cristiana, è cominciata l'assistenza proprio agli "inguaribili", che prima venivano espulsi dalla comunità degli uomini "sani", lasciati morire fuori dalle mura della città o eliminati. Chi se ne fosse occupato avrebbe messo a rischio la propria vita. Per questo chi cominciò a prendersi cura degli inguaribili lo fece per una ragione che era più potente della vita stessa: una passione per il destino dell'altro uomo, per il suo valore infinito perché immagine di Dio creatore. Così il caso Eluana ci mette davanti alla prima evidenza che emerge nella nostra vita: non ci facciamo da soli. Siamo voluti da un Altro. Siamo strappati al nulla da Qualcuno che ci ama e che ha detto: «Persino i capelli del vostro capo sono contati». Rifiutare questa evidenza vuol dire, prima o poi, rifiutare la realtà. Persino quando questa realtà ha il volto delle persone che amiamo. Ecco perché arrivare fino a riconoscere Chi ci sta donando la presenza di Eluana non è un'aggiunta "spirituale" per chi ha fede. È una necessità per tutti coloro che, avendo la ragione, cercano un significato. Senza questo riconoscimento diventa impossibile abbracciare Eluana e vivere il sacrificio di accompagnarla; anzi, diventa possibile ucciderla e scambiare questo gesto, in buona fede, per amore. Il cristianesimo è nato precisamente come passione per l'uomo: Dio si è fatto uomo per rispondere all'esigenza drammatica - che ognuno avverte, credente o no - di un significato per vivere e per morire; Cristo ha avuto pietà del nostro niente fino a dare la vita per affermare il valore infinito di ciascuno di noi, qualunque sia la nostra condizione. Abbiamo bisogno di Lui, per essere noi stessi. E abbiamo bisogno di essere educati a riconoscerLo, per vivere. Comunione e Liberazione Novembre 2008.

Preghiamo per Eluana

20:36 / Pubblicato da Paolo Vites / commenti (0)

da SamizdatOnLine http://www.samizdatonline.it/node/525 ''E' la conferma che viviamo in uno stato di diritto''. Cosi' Beppino Englaro, il padre di Eluana, ha commentato la decisione della Cassazione; già, il diritto di uccidere la figlia facendola morire di fame e di sete! L'eutanasia è entrata di "diritto" nel nostro Paese. PREGHIERA PER ELUANA ENGLARO O Dio, amante e fonte della vita, noi ti lodiamo, ti glorifichiamo, ti diciamo la nostra gratitudine ammirata e gioiosa per il dono della nostra vita e per il dono della vita di ogni uomo, anche di chi sente la vita solo come un peso ed una croce. Noi crediamo, o Signore, che nessun uomo viene al mondo per caso, ma che ogni uomo è sempre il termine vivo e personale del tuo amore di Creatore e di Padre. Da te illuminati, o luce del mondo, fa che sappiamo scorgere il riflesso dello splendore del tuo volto, di te o Dio che sei Bellezza infinita, sul volto di ogni uomo, sul piccolo volto che si sta formando del bambino non ancora nato, sul volto triste di chi è colpito dalla malattia e dal dolore, dalla solitudine e dall'emarginazione, sul volto stanco dell'anziano e di chi sta per morire. ( Mons. Dionigi Tettamanzi ) Preghiamo per Eluana Englaro, certi che il diritto più grande di ogni uomo é alla vita, che é sempre dono di Dio, in ogni condizione. Come ricordava Giovanni Paolo II: "Accanto ad ogni uomo che soffre ci vuole un altro uomo". Che ciascuno di noi sia vicino ad Eluana e alle tante persone che vivono nelle sue condizioni.

IL PRIMO CASO DI OMICIDIO LEGALE IN ITALIA

19:56 / Pubblicato da Paolo Vites / commenti (0)

ELUANA ENGLARO: IL PRIMO CASO DI OMICIDIO LEGALE IN ITALIA Non può essere che questo il titolo di un comunicato stampa che dica la verità sulla intera vicenda di Eluana. Non esistendo in Italia una legge sull’eutanasia, quello di Eluana è un omicidio perpetrato per via legale, ottenuto cioè con l’autorizzazione dei giudici. Da oggi nel nostro paese si potrà uccidere - quando si vorrà - malati stabili, cronici, inguaribili: pazienti in stato vegetativo, pazienti in condizioni terminali, anziani non più utili alla società, insomma chiunque abbia “presumibilmente” chiesto di poter morire e in condizioni di non poter più cambiare idea o di chiedere aiuto, mediante la sospensione di acqua e cibo, magari dopo aver consultato un giudice. E’ questa la società che volevamo, quella in cui vogliamo vivere? I giudici hanno - delegittimato la Costituzione Italiana - agito contro il Codice Civile e contro il Codice Penale Loro non saranno imputabili: immuni grazie all’autorità che gli è riconosciuta. Loro non saranno imputabili: chi uccide in un altro modo sì. Ci si deve domandare: “Come mai oggi il colpevole, colui che uccide, non è imputabile?” La risposta è tutta nell’atteggiamento di bieco pietismo - tipico del nostro tempo - dietro il quale si nasconde una logica per nulla nuova nella storia. Questa logica è la stessa adottata durante la seconda guerra mondiale: oggi, per questa stessa logica ideologica, in nulla differente da quella di allora, si eliminano i più deboli e gli indifesi. Ha vinto una interpretazione del diritto della persona inteso come “autodeterminazione”, che rappresenta una forzatura rispetto a quanto affermato nel Codice di Deontologia medica e nella stessa Costituzione. Hanno avuto la meglio la cattiva coscienza e la possibilità di arbitrio su chi è degno di vivere e chi no. Da questa logica è stata sfidata la saggezza della sovranità popolare che ha dato origine alla nostra Costituzione, e la cultura che essa ha generato. Questa logica alla fine ha prevalso. Quanto è accaduto è tanto più preoccupante perché ormai nessuna legge potrà più essere rispettata: ormai certi giudici aggirano le leggi - anche quelle esistenti - e creano una nuova era, quella dell’etica del più forte sul più debole, con l’ausilio del diritto. Ma non eravamo partiti da una giustizia uguale per tutti? Non dovrebbe essere, questo, ancora oggi, lo scopo della giustizia? Che vergogna. Medicina e Persona 13 novembre 2008 ASSOCIAZIONE MEDICINA E PERSONA - Via Melchiorre Gioia, 171 - 20125 Milano -Tel. 02/67382754 - Fax 02/67100597 CF 97236860157 -Partita IVA 13020590157 - info@medicinaepersona.org www.medicinaepersona.org

I Novissimi (Padre Aldo)

17:50 / Pubblicato da Alessandro / commenti (0)

La Divina Provvidenza Clinica San Riccardo Pampuri nasce dalla necessità di assistere i malati terminali abbandonati, destinati a morire senza nessuna assistenza. In un mondo incapace di tollerare il dolore e la cui risposta alla sofferenza è l'eutanasia, la Clinica, proponendo la realtà della morte come parte integrante della bellezza della vita, rappresenta una grande sfida culturale: o si salva la totalità dell'uomo o non si salva nulla.
Cari amici,
Novembre ci ricorda una “massima” cristiana che mi é famigliare fin da piccolo “memorare novisima tua et in aeternum non pecabis”. Ricordati dei novissimi e non peccherai mai. E i novissimi sono 4: morte, giudizio, paradiso e inferno. Questo pensiero che fin da piccolo mi accompagna, da alcuni anni é la costante che domina i miei pensieri regalandomi una grande pace, un dinamismo che non ha tregua, una creativitá incessante e un amore impressionante all´istante in cui gioco il mio destino qui e dopo. L´ospedale é un grande momento a questa memoria e per questo é una sfida continua alla ragione, alla vita, a prendere sul serio la realtá. Per me la clinica per pazienti terminali é la evidenza che la vita, la realtá chiede l ´eternitá. Il punto é la vita, é la realtá e non il ruolo o le cose da fare che se non entrano in questa prospettiva ci asfissiano. Accompagnato ogni giorno dalla scuola di comunitá che in questo momento per noi quaggiú ci sfida con il capitolo dell´obbedienza, dell´obbedienza a una compagnia, vivo la clinica come il contenuto di questa amicizia. La clinica é questo “qualcuno che cammina davanti a me”. Ogni ammalato é questo “qualcuno che cammina davanti a me” (pag. 112 del texto spagnolo) perché, per esempio guardando Celeste, la piccola bambina che soffre di leucemia (guardate che bella é nelle foto che vi mando) non posso non chiedermi “ma perché é cosi differente da me che facilmente mi scoraggio, ho paura, quando lei nel terribile dolore che sente, traspira una pace, una serenitá che solo Gesú puó darle”. E cosí sto li al suo fianco, la guardo, la accarezzo, prego e imparo. Ho tanta voglia di stare li con lei, come con Victor che geme in continuazione e che ha il torace totalmente incurvato per il terribile sforzo di respirare, mentre il suo cuore che resiste inespiegabilmente, sembra una locomotiva a vapore. Mi rendo conto che non posso non obbedire a loro perché loro costantemente mi rimandono a ció che il mio cuore desidera e cosí anche quando mi succede che porto con me ancora alcuni strascici della depressione che mi prende tutto, non mi lascio “fregare” dallo stato d´animo ma continuo a ripetermi “Io sono Tu che mi fai”. E cosi il mio cammino non si blocca per quel rospo che ho sullo stomaco o per l ´angoscia che mi annebbia la vista e il resto. Al contrario capisco sempre di piú quanto San Paolo afferma: “soffro nel mio corpo ció che manca ai patimenti di Cristo per il suo corpo che é la chiesa”. Guardando questi miei bambini capisco che é la vita il punto e non lo stato d´animo, anche se lo stato d´animo fa parte della vita, ma non esaurisce la vita. Li guardo e mi rendo conto che loro ed io non siamo e non possiamo essere definitivi né dalla leucemia, né dalla mancanza del cranio o dall ´acqua che Victor porta dentro nella testa e tenuta ferma da una fragile pelle, né dalla mia depressione quando mi prende. E´la vita la questione e la vita chiede l´eternitá. Allora capite il perché di questa testimonianza di una mia infermiera e della sua relazione con un´ammalato di AIDS che le moriva fra le braccia:
Fu un pomeriggio di domenica molto triste. Erano le 13:00 sono andata alla stanza di Bernardina, vedendola molto male. Respirava con tanta difficoltá, sono uscita di corsa per chiamare Silvia, per dirle come stava Bernardina. Siamo andati insieme da lei e le abbiamo chiesto "Come stai Bernardina? Ti fa male qualcosa?"Lei risponde, "STO BENE". Ci siamo guardate e detto, “Dio mio, con ció che soffre, dice che sta bene”. Siamo state a guardarle, Silvia chiamo' la dottoressa Olmedo, che le disse di prendere alcune medicine. Bernardina era da sola, giusto quella mattina suo marito era andato a casa. Ho chiesto a Diana di chiamare la sua famiglia. Bernardina stava morendo, aveva la respirazione artificiale. Erano le 15:00 hs quando arriva una signora, dicendo che era la cognata, Rimane “5 minuti” con lei. Dopo entra un signore che sembrava avere paura di lei, e se ne va subito. Alle 16:15 si celebrava la Eucaristia nel blocco A, e dissi a Silvia: "voglio rimanere con Bernardina, non voglio che se ne vada da sola. Le persone che sono venute a vederla sono giá andate via." Siamo andate con Silvia da Bernardina, le abbiamo accarezzato la faccia, le mani pulendo la sua bocca, che "espulsaba come espuma". Alle 16:50 c´era il percorso del Santíssimo, che rimane un bel pò di tempo di fronte a lei. Dopo arriva una signorina che mi chiede "sta male mia cognata?", le risposi di si. Mi disse, "mi hanno chiamato e chiesto di venire, ho portato i suoi figli, sono giú, vengono a vedere la loro mamma." Ho chiesto alla signorina "Rimani con Bernardina?", lei rispose di si, allora sono andata a vestire un ammalato. Prima di vestirlo, tocca la porta il famigliare che é accanto a Bernardina e mi disse: “la signora sta molto male”. Sono andata di corsa a vederla peró lei era giá morta. Sono rimasta angosciata.Bernardina morta da sola, la sua cognata andata a cercare i suoi figli che erano giú nel cortile, peró non sono arrivati in tempo per vedere alla loro mamma viva.Sono andata a chiamare Silvia, le dissi che Bernardina era morta, Silvia e' rimasta male, le abbiamo fatto le cure postmortem, dovevamo muovere il corpo di Bernarda e usciva liquido da tutte le parti, per la bocca, il naso e anche gli occhi, abbiamo chiuso tutto. Silvia mi disse che aveva un rospo alla gola , sono andata a prendere le lenzuola, quando sono ritornata Silvia piangeva inconsolabilmente, mentre la pulivamo le dicevo a Silvia “forza, tranquilla”. La abbiamo messa nella lettiga e la abbiamo portata in capella. Diana ci fa dire una preghiera per Bernardina, e noi non potevamo pregare per il pianto. Abbiamo salutato Bernardina con un bacio nella fronte e siamo usciti piangendo, mentre i suoi figli erano fuori. Non sono entrati nella capella mentre si pregava. Gli abbiamo detto di entrare a vedere la loro mamma e solo allora sono entrati. Per noi é stata una domenica molto triste. Ringraziamo per avere avuto Bernardina con noi qui nella Clinica, e ricordare l´ultima cosa che ha detto senza che le interessasse quanto male stava…..STO BENE!!! Teresa come le altre infermiere sono commoventi per la coscienza che hanno dell´ammalato. E´come se il Mistero che ci avvolge e ci crea in ogni momento le renda capaci di una tenerezza, di un coinvolgimento con i pazienti, fino al punto di sentire come loro, il dolore altrui. Bernardina, aveva nel corpo piaghe da decubito nelle quali entrava una mano, si vedevano le ossa….eppure con quanto amore la pulivano, con quanta delicatezza toglievano ogni pezzettino di pelle marcia. Il raggio che ogni settimana faccio con loro, come con i medici, le persone delle pulizie, della lavanderia o della cucina, mi riempie di vita perché é come se vedessi la scuola di comunitá fatta carne, fino al punto che coloro che erano concubine chiedono di sposarsi, le altre di confessarsi, di fare la prima comunione. Non sono io che chiedo per loro i sacramenti, ma la realtá vissuta con passione che si rimanda me, ad ognuno, a Cristo. Non partiamo da Cristo, rischierebbe essere ideologico, partiamo dalla realtá che come afferma San Paolo: “é Cristo”. Come dire che vivendo intensamente la vita in tutti i suoi aspetti uno o se ne va o si apre al Mistero e mi dice come gli apostoli nel capitolo VI di Giovanni “ma padre dove possiamo andare lontano da questo luogo che ci educa alla bellezza della vita, che ci fa vedere la morte come l´apertura alla vita eterna”. Quando ogni giorno per tre volte facciamo la processione Eucaristica, inginocchiandomi e baciando ammalato per ammalato, non importa quello che ha, se la tubercolosi o la saliva che gli le esce dalla bocca, sento, sentiamo viva la Presenza di Gesú. E vi garantisco che sono i momenti piú belli nei quali il mio stato d´animo, spesso fluttuante, é sottomesso dalle chiarezza del giudizio, cioé dalla certezza che il Mistero e il segno coincidano. Per cui potete immaginare cosa vuol dire questa consapevolezza, quando dalla clinica passo a vedere, baciare i miei vecchietti nella casa -famiglia creata per loro come alternativa ai freddi ricoveri con decine di anziani o quando ogni giorno, alla mattina per portarli alla scuola e alla sera per metterli a letto, vado dai miei bambini. Che impressione vederli mangiare tutti insieme, alzarsi dalla tavola quando si alza la mamma adottiva, ognuno porta nel secchiaio il suo piatto in cui non rimane neanche una briciola (finché non hanno mangiato tutto nessuno si alza perché dobbiamo capire cos´e la Provvidenza) e poi chi prende la scopa, chi lo straccio, chi il secchio…ognuno lavora, cosicchè la casa é la loro casa. Ed hanno da 4 a 11 anni. E pensare che fino a febbraio,erano come animaletti. L´altro giorno, come ogni 15 giorni, mi sono incontrato con il consiglio di famiglia (le due mamme, la psicologa, l ´assistente sociale, l´avvocato, la responsabile delle due casette, la direttrice della scuola) e sono uscita felice perché la direttrice della scuola ci ha detto: “la maggioranza dei bambini sará (giustamente perché se non sanno é giusto che ripetano l´anno) dovrá ripetere…peró, Padre, umanamente sono irriconoscibili da quando sono arrivati; c´é in loro l´inizio di una autostima, sorridono, sanno andare al bagno e pulirsi, convivono e giocano con gli altri, hanno fatto amicizia, le piccoli deviazioni di tipo omosessuale o lesbiane non esistono piú. Insomma, da zero sono passati, come dice lei, a 1, da niente a qualcuno”. Vi giuro che non c´era nessuno piú contento di me. In fondo, pensavo, quello che viviamo con questi bambini é il cammino di Scuola di comunitá. Perché che cos´é la fede, il dare fiducia, la corrispondenza, il cuore, la libertá, l´obbedienza, se non una consegna di se che il bimbo fa ad un adulto che vivendo la realtá infonde loro tenerezza, sicurezza. Un esempio per chiudere. Rosita é una bimbetta di un anno con tanti problemi. Non riusciva fino a poco tempo fa a stare seduta sul pavimento come in nessun luogo. Poi piano piano l´ho messa a sedere proteggendola con le mie braccia chiuse a forma di cerchio attorno al suo corpo. Sono stati sufficienti alcuni giorni perchè quel recinto fatto dalle mie braccia le infondesse sicurezza e cosí iniziasse a vivere un equilibrio. Peró quando toglievo le mie braccia a forma di cerchio lei piangeva disperatamente e cadeva. Ebbene dopo un pó di tempo il miracolo: le mie braccia me le tengo con me e lei sorridente sta seduta da sola. L´obbedienza a una amicizia a una paternitá rende liberi e capaci di camminare con le propie gambe. Amici, questo é vivere, educare. Ma questo vale anche per i due ragazzi ammalati di AIDS, Luciano e Alcides consegnatemi in fin di vita e giá con il cassone pronto per seppellirli. La stessa passione avuta con Rosetta, é la passione per tutta la clinica. Adesso mangiano, camminano, ridono e raccontano a tutti il miracolo. Presto li porteró alla fattoria dove abbiamo questi ragazzi, recuperati alla vita. Ma il bello é che lo stesso passa con i miei “matti” che tanto mi assomigliano. Arrivano fuori di testa come Giorgio, attualmente impegnato a stamparmi due libri, che in due anni ha recuperato la normalitá. Ha l ´AIDS, peró per lui é come avere adesso una perla preziosa, perché, lui ebreo, ha incontrato la fede cattólica ed é anche un fervente cattólico che si confessa spesso e vive ogni giorno la Messa. E poi, pensate, non c´é ammalato che non sia in grazia di Dio e non chieda i sacramenti. E fra loro ci sono omosessuali, lesbiane, travestiti, concubini…tutto l´umano nella sua grandezza miserabile. Eppure Dio per tutti ha una sorpresa: incontrare il gusto della vita e la bellezza della morte per giungere a Lui. Auguro a tutti che la liturgia di questo fine d´anno ci faccia scoprire e gustare i 4 novissimi.
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