La risposta alla mia solitudine

12:11 / Pubblicato da Paolo Vites / commenti (0)

La lettera scritta da MAURIZIO CORA, che ha perso moglie e figlie nel terremoto dell’Aquila Caro direttore, ora che Natale lascia più spazio al silenzio, il Disagio chiede in giro il nome del negozio dove si vende il coraggio per continuare a vivere. Il Disagio non sa neppure da dove viene, né quanti anni ha: esiste e basta. Dinanzi a lui la domanda è se valga ancora la pena di continuare a lottare per esistere. Quando non avevo ancora i capelli bianchi, talvolta il Disagio bussava forte anche alla mia porta, ma subito veniva allontanato dall’amore sconfinato di mia moglie, dai primi sguardi azzurri delle mie bambine, dalle candeline dei loro compleanni, dalle canzoni dei Beatles, dalla brezza di primavera. Ma ora che il dolore non mi ha risparmiato e che il tempo mi ha accompagnato sino a qui, la Solitudine come una maestra severa nel mio deserto domestico mi interroga sul senso dell’esistere e mi affanno a cercare risposte. Ma oggi che ancora una volta è Natale e un piano lontano suona l’allegra malinconia di Grieg, mentre la sera ruba in fretta la luce dal giardino, quel misterioso bagliore della stella cometa risponde per me. (Maurizio Cora)

12:15 / Pubblicato da Alessandro / commenti (0)

Scelto da suo figlio

17:41 / Pubblicato da Alessandro / commenti (0)

06/12/2010 - Gogo è morto il 5 novembre a causa di una malattia degenerativa. Cresciuto a Calcutta dalle suore di Madre Teresa, è adottato da Marina e Tommaso. Che si «lasciano amare», fino a un addio pieno di «grazie»
  Una foto di Govindo.
Govindo era un ragazzo di 18 anni. Aveva il sorriso e il fisico di un bimbo. Gogo, come era chiamato da tutti, era affetto da una malattia incurabile. Era nato in India, la mamma lo aveva abbandonato e le suore di Madre Teresa si erano prese cura di lui. Nell’orfanatrofio di Calcutta, nel 1996, lo conobbe Marina. Marina era in India per lavoro, perché doveva realizzare un reportage sulle case di Madre Teresa. In quella di Shaishu Bhavan incontrò Govindo. Di figli in Italia lei e suo marito Tommaso ne avevano già quattro. Poi c’era il lavoro impegnativo, la famiglia... Eppure, una sera da Calcutta Marina chiamò Tommaso e gli raccontò di Gogo e lui tranquillamente: «Va bene adottiamolo. Ce la faremo». Le suore furono esplicite, non nascosero la diagnosi durissima: «Quella di Gogo è una malattia degenerativa. Non crescerà, non camminerà». Govindo arrivò in Italia nel giugno 1998. I medici gli avevano dato pochi anni di vita e invece è vissuto fino al 5 novembre scorso.
A un mese dalla morte pubblichiamo parte di ciò che il papà ha detto il giorno dei funerali, ricostruito sugli appunti e sulla memoria di alcuni presenti. Una testimonianza semplice del dono prezioso che è stato Govindo per la sua famiglia, e per chi, attraverso genitori fratelli e amici, lo ha conosciuto, magari anche per pochi minuti.

«Quella di Govindo è stata una storia avventurosa, drammatica, bellissima e misteriosa. E interrogando questo mistero in questi giorni mi si è fissata in cuore l’immagine, indelebile, di venerdì scorso, il giorno della morte: tutta la mia famiglia in ginocchio, in lacrime e in preghiera, attorno al letto di Govindo che ci lasciava. Ecco dunque una prima risposta, un primo pezzo di quel mistero: Govindo, come una lanterna viva, ha tenuto insieme la mia famiglia. Poi in quella stessa immagine ho visto anche un piccolo patriarca che, dal suo letto di morte, con i suoi occhi da bambino posati su di noi benché mezzi nascosti da una maschera ad ossigeno non adatta per il suo piccolo viso, diceva: vi ho rifornito di amore fino ad oggi, continuerò a farlo anche dopo. È per questo che non di strazio vi voglio parlare, ma di gratitudine. E ho tanti grazie da dire.
Innanzitutto grazie a Te Signore della vita, che hai chiamato all’esistenza Govindo, senza di Te Govindo non poteva esserci. Tu gli hai disegnato un destino pieno di sorprese, scritto con tante matite colorate, con tante persone. E ci hai anche ridetto attraverso di lui il Tuo sistema preferito, il Tuo trucco per farTi trovare: Tu nascondi le gemme più preziose della Tua creazione in involucri da poco, poveri, fragili, malati. In involucri spesso rifiutati. Come disse la sister all’orfanotrofio a Calcutta a mia moglie Marina: non prendete un bambino sano, prendete uno di quelli che nessuno vuole.
Grazie alla Madonna, che in tutti questi anni, densi di problemi e di tribolazioni, che non sono mancate, ed anche di gioie e di allegria, non ci ha mai fatto mancare nulla, ha tenuto tutta la mia famiglia sotto il Suo manto protettivo. Ci tengo a ringraziarla qui, in questa chiesa dedicata alla Vergine del Carmelo, alla Madonna della Traspontina, di cui sono devoto perché è la mia parrocchia. E, dovete sapere, che Govindo ha avuto una apparizione di questa venerata Madonna. Qui devo aggiungere un grazie a Mario, membro della Confraternita dello Scapolare, che ogni anno porta in processione nel quartiere di Borgo la bella statua della Madonna. Non posso dimenticare quella volta che Mario fece fermare la Madonna sotto casa mia, perché vide da sotto Govindo affacciato in braccio a me. E così la Madonna ci ha salutato appena fuori della finestra, ci ha quasi guardati in faccia e ci fu uno spontaneo applauso dei fedeli in processione.
Govindo ha avuto tanti amici. Lo vediamo anche oggi in questa chiesa così piena. Ma oggi si prega per lui in varie parti del mondo, a Buenos Aires, a Gerusalemme, a Calcutta, a Milano (il giorno dopo ho saputo anche in Africa e in Cina, ndr). Ne voglio ringraziare alcuni: il Coro che ha addolcito questa liturgia. Gli amici della prima ora - come la nostra padrona di casa Paola che nei primi tempi, quando io e Marina dovevamo lavorare, ha portato con la sua macchina Gogo a riabilitazione, - e quelli dell’ultima ora, come don Mario, il sacerdote che abbiamo chiamato venerdì per l’Estrema Unzione e lui invece ha proposto di cresimarlo, regalando così a Govindo una madrina in extremis come sister Elena delle suore di Madre Teresa di Calcutta. E poi tanti amici non solo miei e di Marina, ma anche dei miei figli, i quali hanno esibito sempre Gogo come una medaglia e l’hanno fatto conoscere a tutti i loro amici, che ora vedo qui. E poi grazie a voi colleghi di lavoro miei e di Marina, che in questi anni mi avete spesso chiesto come stava Gogo, che in questi giorni mi avete inondato di sms.
Govindo è arrivato in una famiglia numerosa, ma era anche circondato da famiglie numerose. Perciò ha avuto tanti parenti. Qualcuno lo voglio ricordare, innanzitutto le due nonne: la nonna Liliana che lo ha preceduto qualche mese fa andando a fare un picchetto d’onore di famiglia in Paradiso, e la nonna Klara, che è qui, ed ha condiviso fino all’ultimo le ansie e le gioie di Govindo. Gli zii li salto perché sono troppi, così anche i cugini.
Voglio invece spendere due parole sui nipotini di Govindo, i figli dei cugini nati in questi dodici anni e che guardavano questo strano bambino che non cresceva, che restava sempre uguale mentre loro ogni anno diventavano più grandi, che non mangiava per bocca come loro, bensì tramite un tubo, che negli ultimi anni aveva anche un po’ di barba, ma una corporatura più piccola della loro; facevano all’inizio, timorosi, qualche domanda perplessa, poi alla fine Gogo è diventato per tutti una presenza familiare su cui riversavano il loro affetto di bambini.
Da ultimo grazie a mia sorella Margherita e a suo marito Maurizio, a Nicola e Gigina di Gallipoli per essersi assunti davanti alla legge l’impegno di occuparsi di Govindo nel caso della scomparsa dei suoi genitori adottivi.
Govindo ha avuto tante mamme. Quella Celeste l’ho già ringraziata. Voglio qui ringraziare la mamma carnale, che io non conosco. Tu hai abbandonato tuo figlio, sicuramente in preda all’angoscia, non so perché, forse la malattia incurabile, d’altra parte in India con un sistema sociale così diverso dal nostro… forse altro. Sicuramente ti è costato molto. Grazie perché non lo hai soppresso, lo hai dato a chi poteva farlo vivere.
E qui siamo arrivati ad una mamma potente, madre di tantissimi figli, come Madre Teresa. Cara Madre, in questi giorni di intenso dolore in cui ho pregato tanto ed ho chiesto di pregare perché Govindo ci fosse risparmiato mi sono sentito un po’ in conflitto di preghiera con te. Ho infatti avuto il sospetto che tu invece pregassi perché avevi voglia di tornare a giocare con lui come accadeva nell’ultimo anno della tua vita, quando Govindo all’orfanotrofio era diventato un po’ la tua mascotte. E ho immaginato che in Cielo si fosse aperto un arbitrato, quale preghiera deve vincere? Naturalmente non c’è stato nessun arbitrato e le tue preghiere hanno vinto perché tu, Beata, conosci il vero bene delle persone e di Govindo. Un bene che ha come misura l’infinito Bene e che spacca, supera, i criteri umani, anche quelli buoni e sinceri dei nostri affetti più profondi.
Ultima mamma è arrivata Marina, mia moglie. Questa parte della storia di Govindo è iniziata con te, nel novembre di 14 anni fa quando hai incontrato Govindo a Calcutta, dove ti aveva mandato il tuo direttore per un servizio su Madre Teresa. Da uno di quegli slanci del tuo cuore generoso, è fuoriuscito quello sguardo di intesa tra te e Govindo che è all’origine del suo arrivo nella nostra famiglia.
In appendice non posso non ringraziare i miei splendidi figlioli, la vice mamma Maria, la primogenita, che ha accudito il fratellino quando papà e mamma erano al lavoro e le donne erano di riposo; grazie alla assennata Angela che ha avuto l’onere di fare le punture di antibiotico nel corpicino gracile del fratellino in questi ultimi giorni, noi non osavamo, lei ha preso il coraggio a due mani e le ha fatte; grazie a Cristina, che è stata la cantante, la fotografa, lo vestiva per le foto, e quindi è stata modista per Gogo; grazie a Luigi, il compagno prediletto di giochi.
Da ultimo un doppio grazie a te, figlio mio. Mi hai fatto sentire una papà scelto da suo figlio, prescelto, mi hai fatto sentire un papà migliore di quello che ero, non mi hai mai lesinato un sorriso, mi hai sempre cercato con le tue braccia, ti sei sempre avvinghiato al mio collo, anche quando non ero d’umore giusto. Mi hai reso, insieme coi tuoi fratelli, un papà felice. Il secondo grazie te lo preannuncio soltanto. La mia anima così appesantita da peccati, incoerenze, aridità, non può competere con la tua, così pura, limpida, innocente e perciò vicinissima a Dio. Però ho ancora una carta da giocare, sono tuo padre, mi devi l’obbedienza, ti chiedo perciò di aiutarmi a trasformare, d’ora innanzi, questo vuoto che mi annichilisce, che ci annichilisce, in qualcosa di buono, in una nuova forma di quel bene che tanto ci hai regalato. Tu sei un figlio buono e so che lo farai. E io allora verrò a dirti il mio secondo grazie, quello definitivo, di persona, quando Iddio vorrà». 
da Tracce.it

Lettera di Natale ad Asia Bibi

13:44 / Pubblicato da Paolo Vites / commenti (0)

"Hai scritto la letterina a Babbo Natale?" Ho scritto un belin di letterina. In certi momenti le mie origini ligure escono troppo fuori.C'era un servizio prima a un tiggì dove si fermavano i bambini per strada e si chiedeva loro se avessero già scritto al misterioso signor Babbo Natate. I miei genitori non erano gente particolramente di fede, tanto è vero che si sono dimenticati di farmi fare la cresima. L'ho fatta a vent'anni perché se n'era ricordato qualche amico. Però sono cresciuto aspettando che i regali me li portasse Gesù Bambino. Ricordo ancora le notti prima di Natale: non chiudevo occhio pensando che di là in sala c'era un bambinetto in pannolone che mi stava lasciando dei regali. Oggi Gesù Bambino è stato sostituito da Babbo Natale. Anche mia figlia più piccola sta scrivendo la letterina a 'sto coso qui. Glielo insegnano a scuola, nonostante noi genitori cerchiamo di dirle diversamente. Ma la massa, la scuola, incide di più di due genitori. Io mi domando ogni anno perché i non credenti che ormai sono la stragrande maggioranza festeggino il Natale. Perché vadano a massacrasi nello shopping natalizio per poi farsi regali e auguri il giorno di Natale. Non è la vostra festa, anche se ce l'avete rubata facendola diventare "la festa di stagione", holydays season come ci hanno insegnato gli americani. Tantè. I cristiani rompono le scatole eppure si continua a festeggiare il Natale, vorrei sapere perché. Oggi i cristiani sono il gruppo di persone più perseguitato al mondo, oltre 200 milioni di persone che vivono sotto la persecuzioni quotidiana e molti di loro vengono quotidianamente ammazzati. Il fatto è che all'occidente ex cristiano questa cosa non solo non dà fastidio, ma piace pure. Perché i cristiani, come diceva Mario Monicelli "seccano". danno fastidio. Oh, non perché facciano le crociate per imporre la loro fede, questo non si usa più. Le crociate oggi le fanno i media occidentali, ad esempio quella della pedofilia: circa 90 preti sospettati, non condannati, per pedofilia in Germania a fronte di circa 200mila casi conclamati di pedofilia sempre in Germania, ma l'orrore è tutto per la Chiesa. Come quei gentiluomini di Striscia la notizia che invece di andare a denunciare a vescovo e polizia il caso di un prete pedofilo, lo hanno filmato di nascosto, messo in televisione e quindi obbligato a suicidarsi per la vergogna. Questa è la carità dei non credenti, come il direttore di una rivista musicale a tiratura nazionale che su Facebook, alla notizia, ha commentato: "Uno di meno". I cristiano danno fastidio perché ricordano le ragioni fondamentali di cosa voglia dire essere uomini veri e liberi. Stanno lì, in silenzio, a ricordare qual è la nostra vera natura, di essere dipendenti fatti per inseguire il Mistero. Tutte robe che danno fastido, perché costringerebbero a cambiare del tutto il modo di vivere la vita. Vivere la vita? Direi sopravvivere la vita, che oggi l'occidente va avanti a prozac e anti depressivi. Anche i suicidi in diretta online su Internet. Per questo danno fastidio, i cristiani. Il caso della bellissima Asia Bibi, stuprata, arrestata e condannata a morte per nessun motivo se non di essere cristiana nel Pakistan, non solo è ignorato dal mondo occidentale ma - ho letto io su diversi blog e tra le righe die grandi media - è apprezzato. Ho letto che tutti i cristiani dovrebbero fare la sua stessa fine. Scritto da simpatici occidentali con la pancia piena, la faccia immersa negli - inutili - files di Wikileaks, le orecchie nell'ipod e le mani nell'ipad. Sottilmente disperati e annoiati, ma che si fanno gli auguri di Natale. D'altro canto, quando l'arcivescovo della più vasta e importante diocesi del mondo fa un discorso "alla città" ricordando tutte le sofferenze della sua città, dagli immigrati ai disccupati, un discorso che farebbe invidia al leader della CGIL e non cita mai la persecuzione mondiale contro i cristiani, che altro c'è da aspettarsi. Una, mille, centomila Asia Bibi.

Quel vento gelido

08:17 / Pubblicato da Alessandro / commenti (9)

E se fosse tutto vero?

Dovessi restare solo, molto vecchio, affaticato da un cancro e dal tedio di vivere ancora; e se mai accadesse che, ricoverato nel reparto solventi di un ospedale romano, io mi buttassi dal quinto piano e perdessi la vita nella nera malinconia di una giornata di pioggia battente; potrebbe succedere che qualcuno scriva, come per Monicelli, che è stato “lo sberleffo di un laico”. Mandatelo affanculo Ferrara
Il vento dal nulla
Nel terzo film della serie "Amici miei" - quello diretto da Nanni Loy e non da Monicelli - c'è una scena che a suo tempo mi aveva colpito.
Gli amici, per una zingarata, organizzano un viaggio al Circolo Polare Artico. Ed ad un certo momento si trovano davanti l'oscurità fredda, il vento gelido che viene dal Polo. Il presentimento della morte, un nulla che inghiotte senza scampo e sempre più vicino.
Ma si riscuotono, e ripartono verso un altro scherzo pensato per allontanare da sè il pensiero di quel niente ghiacciato. Come aveva fatto il personaggio del Perozzi, nel primo film, con la supercazzola al prete venuto a confessarlo in punto di morte.
Lo scherzo per esorcizzare la paura del niente, la vita fallita. Non prendere niente sul serio.
Questa posizione mi è sempre sembrata un'emerita coglionata.
Se penso alle persone che ammiro, sono quelle che prendono tutto sul serio. Ogni cosa è da prendere seriamente perché ogni cosa vale; vale ed allo stesso tempo non ha valore in sé, perché è l'eterno che fa la sua consistenza.
Che ogni cosa abbia consistenza, sia fatta, sia impastata d'eternità rende possibile anche riderne; ma di un riso che vale, perché è l'allegria di chi sa che ogni cosa è salvata.
L'altro riso è un riso tragico e sarcastico. Che piano si spegne in niente.
Ti trovi vecchio, malato e solo in una grigia giornata di pioggia, con il freddo vento del nulla che ti gela le ossa. Tutte le illusioni cadono, e la realtà nuda ti mostra che da solo non ce la fai.
Puoi riconoscere che quell'eternità negata c'è, che tu e le cose avete un senso. O chiudere gli occhi, ancora, e buttare via l'ultima possibilità. Buttare via la vita, buttarla a quel gelido vento.
(SamizdatOnLine)

Terra desolata

10:15 / Pubblicato da Paolo Vites / commenti (4)

"Che puoi fare per me? Puoi pregare per me". A dirmelo è un'amica atea che più atea non si può. Un'altra amica, cattolica, mi dice che pregare per lei non significa più nulla. Non mi aspetto più niente, dice. Allora pregherò io per te, le dico. Una domenica mattina presto ero nella bellissima basilica di San Lorenzo poco prima di andare a fare il mio turno di lavoro. C'era una messa in corso, il prete era all'omelia. Continuava a ripetere: "Domandiamoci cosa dobbiamo fare. Che cosa dobbiamo fare?". In fondo, dove mi trovavo io, una bellisima statua di Padre Pio in grandezza naturale, ricoperte di rosari. Vicino a me una famiglia non so se sudamericana o indiana. Padre, madre e figlioletta piccolina tutta imbacuccata per coprirsi dal freddo. A turno, prima il padre e poi la madre, si alzano e vanno a inginocchiarsi davanti a Padre Pio, con grandissima dignità mettono entrambi le mani sui piedi della statua. E pregano. La bambina, anche lei sembrava avere una grande dignità, li osserva entrambi con il capo dritto. Che cosa pensa. Non saprei, credo però che conserverà per tutta la vita l'immagine dei suoi genitori in ginocchio. Che pregano. Volevo alzarmi in piedi e interrompere l'omelia di quel prete: "Ecco csa dobbiamo fare" avrei voluto dirgli mostrandogli la famigliola di extra comunitari. "Pregare". Non c'è chiesto niente altro. Lo sa anche la mia amica atea. "E' la chiesa che ha abbondato gli uomini o sono gli uomini che hanno abbandonato la chiesa?" si chiedeva l'immenso poeta TS Eliot. Entrambi, probabilmente. Quella stessa domenica, uscendo dal lavoro, mi fermo nella straordinariamente bella chiesa di Sant'Alessandro per beccare una messa. E' una chiesa di una bellezza come ce ne sono poche in Italia e nel mondo. Però è quasi deserta, una dozzina di anziani e un paio di coppie giovani. Anche i due sacerdoti che celebrano la messa sono vecchi, vecchissimi. Penso, quando entrerò qua dentro alla stessa ora per prendere una messa fra 10 anni non ci sarà più nessuno, neanche un prete. La messa è finita, non vado in pace. Però mi fermo come faccio ogni mattina davanti al Crocefisso che sta in un angolo di questa chiesa, Mi sento un po' don Camillo ormai. E dico una preghiera, per la mia amica che non vuole più pregare. (Il Crocefisso nella chiesa di sant'Alessandro a Milano) Con una preghiera e un augurio per Sara Tanturli che oggi fa la santa cresima

La scelta

22:20 / Pubblicato da Paolo Vites / commenti (4)

Io ho scelto dice il personaggio che recita nello spot pro eutanasia (prodotto in Australia, vietato in Australia, finito sulla Rete grazie al partito Radicale Italiano). Ho scelto di andare all'università. Ho scelto di sposare Tina. Ho scelto di comprarmi quella macchina. Ho scelto. Ho scelto. Poi conclude: "Quello che non ho scelto è di diventare un malato terminale e certamente non ho scelto che la mia famiglia debba vivere questo inferno insieme a me. Adesso ho fatto la mia scelta finale, ho solo bisogno che il governo mi ascolti”. Non ci sarebbero commenti da fare perché lo spot si commenta da solo. Non scegli di ammalarti, dunque non scegli di morire né come morire ma soprattutto - lo spot ovvimamente non lo dice - non scegli neanche di nascere. Non scegli neanche di chiamarti col nome che hai. E' un altro che ti dà il nome, come un altro ti dà la vita. E anche la morte. Basterebbe questo semplice e onesto riconoscimento a togliere ogni presunzione riguardo al possesso della vita e della morte. Il problema di questo spot non è che fa promozione all'eutanasia, che già è cosa triste, disumana, ed è anche falso, perché la maggior parte dei malati terminali dichiara (ma i tiggì e il Partito radicale si guardano bene di dirlo) di desiderare di vivere, a qualunque costo. Ad esempio come lo desiderva Eluana. La cosa squallidamente triste di questo spot è il perfetto ritratto dell'uomo contemporaneo che esso fa. E' un po' guardarsi allo specchio, guardare questo spot: quello che sceglie, sempre. L'uomo ricco, dell'opulento occidente, l'uomo annoiato, l'uomo moderno. Che è già morto ancor prima di arrivare a una qualunque eutanasia. Si è già ucciso, molto tempo prima. Perché chi invece non può scegliere, ad esempio i bambini che fanno la fame in Africa, i malati di Aids, loro vorrebbero vivere ma loro sì che non possono scegliere. A loro non è concessa la scelta. Questo spot è uno spot a una cosa sola: l'orrore della solitudine che si è impossessata di questo mondo moderno. E allora certo, di fronte alla solitudine si può arrivare anche a desiderare la morte. Pardon, l'eutanasia, che è più politically correct.

In quel lembo di mondo

20:56 / Pubblicato da Alessandro / commenti (3)

                                                    Dal carcere di Chiavari

Cari amici di Simone,
oggi è domenica e bighelloniamo nel cortile. Stiamo qui, a contemplare il tesoro di giornata che ci avete regalato ieri (partita di calcio tra Amici di Simone-Polizia Penitenziaria e detenuti -n.d.r.)  raccontandocelo orgogliosamente e raccontandolo a quelli di noi che non potevano esserci. Il divertente è che stamattina (intorno alla pila dove sciacquiamo i panni) in un modo o nell'altro abbiamo avuto tutti lo stesso rammarico: nel preciso momento in cui scattava il flash del ricordo, avremmo voluto poter non lavare l'odore delle maglie usate ieri per non cancellarne il ricordo.
Che schifo, penserete voi. Vero. Ma sapete, in certe condizioni (come quelle odierne) ci si osserva, ci si ascolta, come se si fosse stati oggetto di un miracolo, e quando si è stati così felici almeno per un pomeriggio è facile imbambolarsi a sperare che questo miracolo prima o poi arriverà definitivamente. Per altro un po' di meditazione non guasta, se no (qui) si diventa vecchi senza capire mai il senso di niente! Ma dietro ai pensieri che attecchiscono nella nostre menti e che ci fanno stare in questa sorta di torpore vegetale, ce n'è un altro, più importante, che è dirvi ciò che suggeriscono l'onestà e il cuore.
La prima cosa che affermeremo è che ieri volevamo il bel tempo per giocare e per abbrustolirci un po', ma il sole mancava. E' venuto ora, troppo tardi per noi e troppo tardi per altra gente che avrebbe voluto esserci. Peccato.
La seconda è che ci è mancato da matti quel "traditore" di don Eugenio Nembrini. Senza di lui nello schieramento, e con la defezione di Ernestino, la disfatta sportiva è stata inevitabile. Adesso il rettore ha qualcosa da farsi perdonare: che almeno venga a trovarci presto (se ne ha il coraggio!) .
In terzo luogo, parliamo di voi, amici, che ci siete sempre più cari. Benedetto mille volte il giorno e il minuto che siete entrati in questo istituto. Tra le cose che vogliamo dirvi, c'è che ci sorprendete e ci deliziate sempre: in questo lembo di mondo, dove tutto sembra invocare unicamente la certezza della pena, voi siete fra i pochi a dimostrare di non avere prevenzioni per i vestiti a strisce e la partita di beneficenza in cui ci avete coinvolti ieri testimonia anche una cultura della solidarietà tra società civile e detenuti che non può non accrescere la nostra speranza nel futuro e la nostra gratitudine e la nostra stima nei vostri confronti. Se tutto il mondo fosse così come ce lo mostrate voi, amici, fuori di qui noi avremmo nella bisaccia tutto ciò che vale e che occorre, se non a garantirci quel domani a misura d'uomo che cerchiamo, quanto meno a rendere migliore la nostra anima. Per questo abbiamo stretto con voi tenacissimi vincoli di affetto e siamo lieti di averlo fatto.
Torniamo a terra. Tutto ciò che si sente oggi in cortile è il rumore delle nostre voci, che vi rammentano, che condividono i ricordi di ieri pomeriggio ma anchele recondite speranze legate al futuro. D' altronde, la vita ci offre poca materia, il cerchio del soffocamento aumenta giorno per giorno e quando ci immaginiamo  fuori di qui è voi che vediamo, siamo noi insieme a voi che vediamo, sennò ce lo dite che cosa potremmo vedere? Qualcheduno sostiene che le nostre convinzioni sono solo merito di questo posto che ci ha fatti incontrare, ma noi sentiamo che c'è qualcosa in più e il tempo lo dirà.
Ora l'augurio che facciamo è che voi vi conserviate sempre così, belli e rari come siete adesso, e che le nostre storie di giustizia cadano presto nell'oblio, ma che le cose imparate grazie a questa importante amicizia vivano (da ambo i lati) per sempre.
Ricordateci nelle vostre preghiere, amici carissimi, e non avrete mai fatto voti per qualcuno che vi vuole più bene di noi.
Arrivederci a presto e ogni bene possibile (e consentito) dai vostri affezionati

Renato, Damian, Angel, Gianni, Pino, Andrea, Rida, Bush e Mame Mor

Ratzinger è rock

21:42 / Pubblicato da Paolo Vites / commenti (1)

Spero di non apparire blasfemo e soprattutto di non apparire come uno che fa il verso a quell'ex grande interprete musicale che fu Adriano Celentano, oggi patetica macchietta (non so se avete presente l'ultima lettera che ha mandato qualche giorno fa al Corriere della Sera). Sto parlando di un Papa, in fondo. Massimo rispetto dunque. Accidenti, adesso sto facendo l'hip-hopper. Ma sta di fatto che oggi ho letto alcune frasi della sua udienza del mercoledì e ho provato una gioia immensa. Capite, quando un Papa pensa quello che anche tu pensi, è praticamente... wow... accidenti mi accorgo che sto usando solo linguaggi para Mtv. Che ci volete fare, con una figlia che mi distorce le orecchie in questo esatto momento facendo dei ruomorosissimi feedback di chitarra elettrica dietro le spalle... Comunque, Benedetto XVI - che in realtà non è rock, visto che non voleva che Bob Dylan si esibisse per Giovanni Paolo II - oggi ha detto: "Sono le donne che guidano i mariti nel cammino di fede». E poi ha aggiunto: "Giorno dopo giorno illuminano le proprie famiglie con la loro testimonianza di vita cristiana". Accidenti come è vero. E' quello che vado scrivendo da anni, citando una marea di canzoni rock, che poi a loro volta citano poeti immensi ad esempio Dante Alighieri: il 90% delle canzoni rock parla di donne. Perché è attraverso la donna che si manifesta la Bellezza e poi anche - non sempre, ma spesso - la salvezza. Io posso dirlo. Mi basta pensare a mia moglie,che ogni giorno mi costringe a fare memoria di Quello che ho incontrato. E lo fa nel più banale e autentico senso della parola: "Va' che non sei ancora andato a messa oggi". Sì, perché io sono uno che ha anche bisogno di farsi dire questo, visto che il 99% dei preti che ci sono in giro oggi mi farebbe stare un milione di chilometri lontano dalle chiese. Ma così facendo perderei l'Essenziale, che è quello a cui ti riportano le donne. Il sneso del realismo, della realtà, che hanno le donne, noi possiamo solo sognarcelo. Ma questo è solo un particolare banale, come dicevo. E' di più molto di più. E' la fedeltà e la dedizione assoluta a un mistero più grande, quello che le donne custodiscono nel cuore e lasciano trapelare nel mistero della famiglia che fa di mia moglie - delle mogli - il punto di richiamo alla Memoria, alla conversione. Basti pensare a Maria, il paradigma di tutte le mogli. E le canzoni rock non fanno altro che parlare da 50 anni di questo fatto. Così come i quadri, i libri, le poesie. Da Beatrice di Dante Alighieri alla Sad Eyed lady of the Lowlands di Bob Dylan, è tutto un richiamo alla Bellezza che si trasfigura nel volto della donna. E che ci costringe, noi uomini perditempo, sempre che lo desideriamo, a guardare oltre. All'Essenziale, appunto.

Like a Hurricane (2)

14:12 / Pubblicato da Alessandro / commenti (2)

Se sei vivo capita. Se sei padre capita. Una figlia "vivace", cresciuta (a te pare) troppo in fretta. E allora provi a controllare, a possedere. A sforzarti di tirarla su come piace a te. E impazzisci. Non è possibile. Allora emerge tutto il tuo limite. La tua impotenza. Chiedi aiuto. Non è un umiliazione, è una completezza di sguardo su tutto. Guardi il positivo che dai a quella cosa. E a casa tua capita che arrivi un vecchio prete ultrasettantenne. Un padre. E subito vorresti essere felice come lui, vedere il mondo come lo vede lui, avere lo stesso desiderio di abbracciare tutto come ha lui, di imparare, come ha il desiderio lui. Tu che hai piu' di trentanni in meno e ti senti già arrivato. Che bello avere avuto questa serata, i problemi sono rimasti intatti. E' cambiato un po' il mio cuore. E mi sento di amare di più mia figlia.
Il giorno dopo basta la scoperta di una sigaretta, una menzogna ulteriore e sprofondi di nuovo nel tuo dolore, ti arrendi al tuo limite. Affidi a Maria questa sofferenza ma ti pare non basti. Magari anche la telefonata di un amico che mentre sei li, con gli occhi umidi e senza il coraggio di entrare in casa per non farti vedere cosi, senza che si interessi a cosa stai passando, ti rimprovera per delle idiozie. Avevi solo bisogno di guardare la speranza. Il cuore è ferito ma mi fa chiedere di più, che emerga tutto l'amore che ho al Destino di mia figlia, perchè è veramente tanto. Vorrei avere la stessa misericordia che mi sono sentito addosso in tanti momenti della mia vita. E saperle fare compagnia, quella vera e degna. Quella che di fronte agli errori ti sa dare la speranza. 
E una casa, una compagnia dove qualcuno ti abbracci senza avere ripugnanza per quello che di te sembra non andare.
Tira un vento implacabile stasera. Che lasci pure il dolore e la tristezza. Sento, più che mai, che servono. A guardare l' unica ipotesi positiva su tutto ciò che ho da vivere.

Totally busted

22:46 / Pubblicato da Alessandro / commenti (4)

Cinque e trenta del mattino. Già in macchina stamani, sveglia alle cinque e via. E neanche un'alba decente che mi aiuti ad aprire un po' il cuore.
In sottofondo scorrono le note di Southside of Heaven di Ryan Bingham. Avevo un cd di questo ragazzo e non me ne ero accorto. Da riascoltare sicuramente, magari al ritorno quando, senza assilli da orario, mi faccio l'autostrada a 85 km/h in relax. No, non è pericolosa quest'andatura, qui non siamo sulle highway americane. Qui sembra di essere su una Salerno-Reggio Calabria costellata però di viadotti, gallerie e curve che feriscono come artigli queste montagne tese a tuffarsi nel mare, li sotto. 50 Km. di asfalto con sei cantieri aperti e due soli operai in vista. Che mistero, un giorno di questi provo a contattare l'a.d. della società autostrade per chiedergli se questi lavori fantasma sono solo una scusa per il salasso che ti fanno al casello.
Sciocchi pensieri di una mattina qualunque. Grazie a Dio me ne accorgo e chiedo sostegno per this day. Totally busted, a volte mi sento cosi.
Eppure, mentre riprendono le note di Bingham, sento che Lui è qui. Dentro ogni istante di questa grigia giornata iniziata troppo presto. E' più facile accorgersi di Lui nella stanchezza, nella fatica. Mica sono masochista, ma è così. Quando il lamento cede il passo al riconoscere l'evidente abbraccio che mi cinge, si rispalanca tutto. E allora i “se avessi un altro lavoro”, “se arrivassi in condizioni serene coi soldi a fine mese”, “se fossi in ferie ai caraibi”, “se, se, se...” si trasformano in 'alleati' della realta'. Condizioni attraverso cui passa la mia felicità. Diventano divine.
Che c'entra Bingham in questo viaggio? Non lo so. Ma capita che una canzone tocchi il cuore e aiuti a vivere meglio. Mi ritrovo a sorridere della mia idiozia desiderando l'infinito.

Un volto al supermercato

10:16 / Pubblicato da Alessandro / commenti (1)



Solita spesa al supermercato "tedesco" stamani. E' che mi sono rotto di badare alle esigenze di fine mese e fare la spesa in questo posto, ci sono tutte le pessime imitazioni della roba buona dei market veri.
Però alla fine esco e con 50 euro ho riempito il carrello. Mi sento un po' babbeo ad essere soddisfatto per una cosa così.
All'uscita non c'è il solito rumenalbanmontenegkazako che chiede l'elemosina. C'è una donna. Beh la nazionalità è una di quelle. La faccia riflette antichi dolori. Gli occhi chissà cosa stanno guardando. Passo oltre e carico in macchina. Riporto il carrello e ritiro l'euro. Incrocio lo sguardo mentre le poso la moneta in mano. Non mi incazzo neanche dentro di me, mentre sta seduta e tende la mano. Qui a Chiavari non ne trovi uno che si alzi per mettere a posto il carrello, mi ricordano uno dei pastorelli, flauto in legno e gilet di pecora seduto in prossimità della grotta nel mio vecchio presepe, che da bambino mi ostinavo a tenere incollato col bostik perchè mi cadeva sempre. Lei no. Un viso che pare raccontare storie che non vorresti ascoltare.
Penso alla discussione avuta in settimana al lavoro, secondo cui non si deve aiutare nessun straniero qui da noi. Eventualmente vanno aiutati in patria perchè diventino autosufficienti, bla, bla, bla.... e ovviamente cito solo il commento migliore...
Solita storia che tende a sopprimere l'elemosina. Quel gesto che imparai da mia mamma quando andavo a messa con lei. Sedevo sulla panca e pregavo Gesù che aiutasse il tipo là fuori. Teorie e progetti ne posso fare all'infinito, anche validi. Ma cosa posso dire a chi mi tende la mano? Lo porto con me e senza dargli nulla gli sto a spiegare come funziona il mondo? Gli porgo la ricetta per vivere? O potrei fargli un piccolo dettato sul sistema economico mondiale con progetti di riforma politica...
Ho provato altre volte a non lasciar nulla ma poi me ne andavo e mi sentivo più triste. Non è moralismo cristiancattodaminesanvincenzo. E' che vedo uno in carne e ossa che soffre a un palmo da me e che cazzo mi viene in mente? Un progetto sociale? Un euro non risolverà niente ma sono contento di aver guardato quel volto.

Meeting/ 365 giorni l'anno

21:50 / Pubblicato da Paolo Vites / commenti (2)

Domani, sabato, il Meeting finisce. E' già sabato in realtà perché sono le due di notte. Questa volta è andata così, abbiamo tirato tardi nel bunker, tra partita dell'Inter, cenetta di redazione, qualche articolo da caricare sul sito, anche qualche discussione. E' stata dura, ma ce l'abbiamo fatta. Domani si torna a casa. Attraversiamo il salone deserto, a quest'ora profonda della notte. Fa impressione camminare là dove due ore prima c'erano migliaia di persone accaldate e accalcate, adesso è il deserto totale. Silenzio irreale nell'immensa fiera. Ogni tanto passa qualche volontario del turno di notte in bicicletta. Chissà dove sta andando. Si sente solo una possente, armoniosa voce echeggiare per tutta la fiera. E'quella di don Giussani. E' il messaggio registrato che si sente durante la visita alla sua, bellissima, mostra. Lo lasciano andare in repeat per tutta la notte. E' una voce calda, che dice quello che conta veramente: "Non voglio vivere inutilmente. E' la mia ossessione". Fa venire anche un po' i brividi questa voce che ti segue mentre cerchi di guadagnare l'uscita della fiera. E' il Destino che bussa alla porta. Fuori, è luna piena. Le torri alla luce blu si stagliano contro il cielo. E'una notte magnifica. E' una notte totale. Tutto è come deve essere, ogni cosa va nella direzione voluta dal Destino. Il Meeting sta per finire, ma non è vero. Il Meeting continua 365 giorni all'anno. Basta farne memoria e continuare a tornare all'Essenziale. E non vivere inutilmente, come vorrebbero che facessimo. Si torna a Milano. Abbiamo un nuovo amico, Tommy (redattori de Il Sussidiario si concedono un sigaro) Il popolo del Meeting Volontarie stramazzate Flannery Nella casa di specchi di Flannery O'Connor L'angelo della redazione, la Cami

Meeting/ Day.. what?!

16:28 / Pubblicato da Paolo Vites / commenti (3)

Devo dormire. E’ da sabato scorso che dormo quattro, cinque ore a notte. La mia camera d’albergo sembra quella di Hunter S. Thompson impersonato da Johnny Depp nel film Paura e disgusto a Las Vegas. Che Hunter S. Thompson era il re degli scrittori gonzo, dunque uno dei miei eroi. Ma insomma, non è che me ne sono andato dal Meeting, è che non riesco più a stargli dietro. Ho sentito le parole della vedova Coletta e per la prima volta in vita mia mi sono sentito orgoglioso di essere un italiano, e vorrei avere un centesimo della fede che ha lei. Ho incontrato un sacco di bella gente, rivisto amici, fatto notte tarda dopo la cena – sontuosa – della Fondazione Sussidiarietà con un sacco di amici… Il Meeting è troppo grande, ti supera da tutte le parti, e io ho bisogno di dormire. Insomma, al Meeting è arrivato anche Alessandro Tanturli per cui degli ultimi giorni ne parlerà lui. Mi sembra giusto. Intanto lascerò spazio all’amico Germano, che ha cose molto più belle e intelligenti delle mie, da dire… vado a dormire sulle scale della redazione… “Leggendo queste righe sulla mostra di Solidarnosc, mi è tornato in mente che quelli erano proprio gli anni che arrivavo alle superiori dalla parrocchia con la raccomandazione di fare attenzione a quelli di CL, “brutta gente”. E io invece incontrai proprio Andraghetti, Bottai, la Fiamma, Battifora, Bottino… E il tramite furono proprio quelle spilline e le cartoline di Solidarnosc. Di acqua sotto i ponti ne è passata una cifra, il rischio è la nostalgia da vecchietto, , ma alla fine in una spirale di incontri vengo rilanciato dal Cardinale Simonis. “La speranza per il continente siete voi” mi dice in auto mentre lo accompagno al Meeting, lui che da vent’anni ci viene sempre. Quella speranza che aspetta al Portico di Compostela, a braccia aperte anche un coglione come me tanti anni dopo quella prima volta nonostante i miei tradimenti: avevano ragione, “brutta gente” quelli di CL. Ti aspettano anche una riga di anni, sono sempre lì, solo un po’ più vecchi e con un po’ di pancia in più” (Germano)

Meeting/ Day Four

09:14 / Pubblicato da Paolo Vites / commenti (4)

Giornata degli incontri. Oddio, al Meeting è praticamente impossibile non incontrarsi, ma la cosa bizzarra è che su una media giornaliera di 200mila visitatori, ci sono sempre quei due o tre che li incontri sempre. Deve esserci una legge della fisica applicata alla casualità del fato. Comunque giornata tranquilla ieri, giorno del Meeting terzo. Abbiamo preso un bel ritmo qua nel bunker. Io ho anche fatto un paio di interviste. C’è in giro Letizia Moratti con il suo amico Red Ronnie. Mentre i nostri politici di redazione intercettavano il sindaco, io dovevo intercettare Red. Ovviamente mi ero dimenticato, ma soprattutto non avevo visto che era già fuori della porta della redazione. Così quando un amico mi vede passare sulla balaustra che porta in redazione, mi chiama, “vieni a farti una birra”. Al Meeting, si sa, visto il casino di gente, bisogna urlare per comunicare. Così gli urlo, “non posso devo intervistare Red Ronnie”. Lo urlo due volte. Mi giro e vedo il direttore che mi presenta Ronnie. Zzzo penso, meno male che non ho urlato “devo intervistare quel c.. di Red Ronnie”. Che è un tipo simpaticissimo, e poi mai nessuno in Italia ha intervistato tutti ma proprio prima, come si dice, mi è capitata fra capo e collo all’improvviso. Ero in bagno, una delle poche volte che avevo trovato il tempo per andarci, e mi squilla il cellulare. Zzzo. Era il mio collega, “vieni in redazione che facciamo quella cosa che sai”. Io, come sapete, non so niente o quasi. Mi ero infatti dimenticato che oggi dal Meeting passava Red Ronnie con la sua amica Letizia tutti, da George Harrison a Paul McCartney eccetera eccetera. E il suo programma tv era l’unico vero programma tv dove ascoltare musica live, ad esempio Ben Harper prima che Ben Harper diventasse di moda. O Ani Di Franco, o anche il mio amico Elliott Murphy. Fa un solo errore, il buon Red: non sa con che giornalista sta parlando. Infatti a un certo punto dice che Jimi Hendrix scriveva vere poesie, mica Bob Dylan. Scusa Red? Vado a fumare una cicca, e incontro il figlio sedicenne di una coppia di amici. Sta aspettando di entrare a un incontro, è lì da solo. Lui è in sedia a rotelle da quando è nato, e tanti altri problemi. Eppure non ho mai visto un ragazzo più contento di stare al mondo. Mi viene voglia di abbracciarlo forte mentre lo saluto, e non sono pensieri che mi vengono spesso, tutt’altro. Come avrebbe detto don Pino nell’incontro di oggi pomeriggio, “il cuore è infallibile”. Già. Qualche ora dopo, un’altra cicca, lungo una delle piscine. Eccolo lì, in braghe corte e sandali, sigaretta anche lui. Don Eugenio, “Genio” come lo chiamiamo talvolta. UN abbraccio, questa volta, e subito a informarsi delle mie cose, disoccupazione, lavoro, eccetera. Gli dico che sono stato assunto, “hai visto” dice ridendo. Già, lui me lo diceva sempre di fare delle novene quando ero disoccupato. Le faccio anche adesso che ho trovato lavoro. Il cuore è infallibile. L’ultimo incontro è per lavoro, che il mio è uno sporco lavoro, ma qualcuno deve pur farlo. Vado al soundcheck di Terra Naomi, la brava, e bella, cantante americana che stasera si esibisce al Meeting. L’avevo intervistata via e-mail l’anno scorso, trovarsi di persona, anzi incontrarsi, è però tutta un’altra cosa. La cosa forte è che il suo primo tour in Italia glielo aveva organizzato un sacerdote, che incontro anche lui. “Quando è arrivata in Italia e ha visto che ero un prete, è rimasta un po’… “ se la ride di grosso. Forte, questo prete: “Adesso voglio portare in Italia The Tallest Man on Earth!”. ‘Cidenti, dico io, magari. “Ah, la musica….” Mi fa. “Pensa che capii di avere la vocazione ascoltando musica rock”. E c’è chi dice che il rock è la musica del diavolo… Come diceva Lou Reed, tutti abbiamo un cuore rock’n’roll. E il cuore è infallibile. L’intervista a Terra invece la trovate qui,http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=108305

Meeting/ Day three

15:35 / Pubblicato da Paolo Vites / commenti (2)

Sera tarda, ultima riunione di redazione, occhi che si chiuderebbero volentieri. Il Meeting quasi deserto, il momento migliore per visitarsi un paio di mostre. Cerco quella su Flannery O’Connor, mi imbatto in quella su Solidarnosc. E già, dico mentre entro, questo mese di agosto 2010 sono trent’anni da quei giorni fantastici. Straordinari quei giorni, quegli anni, quelli di Lech Walesa e del più libero sindacato della storia dele lotte operaie. Allora, quell’agosto del 1980, avevo 18 anni. Mentre comincio a guardare le foto di questa mostra, la commozione sbotta fuori prepotente. Le ricordo tutte, quelle foto, sembra ieri. Quei volti, belli, fieri, liberi. Lech Walesa e i suoi baffoni, altro che quelli di Stalin, e la spilletta con la Madonna Nera. Ricordo come discutevamo scioccati alle immagini che arrivavano da Danzica, quei giorni del 1980. Che sta succedendo qui? Operai in ginocchio che si fanno il segno della croce durante lo sciopero invece che sventolare noiose bandiere rosse e alzare il pugno? I tempi stanno cambiando, avrebbe detto qualcuno. Leggendo la dichiarazione di richieste in 21 punti degli operai Solidarnosc, appare evidente l’originalità e la grandezza di questo sindacato. La prima richiesta di aumento salariale arriva verso il decimo punto. Prima solo richieste di libertà: di parola, di religione, di espressione. E dire che questa gente, questi operai polacchi, era gente che letteralmente moriva di fame, nella gloriosa Polonia socialista del fallimento, ideologico ma anche economico. Altro che la rivoluzione dei ragazzi borghesi figli di papà e annoiati del nostro 68: quella polacca di Solidarnosc è stata insieme a quella di Budapet del 56 e a quella di Praga del 68 l’unica vera rivoluzione del Novecento. E guarda un po’, non contro i padroni, ma contro i comunisti. Tutte e tre. Guardo quelle foto, Piazza del Duomo a Milano con l’enorme croce di lumini e migliaia di persone con le bandiere polacche, in quei giorni del dicembre 1981 quando fecero, i comunisti, il colpo di stato. Da Chiavari andavamo in treno per partecipare a quei momenti, partecipi anche noi di quella grande lotta per la libertà. Mentre il mio professore, onest’uomo del PCI, mi diceva che a scuola non bisognava fare politica: perché entravo in classe con la t-shirt con la scritta Solidarnosc. Verrebbe da ridere se non ci fosse da piangere per l'ipocrisia. Alla fine della mostra ci sono le spillette del sindato: altra commozione. Sono dentro una bacheca di vetro, come reliquie. Ne avevo a decine, allora. Vorrei averle tenute. Che ricordi. Formidabili quei giorni, formidabili quegli anni.

Meeting/Day two

12:48 / Pubblicato da Paolo Vites / commenti (0)

Qua nel bunker oggi, primo vero giorno di Meeting, ma secondo giorno per chi scrive, il caldo è osceno. Il boss della Fondazione ci sfotte quando passa di qui chiamandoci “albanesi”: “Come va a Tirana?”. Ogni tanto viene qualche esperto del Meeting a cercare di far funzionare i condizionatori ma niente da fare. Solo verso le nove di sera ci portano un pinguino gigante. Domani andrà meglio – oggi per chi scrive e legge. Giornata memorabile comunque quella di oggi al Meeting. Non da tutti i giorni vedere un gruppo di ragazzi ugandesi più neri del nero fare un coro di canti alpini. Una volta tanto, invece di importare noi occidentali mode terzomondiste che sappiamo solo rendere ridicole o ideologiche, degli africani hanno importato una cosa bella (nostra) a casa loro. E il risultato è commovente. Come sono state commoventi le loro testimonianze nell’incontro che ha preceduto i canti afro-alpini. Okello, ad esempio, racconta di quando ha rifiutato l’offerta di un importante azienda islamica che gli proponeva di andare a lavorare in Dubai: un sacco di soldi di stipendio e anche sette vergini in offerta. Non so quanti occidentali avrebbero rifiutato una offerta come questa. “Non sei un uomo come fai a fregartene di sette vergini” gli dicono i suoi amici. A lui non interessa, lui ha incontrato qualcosa di meglio, ha incontrato le parole di don Giussani tramite i suoi nuovi amici. Nel pomeriggio un altro incontro memorabile, quello con la presidentessa d’Irlanda, bella e simpatica, guidato dal mio amico John Waters. Che ha i capelli sempre più lunghi, John, quelli che gli restano, comunque ne ha più di me. In giacca e cravatta fa un bel figurone e quei capelli mi sembra siano così lunghi non per un vezzo esteriore ma quasi a ricordare il passato da cui John arriva, quello di brillante giornalista rock finito alcolizzato (giornalista rock, alcolismo…. Mmmm parole che mi suonano familiari…) che l’ha segnato malamente e che poi lo ha condotto qua. Al Meeting, dove anche lui ha “incontrato” don Giussani. E’ incredibile che incontri sta facendo il Gius da quando è morto. I capelli di John come testimonianza, memento, ricordo, perché quello che siamo stati rimane sempre con noi, nel bene e nel male, ma soprattutto nel bene, adesso. Io seguo gli incontri dal video del mio computer qua nel bunker degli albanesi e sorrido. Sorrido quando viene citata una frase del poeta irlandese Cavenagh, “da una crepa troppo grande non passa nessuna meraviglia”, io che ho fatto del mio motto la frase di un altro poeta, Leonard Cohen, che dice, “c’è una crepa in ogni cosa, ed è da lì che passa la luce”. Ma è vero, la crepa non deve essere troppo grande, se no non è più una crepa, ma uno sconquasso, una devastazione. Lasciamo che la luce passi attraverso le piccole ferite, teniamole aperte però queste ferite. Domani magari vado a pranzo con John e gli chiedo se mi scrive l’introduzione per il mio nuovo libro. Giornalisti rock d’altro canto devono aiutarsi a vicenda, di questi tempi che di grande musica rock ce n’è sempre di meno. No? Stay tuned for more Meeting adventures… E guardatevi il tg Meeting questa sera alle 19.30, in diretta.

Meeting/ Day one

13:43 / Pubblicato da Paolo Vites / commenti (0)

Credo che Germano se mai andrà a fare il volontario al Meeting, dovrebbe proporsi come autista. Mi ha portato a Rimini partenza da Lavagna con una guida perfetta ma la ciliegina è stata la piadineria su una collina nascosta che solo lui conosce. Ottima piadina e ottima guida. Come dite? Germano fa già l’autista al Meeting di Rimini da anni? Non so, lui parla poco e non conferma. Ci lasciamo all’ingresso, giorno ultimo di pre Meeting, lui va a prendere il suo servizio (autista?), io il mio. Attraverso l’enorme fiera con il mio valigione, caldo torrido, qualche volontario distrutto svaccato come corpo morto e non posso fare a meno di pensare che qua è ancora tutto per aria. Stand, mostre, ristoranti. Manca quasi tutto, per terra ci sono latte di vernice, muri da alzare. Dico: ma domani mattina comincia il Meeting, non ce la faranno mai a finire in tempo. Non so. Io prendo servizio, nella nostra stanzetta bunker senza finestre e ovviamente aria condizionata che non funziona. Uno a uno arrivano tutti, alla fine siamo circa quindici (la nostra redazione più qualche simpatico volontario, come un romano de’ Roma che sventura sua mi si piazza a fianco proprio poche ore prima della finale di Supercoppa Inter-Roma…) e dentro fa un caldo osceno. La mia amica Camilla sparisce e torna poco dopo con un bel ventilatore che piazza proprio in mezzo fra me e lei. Cosìva meglio. Faccio la mia prima intervista, Alfredo Minucci, il cantautore napoletano che tanto piace a tutti, tranne a me che non mi piace la canzone napoletana. Ma a lui non lo dico. In realtà lui è bravo davvero. E’ anche simpatico, ma lo sono tutti i napoletani più o meno, ma soprattutto mi dice un sacco di cose belle. Ad esempio mi cita questa frase di don Giussani che a lui napoletano ha fatto capire il vero senso di queste canzoni: “Le canzoni napoletane raccontano amori così grandi che questi amori non possono mai morire”. Adesso lo capisco anche io, le cose vere non finiscono mai, come le canzoni e l'amore. Poi si lavora, problemi tecnici, casini vari. Esco fuori della sala stampa a fumare una sigaretta. Davanti al mio ufficio un enorme foto di don Giussani e la mostra a lui dedicata. Non è un caso penso. Guardo da quassù il Meeting e mi commuovo un po’. Non è una roba normale il Meeting. E’ una presenza che si impone. Come il mio caporedattore. Che scassa i marroni ma capisco che anche lui ha un senso. Mi fa da memoria. Come la foto del Gius. Io sarei altrove se no. Sarei messo male, molto più di quanto comunque non sia. Sono fortunato mentre guardo da quassù Meeting, penso. Non sono mai solo, non sono mai stato lasciato solo. Stamattina, domenica, entriamo al Meeting un paio d’ore prima che aprano i cancelli. Sono scioccato. E’ tutto perfettamente in ordine e pronto. Ogni mostra, ogni stand, ogni ristorante. Chi è stato qui stanotte? Non lo so. Io non so niente. Io, come dice Micucci, mi affido soltanto. Intanto posso sfottere il mio compagno di banco, il romano: “Hai visto che con Adriano in campo l’Inter vince sempre”. Già, peccato per loro che Adriano mo’gioca nella Roma… Grande Inter. http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2010/8/22/Liberi-senza-finzioni/107540/ stay tuned for more Meeting adventures... domani day two.. intanto quest'anno abbiamo anche il tg, e lo abbiamo fatto noi, cioè quelli della mia redazione, mica male:

Shooting Star

13:51 / Pubblicato da Alessandro / commenti (3)


STELLA CADENTE
 Bob Dylan

Ho visto una stella cadente stanotte
e ho pensato a te.
Cercavi di entrare in un altro mondo
un mondo che non ho mai conosciuto.
Mi sono sempre domandato
se tu ce l'abbia fatta.
Ho visto una stella cadente stanotte
e ho pensato a te.
Ho visto una stella cadente stanotte
e ho pensato a me.
Se ero ancora lo stesso
se sono mai diventato quello che volevi io fossi
ho mancato il bersaglio oppure
ho oltrepassato la linea
che solo tu potevi vedere ?
Ho visto una stella cadente stanotte
e ho pensato a me.
Ascolta il motore, ascolta la campana
mentre l'ultimo veicolo dei pompieri dall'inferno
passa velocemente, tutte le persone buone stanno pregando,
E' l'ultima tentazione,
la resa dei conti
l'ultima volta che potrai sentire il sermone sulla montagna,
l'ultima radio sta suonando
Ho visto una stella cadente stanotte
scivolare via.
Domani sarà un altro giorno.
Suppongo sia troppo tardi per dirti le cose
che avevi bisogno di sentirmi dire.
Ho visto una stella cadente stanotte
scivolare via.

SHOOTING STAR
words and music Bob Dylan
Seen a shooting star tonight
And I thought of you.
You were trying to break into another world
A world I never knew.
I always kind of wondered
If you ever made it through.
Seen a shooting star tonight
And I thought of you.
Seen a shooting star tonight
And I thought of me.
If I was still the same
If I ever became what you wanted me to be
Did I miss the mark or
Over-step the line
That only you could see?
Seen a shooting star tonight
And I thought of me.
Listen to the engine, listen to the bell
As the last fire truck from hell
Goes rolling by, all good people are praying,
It's the last temptation
The last account
The last time you might hear the sermon on the mount,
The last radio is playing.
Seen a shooting star tonight
Slip away.
Tomorrow will be another day.
Guess it's too late to say the things to you
That you needed to hear me say.
Seen a shooting star tonight
Slip away.

Un seme alla fonte del cuore

19:56 / Pubblicato da Alessandro / commenti (1)

Vecchie foto ripescate dal casino che alberga nei cassetti dove "un giorno metto tutto a posto". Anni '80, '84 per la precisione. Passata da poco la maturità. Che ricordi indelebili.
Ero, con tutta la mia generazione, vittima dello scetticismo. Una generazione disillusa, ormai dilaniata dallo svanire dei sogni. Forse all'istituto d'arte eravamo un po' indietro con i tempi. Una generazione ferita dal dubbio. Un'angoscia mi penetrava alla sorgente stessa del desiderio di vivere. Il tutto mascherato da un' esuberanza sciocca. Un'angoscia capace di forgiarmi in un essere scettico, cinico, incapace di farsi toccare da qualcosa di bello. La delusione totale dell'animo. Capita sempre, prima o poi, quando uno ha fede nell'uomo. Perchè crede nella forza trionfante della verità, della giustizia, del debole che vince il forte. Dell'amore e della carità, di tutto cio' che uno crede essere il bene.
Un'angoscia devastante a vent'anni.
Essa fu miracolosamente guarita, con gli anni, da quel seme che, gelosamente ed inconsapevolmente, conservavo dentro me. Un seme che qualcuno aveva posto delicatamente alla fonte del cuore. Seme nato da quel che avevo incontrato un giorno, anni prima. Incontrato con uno stupore quasi imbarazzante, mentre vedevo ragazzi come me, e anche più piccoli, più grandi, che erano felici, di poco o di tutto. E parlavano di Gesù. Che cosa fuori moda avevo pensato, ma ero felice per quell'incontro e ne andavo fiero anche davanti agli sberleffi dei "compagni" di scuola.
Quel periodo non l'ho più dimenticato: non si dimenticano le porte della morte. Almeno quelle dell'anima. Avrei accettato una vita dolorosa, non una vita assurda. Lottare per i poveri, i perseguitati, per il bene. Ricordo gli anni passati a fare "caritativa" con gli anziani, con i bambini, con i poveri. Tutte cose belle che mi avevano reso più "generoso e forte", ma mi ritrovavo, ad un certo punto, disperato.
Quel piccolo seme è rimasto una speranza, una porta aperta sul mio desiderio di felicità.
Un desiderio mai sopito. Il bello è sapere Chi ringraziare.
Spesso con il desiderio si risveglia la consapevolezza della mia miseria,  ma è così impellente che riesce a trasformare quella tangibile impotenza in un grido silenzioso.
Questo desiderio non è una morale. Cristo non è una morale, ma un fatto misteriosamente concreto, con cui fare i conti e lasciarsi abbracciare, da implorare e, se proprio deve accadere, bestemmiare, quando senti di non farcela. E' una rabbia che diventa preghiera. Dio non si è fatto carne per darci un manuale delle istruzioni per l'uso, non ha portato la pace ma la spada.
Che fastidio quel cristianesimo fatto di “valori” sociali e morali, senza mai chiamare Cristo con il suo nome. Non mi ha mai interessato. Il cristianesimo del moralismo  “coerente” è già sconfitto, non serve alla mia felicità, il mondo lo inghiotte in un boccone. C'è un'altro popolo di cristiani che non mira a salvarsi l’anima attraverso una condotta esemplare e  modi "rispettabili". Non mi sento dentro un popolo di "giusti" ma di miserevoli, biechi peccatori che hanno il cuore lieto per averLo incontrato.
Non è detto che ci si salvi ma la "strada verso casa" è un po' più illuminata.


Credo, un giorno

21:12 / Pubblicato da Alessandro / commenti (4)


 
Ne avevamo passate tante insieme. Ricoveri di mesi e mesi, operazioni, una devastante. Un tentativo malriuscito, un esperimento.
Quello del giugno 2005 era il periodo più bello. Le prime camminate, le risate insieme, alla luce dei sei anni appena compiuti. Quando stava bene Simo era sempre allegro, pareva che gli strazi fisici fossero perle di una collana lucente da mostrare con gioia. 
Sembrava la quiete dopo la tempesta.
Eppure il 30 giugno la morte. Inattesa, fulminante. I disperati tentativi di rianimarlo, le mie labbra serrate alle sue, già fredde, in un impossibile volontà di soffiargli la vita.
Intravedo con gli occhi pieni di lacrime il suo viso, lo sguardo fisso sembra dirmi: -arrenditi papà, lasciami andare, lascia che si compia il mio destino.-
-Gesù non togliermelo, ti prego- ripeto per minuti interminabili.
E invece Simo và. Incontro al Destino.
Le sorelle, la mamma, tutti intorno a lui. Rimango li ad accarezzarlo per non so quanto. Vorrei sapere, vorrei capire. Vorrei riaverlo, non ho mai capito molto del "i figli vanno lasciati, accompagnati, sono dati, non si posseggono....", Simo è speciale non è la stessa cosa, cazzo. Non è la stessa cosa. Grido nel silenzio e pretendo. Ma è un silenzio pieno quello. Non è disperazione pura. E' li lo sento. Cristo è li. Ho l'illusione di non riconoscerlo, ma è impossibile. Non mi arrendo ma è lì per me non nonostante me.
Dopo cinque anni non ho ancora capito, ma non importa. Un giorno tutto sarà chiaro.
E' una Grazia averlo avuto, ne sono certo. Lo ripeto periodicamente, non come un disco incantato, io lo so perché.
E' tutto per un disegno buono ma la mia natura di uomo meschino fa a pugni, non si arrende. Ancora oggi.
A volte, mi sembra di non resistere, il cuore sembra lacerarsi ancora. Eppure mi viene da ringraziare di averlo avuto. Anche se mi sento sproporzionato, davanti alla Grazia mi sono sempre sentito sproporzionato.
La certezza di rincontrare Simo mi dà un senso di tenera speranza. Mi fa sentire abbracciato.
La mia perdurante, sciocca, ansia di sapere, di pretendere, di capire, almeno mi costringe a pensare a Cristo. A fare i conti con Lui. Non è forse una Grazia questa?
Mi immagino Simo a ridere un po' del suo papà, lo faremo insieme.

I santi non mormoravano

19:30 / Pubblicato da Alessandro / commenti (1)

C’è una costante nelle vite dei grandi santi. Gente diversa, di ogni tipo. Con idee diverse su molte cose. Addirittura su fronti opposti in diatribe teologiche infuocate. O di diverse fedi politiche, metodi di azione, giri di amicizie e fortune (o sfortune) sociali. Ma tutti questi tipi diversi hanno una cosa in comune. Non sopportavano il lamento. San Francesco come san Benedetto. Santa Francesca Cabrini come Giovanni Bosco, san Bernardo come Madre Teresa. Non solo era gente che non si lamentava - della aria fetida di Bombay o del fetore che talvolta alligna anche nella Chiesa. Ma s’arrabbiava pure se i loro fratelli e figli spirituali si mettevano a mormorare per qualunque motivo. Ai mormoratori, molti santi, come pure la Bibbia, dedicano parole di fuoco. Eppure di motivi per lamentarsi ce ne sono a bizzeffe. Dentro e fuori la Chiesa. L’invito a non mormorare è un tipico consiglio pratico, non solo morale. Molto ebraico, in questo senso. Se si mormora si perde tempo, invece di cambiare le cose che si pensa non vadano bene. Insomma, un dispendio di energie inutile. Roba pratica. L’avversione al lamento, insomma, non viene da una specie di conservatorismo - moltissimi di questi santi hanno fatto parecchio sommovimento e prodotto cambiamenti e innovazioni radicali - ma da una consapevolezza che mormorare contro l’autorità è comodo, vile e inutile. Obbedire e cambiare. Due cose che sembrano inconciliabili, ma solo per chi non sa cosa è la Chiesa.
Davide Rondoni (tracce.it)

Le patatine e Matty

18:30 / Pubblicato da Alessandro / commenti (0)

Carissimi, volevo ringraziarvi perchè sono venuta alla festa con un cuore  troppo preso dal fatto che mi sono  sentita un pò disorientata dalla gioia che vedevo attorno a me, mentre avevo lasciato Matty all'ospedale. Ma che differenza fa cuocere le patatine e avere Matty all'ospedale? (Matty è un nostro piccolo amico affetto da un bel po' di problemi fisici ndr Mi sono risposta: nessuna. Questa risposta mi ha commossa perchè tutto sta nel fatto che Gesù mi vuole bene ed io ne voglio a Lui; solo così io non annullo i miei desideri. Anzi chiedo tutto e sempre di più e l'ospedale non mi determina perchè accetto questo sguardo buono. Ho trovato un pezzo del Don Giuss che conferma tutto questo: "Dio che ha fatto tutto chiede tutto a coloro che Egli preferisce per realizzare il Suo Misterioso possesso del mondo che a noi uomini può anche apparire confusione tanto non è nostro. Per questo domandiamo alla Madonna la sua stessa disarmata disponibilità di fronte all'IMPREVEDIBILE che si inoltra nella nostra vita".

Grazie ancora perchè col vostro esempio forse, a Dio piacendo, posso piano piano vivere in modo commosso questo Suo amore per me!
Nonna Lella

La vita è un abbraccio

21:41 / Pubblicato da Alessandro / commenti (0)


E la festa è finita!
Mi sono fermata a pensare cosa veramente siano stati questi
tre giorni  passati  e ho scritto tre volte e tre volte ho cancellato: troppa analisi, pensieri dettati troppo dal dolore che ho in alcuni rapporti ... Così, non ho scritto niente e ho riletto la lettera del nostro Padre Aldo. E due cose mi hanno colpito: "...sento che mi manca qualcuno e non so chi è" “Solo se in noi c'è una cellula di Giussani, possiamo cogliere che cos'è il movimento e vivere come figli di Carron”
Poi sono andata a vedere i post sulla festa dell'anno scorso... E la domanda che mi sono fatta è stata: "cosa di questi amici mi ha colpito a tal punto da farmi muovere fino a diventare realmente protagonista in quello che ho iniziato a fare e a vivere?". Beh, la risposta immediata e semplice è stata: "Gesù". Gesù che mi è letteralmente scoppiato dentro al cuore nel rapporto più bello e vero con alcuni. E poi è passato un anno. Un anno segnato da improvvisi scossoni, dai miei innumerevoli limiti, dal disagio degli altri, dalle parole inutili e impietose... E Gesù? Di sicuro Lui non sparisce. Ma... Eccomi alla "Scuola in Festa 2010"! C'è un po' di disagio iniziale, chi  chiede ad altri come sto,  chi decide cosa e come dovrei fare; ma c'è l'Amico prete che desideravo rivedere che mi abbraccia con forza e mi fa sentire che in quel Bene inaspettato c'è Tutto, c'è Lui; c'è l'amica ferita dal dolore che mi ricorda che ogni attimo deve essere un'offerta perchè la Realtà è Sua e a Lui dobbiamo ridarla; c'è lo spettacolo della Scuola Primaria, e le lacrime di commozione scendono copiose, perchè lo spettacolo è splendido e perchè capisco un pò di più quella nostalgia nel cuore del brutto anatroccolo alla vista dei cigni. E' il desiderio di Felicità e Pace che il mio cuore grida. Bene, io in quest'anno ho iniziato a capire (e se ci sto riuscendo io...) che se sparissero tutti, da chi non riesce a guardarmi negli occhi a chi mi vuole infinitamente bene e mi stringe nel suo abbraccio, io da questa compagnia non me ne andrei perchè qui c'è Gesù, vivo e presente. Ed io ho bisogno SOLO di Lui. Lui è presente, comunque, attraverso tutto come mi diceva con insistenza don Eugenio. E Lui opera. Ecco, l'unica possibile identità dell'associazione: Gli Amici di Simone, fanno le cose che fanno perchè lì c'è Gesù e vogliono testimoniarlo e per testimoniarlo il loro sguardo è diverso, è lo sguardo di gente innamorata... "Mi sei scoppiato dentro al cuore..."cantava Mina e l'abbiamo attaccato tra gli stands. Uno sguardo diverso non solo per il bambino speciale (sarebbe anche più semplice fosse solo questo), ma anche per gli amici che proprio Gesù ci mette tra i piedi: perchè siamo nel mondo ma non siamo del mondo!
Basta concludo! Sms di un grande amico assente alla festa: "la vita è un abbraccio" e solo in un abbraccio la vita diventa splendida.
 Cristina
il riposo dei giusti...

Solo il genio, solo il bambino

15:15 / Pubblicato da Alessandro / commenti (0)

Cari amici, 
Che bello l'articolo di Carron apparso oggi sull'Osservatore Romano! 

("Prima di tutto autenticamente uomini" ndr)

Mentre me la "divoravo" pensavo al dialogo avuto ieri sera con la mia figlioletta Veronica di 8 anni che mi avevo chiesto di parlarmi. Rimasto orfano perchè i genitori sono morti di AIDS nella mia clinica e prima di morire la mamma me la ha affidata come mia figlia. 
Veronica é davanti a me seduta. Mi guarda con gli occhi umidi e mi dice: "Mi manca la mamma, sento la sua assenza. Sento di essere triste e non so perchè". Le chiedo di tentare lei a rispondere al "perchè". Dopo alcuni minuti, piangendo, mi disse: "perchè sento che mi manca qualcuno e non so chi è". 
Lascio a voi immaginare la mia sorpresa e commozione. Solo il genio, solo il bambino giá provato de tanto dolore è capace di questa intuizione. Che pugno nello stomaco per noi borghesi, anestetizzati dalla carriera, dall`esito, dal lavoro! Eppure Carron ci riconduce in ogni momento a Veronica, compresi noi preti che pensiamo di educare a forza di psicologia o di psicanalisi, o insistendo sulle conseguenze etiche invece di stare di fronte al Mistero come siamo stati provocati quest'anno rispetto il caso Eluana , il crocifisso, l'articolo di Natale e il bellisimo giudizio "Feriti torniamo a Cristo". 
Senza questo  giudizio saremmo stati terribilmente soli, vittime delle regole (sebbene  importanti) e carichi di paura, specialmente noi che viviamo le 24 ore con i bambini. Peró Veronica con i suoi 8 anni mi ha fatto rivivire il percorso di quest`anno facendomi capire che o ritorniamo alla originalitá del nostro cuore o ci incontreremo tristi e perduti. 
Con Marcos e Cleusa e i responsabili  ultimi dell`America Latina ci siamo trovati a condividere alcuni giorni in Brasile. Una festa di cui il cuore é stato il dramma di Veronica, con le sue domande e che cosa significa seguire Carron. Cleusa diceva: “Solo se in noi c'è una cellula di Giussani, possiamo cogliere che cos'è il movimento e vivere come figli di Carron”. 
Al contrario il movimento sará sempre qualcosa di efficace adesso che intristirá la vita, mettendoci nel gruppo degli ex-combattienti, dei pensionati... Magari con tante medaglie però tristi e nostalgici. 
E' proprio bella la sfida. 
Ciao 
P. Aldo