"Che puoi fare per me? Puoi pregare per me". A dirmelo è un'amica atea che più atea non si può. Un'altra amica, cattolica, mi dice che pregare per lei non significa più nulla. Non mi aspetto più niente, dice. Allora pregherò io per te, le dico.
Una domenica mattina presto ero nella bellissima basilica di San Lorenzo poco prima di andare a fare il mio turno di lavoro. C'era una messa in corso, il prete era all'omelia. Continuava a ripetere: "Domandiamoci cosa dobbiamo fare. Che cosa dobbiamo fare?". In fondo, dove mi trovavo io, una bellisima statua di Padre Pio in grandezza naturale, ricoperte di rosari. Vicino a me una famiglia non so se sudamericana o indiana. Padre, madre e figlioletta piccolina tutta imbacuccata per coprirsi dal freddo. A turno, prima il padre e poi la madre, si alzano e vanno a inginocchiarsi davanti a Padre Pio, con grandissima dignità mettono entrambi le mani sui piedi della statua. E pregano. La bambina, anche lei sembrava avere una grande dignità, li osserva entrambi con il capo dritto. Che cosa pensa. Non saprei, credo però che conserverà per tutta la vita l'immagine dei suoi genitori in ginocchio. Che pregano. Volevo alzarmi in piedi e interrompere l'omelia di quel prete: "Ecco csa dobbiamo fare" avrei voluto dirgli mostrandogli la famigliola di extra comunitari. "Pregare". Non c'è chiesto niente altro. Lo sa anche la mia amica atea.
"E' la chiesa che ha abbondato gli uomini o sono gli uomini che hanno abbandonato la chiesa?" si chiedeva l'immenso poeta TS Eliot. Entrambi, probabilmente. Quella stessa domenica, uscendo dal lavoro, mi fermo nella straordinariamente bella chiesa di Sant'Alessandro per beccare una messa. E' una chiesa di una bellezza come ce ne sono poche in Italia e nel mondo. Però è quasi deserta, una dozzina di anziani e un paio di coppie giovani. Anche i due sacerdoti che celebrano la messa sono vecchi, vecchissimi. Penso, quando entrerò qua dentro alla stessa ora per prendere una messa fra 10 anni non ci sarà più nessuno, neanche un prete.
La messa è finita, non vado in pace. Però mi fermo come faccio ogni mattina davanti al Crocefisso che sta in un angolo di questa chiesa, Mi sento un po' don Camillo ormai. E dico una preghiera, per la mia amica che non vuole più pregare.
(Il Crocefisso nella chiesa di sant'Alessandro a Milano)
Con una preghiera e un augurio per Sara Tanturli che oggi fa la santa cresima

Io ho scelto dice il personaggio che recita nello spot pro eutanasia (prodotto in Australia, vietato in Australia, finito sulla Rete grazie al partito Radicale Italiano). Ho scelto di andare all'università. Ho scelto di sposare Tina. Ho scelto di comprarmi quella macchina. Ho scelto. Ho scelto. Poi conclude: "Quello che non ho scelto è di diventare un malato terminale e certamente non ho scelto che la mia famiglia debba vivere questo inferno insieme a me. Adesso ho fatto la mia scelta finale, ho solo bisogno che il governo mi ascolti”. Non ci sarebbero commenti da fare perché lo spot si commenta da solo. Non scegli di ammalarti, dunque non scegli di morire né come morire ma soprattutto - lo spot ovvimamente non lo dice - non scegli neanche di nascere. Non scegli neanche di chiamarti col nome che hai. E' un altro che ti dà il nome, come un altro ti dà la vita. E anche la morte. Basterebbe questo semplice e onesto riconoscimento a togliere ogni presunzione riguardo al possesso della vita e della morte. Il problema di questo spot non è che fa promozione all'eutanasia, che già è cosa triste, disumana, ed è anche falso, perché la maggior parte dei malati terminali dichiara (ma i tiggì e il Partito radicale si guardano bene di dirlo) di desiderare di vivere, a qualunque costo. Ad esempio come lo desiderva Eluana. La cosa squallidamente triste di questo spot è il perfetto ritratto dell'uomo contemporaneo che esso fa. E' un po' guardarsi allo specchio, guardare questo spot: quello che sceglie, sempre. L'uomo ricco, dell'opulento occidente, l'uomo annoiato, l'uomo moderno. Che è già morto ancor prima di arrivare a una qualunque eutanasia. Si è già ucciso, molto tempo prima. Perché chi invece non può scegliere, ad esempio i bambini che fanno la fame in Africa, i malati di Aids, loro vorrebbero vivere ma loro sì che non possono scegliere. A loro non è concessa la scelta. Questo spot è uno spot a una cosa sola: l'orrore della solitudine che si è impossessata di questo mondo moderno. E allora certo, di fronte alla solitudine si può arrivare anche a desiderare la morte. Pardon, l'eutanasia, che è più politically correct.
Renato, Damian, Angel, Gianni, Pino, Andrea, Rida, Bush e Mame Mor